Archivio digitale veneto

Gigio Artemio Giancarli, La Capraria

 

 

INTERVENIENTI
 
M[esser] GEROFILO greco, che si fa chiamar Afrone
M[esser] EPIDIMO suo fratello, che si fa chiamar Eustrato
DEMETRIO figliuolo di Gerofilo, si fa chiamar Lionello
CAMPASPE sua sorella, che si fa chiamar Dorotea
M[adonna] CASSANDRA moglie di messer Gerofilo
BRUSCA servo di messer Gerofilo
FIORINA sua serva
BARBON servo di messer Epidimo
ORTICA servo di Demetrio
M[esser] IPPOLITO gentiluomo ferrarese
FLAMINIO Suo figliuolo
BRUNELLO suo servo
FAMELICO ruffiano
BOLCETTA suo servo
ANTILLA meretrice in casa di Famelico
COLA
FERANTE che fingono esser bandidi
ROBERTO
SPADAN villano de messer Gerofilo
 
E rapresentasi in Ferrara


 
A lo Illus[trissimo] e Reverendissimo Signore Don Ippolito da Este Cardinal di Ferrara
Gigio Artemio
 

Tosto che la famma fece udire, o grande Ippolito, la desiderata venuta tua a rapresentare a questa santa Republica non solo il voler del magnanimo tuo re, ma la istessa persona sua, in me nacque alto desio di tentare se con qualche virtuoso modo io potesse farmiti così grato, ch’io fusse posto da te nel numero di quelli che umilemente guidati da favorevole fortuna ti serveno e osservano, imaginandomi che con tal modo io dimostrerei non poco segno di gratitudine, di ricordanza e desiderio de pagare in parte li favori e ’ benefizii che giovanetto ne la tua patria io ricevei da lo illustre tuo cio Sigismondo, e dal magnanimo duca Ercole tuo fratello, e da te insieme. E mentre io stavo varii modi fra me ripensando, mi sopragiunse un dolce e piacevol sonno, nel quale mi si apresentorno tre mie figliole poco inanti partorite da lo intelletto mio, dicendo:

“E sotto qual maggior ombra vòi tu che la Capraria, il Furbo e lo Exorcismo vadinsi a dismostrare nel conspetto de gli uomini? Qual maggior favore potremo desiderare? Risolviti dunque, e poni nel fronte di cadauna di noi il sigilo del grande Ippolito da Este, perché così facendo non pur non temeremo de le accerrime punture d’i malevoli, ma anco la ingordigia del tempo, avido divorator de le glorie, non ci potrà nocere. E s’egli aviene che un de quei raggi che a l’onorata fronte di un tant’uomo fanno ricco e ardente diadema scaldi noi, e risplendi in noi col favor de la gloria sua la qual procedrà ad infinito, chi dubita che non andiamo di pari passo con le Andrie, con li Penoli e con li Auphtuntimerumenon?”.

Svegliommi il suono de così alte parole, per le quali fatto animoso più del solito, sigilai la Capraria del glorioso tuo nome ab eterno riservato ad ereditar le glorie, e la diedi a lo impressore acciò che fra li tanti onori e pompe che la regina del mar Venezia meritamente ti consacra vedi ancora, col mezzo di questa, la umile affezione di Gigio, il quale non avendo appresso di sé dono più caro da appresentarti, ti appresenta li cari e amati parti del suo ingegno, quali essi si siano.

Degnati dunque di accettarli, o lume della casa da Este, e la tua innata cortesia mi ponga nel numero de li più umili tuoi servi, mentre che ti faccio riverenzia e basoti umilmente la onorata mano riserbata ne’ maggiori bisogni a volgere e rivolgere l’una e l’altra chiave che Cristo diede a Pietro.
 

Di Venezia a li XXII di maggio MDXLIIII.



ARGOMENTO E PROLOGO


Tasio giovine, Tiberio fanciullo e Gigio
 

[1] TASIO
Non callate queste tende! Oh là, a chi dico io? Non callate! A proposito: veramente l’ordine istesso non ordinarebbe li disordini che nascono in questi spetacoli comici, imperò che ciascuno comanda e nisuno obedisce; non ci dovemo maravigliare poi se le cose non riescono a sodisfazione de li intelletti. Dormi tu qua sotto silenzio?

[2] TIBERIO
Signor no: come volete voi ch’io dormi in questo strepito che svegliarebbe il sonno?

[3] TASIO
Hai fin qui veduto cosa alcuna?

[4] TIBERIO
Signor sì: oh, quante!

[5] TASIO
Or dinne qualcuna.

[6] TIBERIO
Io veggio prima uno inamorato tutto ligiadro, il qual pari si voglia disperare.

[7] TASIO
E non più di uno?

[8] TIBERIO
Dua sono li inamorati.

[9] TASIO
Li altri debono esser qua di fuori, dunque. Altro?

[10] TIBERIO
Un servo tristo e scelerato, il quale cerca di confortarlo.

[11] TASIO
Quel servo che non è tristo e scelerato pecca mortalmente. Mira bene.

[12] TIBERIO
Veggio... Oh oh, io veggio un roffiano; un roffiano, padrone!

[13] TASIO
Un roffiano? E te fai tanta maraviglia? Io caminarei meno di dua miglia ch’io ne trovarei più di venti e tutti subietti da scope e da mitre. Ma che fa egli?

[14] TIBERIO
Che fa? Ah, ah, ah, che fa? Quel servo ch’io vi dissi così tristo, sapete?

[15] TASIO
So.

[16] TIBERIO
Quel servo li fa certe burle, e lo rubba.

[17] TASIO
Questo non mi dispiace, perché gli è scritto in certo luoco: “Io mi vendicherò de li miei nemici con li nemici miei”.

[18] TIBERIO
Padrone, o padrone!

[19] TASIO
Che vuoi?

[20] TIBERIO
Oh, io vi veggio le due belle giovane inamorate.

[21] TASIO
Inamorate?

[22] TIBERIO
Signor sì.

[23] TASIO
Giovane e inamorate, è uno ordinario.

[24] TIBERIO
Inamorate di quei dui giovani, sapete?

[25] TASIO
So. O Iddio, spinto che fusse questo disire amoroso, la gioventù si risolverebbe in zero.

[26] TIBERIO
Ah, ah, ah! Io veggio... ah, ah!

[27] TASIO
Di chi ridi?

[28] TIBERIO
Io veggio... ah, ah, ah!

[29] TASIO
Como averai riso a tuo senno tu lo dirai pure.

[30] TIBERIO
Ah, ah, ah! Io veggio una vecchia grinza inamorata.

[31] TASIO
Una vecchia grinza inamorata? Di un giovane, forse?

[32] TIBERIO
Signor sì; ed è suo servo, e parmi ch’ella gli dia denari.

[33] TASIO
Oh, sta bene; questa è la ABC de li servitori tristi, di provedersi e procaciarsi di una padrona che li unga la mano. Mira bene il tuto.

[34] TIBERIO
Ah, ah, ah, adesso sì, ch’io dubito di non scopiar da le risa! Il suo marito vecchio, chi assembra il bisavolo del tempo e il carnesciale de la verola, ama ancor lui una di quelle due giovane, ah, ah, ah! E il servo lo fa cavalcar una capra.

[35] TASIO
Oh, bello umore, vecchio inamorato! Ma odimi, mira bene il tutto e non dire cosa alcuna, sai?

[36] TIBERIO
Signor sì.

[37] TASIO
Voi vi maravigliarete, spettatori, di questo così novo spettacolo, e io mi delibero di trarvi di admirazione, se a me darete il solito silenzio. Questi nostri comici, il giomo che dierno principio a questa comedia loro, strinsero ciascuno sotto sacramento che non facessero intendere il soggetto di essa, sì perché la cosa per esser più nova fusse più grata, como anco per fuggir il pericolo che li malevoli ucelli di rapina non li levassero il soggetto. Io mo come persona curiosa mi ho deliberato intenderlo, ed essi hanno messo meco un repentaglio dal sì al no e mi hanno dato il termine fino a le due ore, che debono esser poco lontane; né potendo intenderlo da alcuno di essi per aver le convenzioni fra loro stretissime, io mi sono ridotto a l’arte spiritale, e col meggio di una maga fatte insegnar alcune congiurazione a un fanciullo qua coperto, gli spiriti in una enghistara faranno l’offizio istesso che li compagni faranno sopra questa scena; e così io avrò pur inteso il soggetto loro, vincendo il repentaglio. Che fai? Hai veduto il tutto?

[38] TIBERIO
Signor sì.

[39] TASIO
Or esci fuori e porgimi mano tanto ch’io riponga queste cose qui in casa di uno mio amico. Spengi quel lume. Oh, bene, tu dirai a questa brigata ciò ch’hai veduto.

[40] TIBERIO
Non ve l’ho io ancor detto? Un roffiano che un servo il rubba, il quale ora è frate e ora è muto, par a me; e poi gli restituisse ciò che gli ha robbato. E dui giovani inamorati di due giovane le quali stanno con il roffiano, in una de le quali è medesimamente inamorato il vecchio, il quale va immascarato a caval de la capra, facendo non so che atti da pazzo. Al fine parmi che si abbracciano tutti insieme, e giovani e vecchi e servi.

[41] TASIO
Questa è la conclusione quasi di tutte le comedie! Io non voglio altro, vati con Dio.

[42] TIBERIO
Ma voi me avete pur promesso di lasciarmi veder la comedia s’io guardava ne la inghistara senza aver paura de li spiriti!

[43] TASIO
Tu hai ragione; ma va’ e siedi giù basso e non far strepito.

[44] TIBERIO
Signor no.

[45] TASIO
Spettatori, par a me che sarete testimonii sufficienti di quanto ho inteso, e bisognando io ve chiederò in giudizio. Ma ecco apunto uno de li compagni. Questi gentilomini...

[46] GIGIO
Non più, non più; io ho inteso e veduto il tutto ciò ch’hai operato.

[47] TASIO
Sì, an? E che ti pare?

[48] GIGIO
A me pare che tutte le operazioni nostre non sono altro se non un beccarsi il cervello.

[49] TASIO
Potrò bene levare il pegno, an?

[50] GIGIO
Al tuo piacere.

[51] TASIO
Ma non ti tôr fatica di contar altro argomento, però che questi l’hanno inteso da me.

[52,1] GIGIO
Non te tôr questa cura, fa’, fa’ il fatto tuo.

[52,2] Voi potete considerare, o spettatori, in qual umor pecca qualunque pensa di far operazione con secretezza oggidì, e per quanti modi si conducono a luce le cose occulte. Io era mandato per farvi lo argomento, ma da poi che costui mi ha tolto la fatica, io non starò ch’io non ragioni con voi così familiarmente a guisa di prologo; e prima io vi farò saper qual sia lo auttore di essa, perché se eror vi vedrete dentro, che non serà perciò così gran cosa, attento che niuna ne è qua giù che non sia atta a patir correzione, forse lo scusarete.

[52,3] Gigio dunque è lo auttore: lo conosete voi? Quel tanto a voi affizionato... Non li perdonarete dunque dui peccatuci, attento ch’egli è pittore, e non poeta? Fatelo, di grazia, ch’io di ciò l’ho assicurato. Dunque egli vi prega che se vedrete ne l’opera nostra uno inamorato non servir al soggetto, che voi non ve ne maravigliate, perché di cotali personaggi e ne le antiche e ne le moderne comedie se veggono spesse volte. E se vi offenderà gli intelletti Ortica maritandosi in Dorotea nobile, essendo egli servo, ponetevi inanti agli occhi quanti natti servilmente sonosi agranditi per qualche sua virtù o sufficienzia, e fatti nobili; e se porrete mente ne le cose del mondo, vedrete tutto il giorno de li patroni che concedeno le figliuole a li servi, ancor che Ortica astutissimamente e virtuosamente se abia guadagnata la nobiltà: abenché era facil cosa a l’autore farlo nobile, ma non ha voluto far se non quanto è ne la istoria. Perdonatili dunque questi dui peccati, se pur peccati sono, e tanto più che esso prima di voi gli ha veduti e averebbe saputo rimediarli, e non ha voluto. E datici il scilenzio, ch’or ora darassi principio a la favola.


ATTO PRIMO


[1] Scena prima: Flaminio inamorato e Famelico ruffiano
 
FLAMINIO
Variamente giudicomo gli antiqui circa la felicità e beatitudine nostra: alcuni la estimorno ne li prìncipi, altri ne le delizie, questi ne le voluptà e quelli ne le virtù; e io credo in alcuno di questi stati non stia la felicità, contentezza, beatitudine o quiete, ma solo in colui il quale, amando bella, gentile, virtuosa e cortese giovane, si trova da essa esser parimente amato. Questo è il bene che ci può condur a la gloria, questi sono li mezzi che ci tranno a la felicità e a la letizia: quei guardi, quei risi, quei sospiri che vengono da pura amorevolezza, da calda fede, da dolce e ardente desire non sono da comparare ad alcuno bene, salvo che a quello che godino le anime beate ne l’alta idea di Colui da cui tutti li beni derivano.
O Antilla, quanto sarei io felice se mi fusse conceduto da li cieli il poter a tutte le mie voglie abbracciar te sola, te sola godere, e solo goder l’amor tuo! Ma, oh ingorda avarizia de’ mortali, quanto poco oro mi vieta cotanto bene! Ahi, sceleste roffiano, tu sei il dominator d’Antilla, solo tu la godi, la vedi di continuo e te ne servi in servizii non convenienti a la qualità sua! Veramente quella è ingiusta legge, che comette o pur comporta che con le cose mondane se possino contrattar le divine, essendo ella divina, non solamente, ma essa divinità. Ecco quanto è ingiusto che l’oro, non pur mortale, ma conducitor de la immortalità a la mortalità, possa comprarla; ma tutto ciò è perdimento di tempo e vani raggionamenti, più proprii da camere. Pur, avendomi isfocato con queste mure, parmi aver alleviata alquanto de la mia pena. Io non so se Brunello arrà portato ad Antilla la mia litera sì come io gl’imposi... Ma ecco il roffiano, di punto: io voglio cercar di farmegli grato.
Buon giorno, il mio Famelico!

[2] FAMELICO
E a te, Flaminio, il buon anno! Come stai questa mane?

[3] FLAMINIO
Come io sto? Non lo sai tu?

[4] FAMELICO
Questo sarebbe bello! Come, io?

[5] FLAMINIO
Tu, sì; se hai ne le mani tue chi ha ne le sue la vita mia, di ragion tu lo dei sapere.

[6] FAMELICO
Che mani, che vita mi di’ tu?

[7] FLAMINIO
Antilla hai ne le mani, e Antilla tiene la vita mia, sì che, sapendo tu come sta essa, non è alcuno che sapi de la vita mia meglio di te; e volendo sapere come io sto, mi serà forza per l’avenire dimandare a te.

[8] FAMELICO
Frenetichi, frenetichi de inamorati, io me lo sapea. Ma io non posso attenderti, ch’io ho fretta di gire a casa. A Dio.

[9] FLAMINIO
Odimi...

[10] FAMELICO
Io non odo, ché son sordo.

[11] FLAMINIO
Como sordo?

[12] FAMELICO
Sordo, sì.

[13] FLAMINIO
Io gridarò forte.

[14] FAMELICO
Tu farai nulla.

[15] FLAMINIO
Perché?

[16] FAMELICO
Perché bisognerebbe che mi parlasti con ceni.

[17] FLAMINIO
Con ceni, di’ tu? Questo è poco.

[18] FAMELICO
Comincia, dunque.

[19] FLAMINIO
Eh eh ah ba già...

[20] FAMELICO
Tu non mi intendi: io non dico con ceni di mano, ma te dico con ceni di borsa, stolto!

[21] FLAMINIO
Odi, odi, o Famelico!
FAMELICO Hai denari?

[22] FLAMINIO
Io n’avrò.

[23] FAMELICO
E io alora t’odirò; per ora non c’è ordine. Aprite, o voi di casa!

[24] FLAMINIO
(Quale morte è così vituperosa, così orribile e tanto trista che costui non la meritasse? Certo nessuna. Ma lo star qui è perdimento di tempo, e mi sarebbe meglio ricercar di Brunello, e intender ciò ch’egli avrà fatto.


[25] Scena seconda: Lionello inamorato e Ortica suo servo
 
LIONELLO
Ortica, o Ortica!

[26] ORTICA
Signor, che vi piace?

[27] LIONELLO
Ahimè, che mi piace, eh? Non lo sai tu? Dorotea sola.

[28] ORTICA
Che vorreste dunque?

[29] LIONELLO
Lei sola vorrei.

[30] ORTICA
Vah, diavolo, aiutala tu! Io mi credo che mai vi pensate di altro che di lei.

[31] LIONELLO
Certo sì, che io non penso mai ad altro che a lei, né amo altro che lei, né veggo altri che lei, né ho in core altri che lei.

[32] ORTICA
Che non vedete altri che lei io vi credo, perché ora vi ero dinanti, né perciò mi vedesti, chiamandomi senza proposito: ma avendola sola nel core, come dite, voi devete aver maggior cor che un leonfante.

[33] LIONELLO
O Ortica, Ortica! Non ti tor così giuoco del mio male.

[34] ORTICA
Anzi, giuoco del vostro giuoco.

[35] LIONELLO
Giuoco, eh?

[36] ORTICA
Giuoco, sì: Amor non è giuoco?

[37] LIONELLO
Ortica, il mio voler ora questionar teco saria proprio un perder il tempo; però, lasciando queste parole da un canto, dimmi, ti prego: come potrei veder la mia dolcissima Dorotea?

[38] ORTICA
Ohimè, tristo me, come veder Dorotea? Volete amazzarvi?

[39] LIONELLO
Anzi vorrei vivere, perché io vivo appunto tanto quanto la veggo.

[40] ORTICA
Io non credo che la vedeste mai, né meno la potrete vedere vivendo, salvo se non mi burlate.

[41] LIONELLO
Come?

[42] ORTICA
Come? Signor sì! Poco dianzi mi dicesti che l’avevi nel cuore: e come vedesti mai nel cor vostro voi? Né ’l vedrete se non v’aprite il petto, però aprendovi voi sète spazzato, né vi camparebbe l’arte, io non dirò di Chiron, ma di Mercurio.

[43] LIONELLO
Ecco come sempre, così in parole come in fatti, mi sei contrario.

[44] ORTICA
Voi v’ingannate, o padrone. Anzi, voi sempre fosti contrario a voi stesso; ma il raggionar mio è modo d’intertenervi e veder di alontanarvi un poco da questo vostro pensiero, benché io conosco che fabrico in nebbia.

[45] LIONELLO
Tu vedi adunque quanto dura cosa sia l’amare.

[46] ORTICA
Io non veggio ciò che sia l’amare, ma sì bene lo impacire, vedendo li casi vostri.

[47] LIONELLO
Deh, se ti cal di me non mi tener più lungamente in questo tormento, ma s’esser può, fa’ ch’io veggia Dorotea.

[48] ORTICA
Io, per me, altra via non vi ho se non picchiar e chieder Famelico, caso ch’el sia in casa, gettar via dugento parole e far quatordici sagramenti e pergiuri.

[49] LIONELLO
Oh, fa’ dunque così.

[50] ORTICA
Ma voi tremate, padrone! State in voi.

[51] LIONELLO
O Dio, ecco come presto uno inamorato diventa favola dd vulgo.

[52] ORTICA
Sète voi morti, olà?

[53] LIONELLO
Picchia più forte.

[54] ORTICA
Vedete? Fino le porte sono sorde per noi.

[55] LIONELLO
Gittale giù.

[56] ORTICA
Addaggio, padrone...


[57] Scena terza: Bolcetta ragazzo, Lionello, Ortica e Dorotea
 
BOLCETTA
Chi diavolo sei tu, che hai tanta inimicizia con queste porte?

[58] ORTICA
Oh fuggiforca, fuggiforca! È Famelico in casa?

[59] BOLCETTA
El vi è, il mal che Dio ti dia! È a letto che dorme.

[60] LIONELLO
Non si possa mai svegliare.

[61] BOLCETTA
Oh, sei tu mercante da parole?

[62] ORTICA
Digli ch’io vorrei parlargli.

[63] BOLCETTA
Io credo che averai fatica.
ORTICA Perché?

[64] BOLCETTA
Perché il giudeo non presta sopra le parole.

[65] LIONELLO
Ahi, lasso me, ognuno si prende diletto del fatto mio.

[66,1] BOLCETTA
Odimi, Ortica; sai tu cantar quella canzone che dice:

[66,2] “Tomate indrìo, Franzosi, ch’avì fallà la via”?

[67] ORTICA
Como?

[68] BOLCETTA
Io credo che fin ora il padrone abbi toco gli dinari di Dorotea.

[69] ORTICA
Odi, odi, ove corri?

[70] BOLCETTA
Io son chiamato...

[71] ORTICA
Vedi questo tristo come mi serra la porta contra!

[72] LIONELLO
Udisti, Ortica, quel ch’egli disse?

[73] ORTICA
Io l’udì’ d’avantaggio.

[74] LIONELLO
Che te ne pare?

[75] ORTICA
Che par a voi?

[76] LIONELLO
Male!

[77] ORTICA
E a me par bene, ché mancando la speranza cessarà il desiderio; e fuggendo il desiderio, le vostre passioni andranno a spasso.

[78] LIONELLO
Ohimè, che sarà tutto il contrario...

[79] ORTICA
Alzate gli occhi, o padrone!

[80] LIONELLO
Signora mia dolce, io vi saluto con tutto quel poco di salute che mi concedete.

[81] DOROTEA
Io ringrazio la Signoria vostra.

[82] LIONELLO
Dunque voletemi voi sempre far morire a questo modo?

[83] DOROTEA
A che, o anima mia, mi volete affliger con queste parole, essendo solo in voi il poter trarmi di dove io sono?

[84] LIONELLO
Eh, Dio, che vi è bene il voler, ma il poter non già: così ci fusse egli!

[85] DOROTEA
Ma, o anima mia, io mi dubito che poco più che indugiate al riscato mio, non vi serà poi rimedio; e purché non abbiate indugiato troppo.

[86] LIONELLO
Come? E perché?

[87] DOROTEA
Perché Afrone, il vecchio, non so per qual modo, parmi che abi trovato l’argento.

[88] LIONELLO
Ohimè, anima mia, ohimè...

[89] ORTICA
Padrone!

[90] DOROTEA
Soccorilo, Ortica!

[91] ORTICA
Padrone, sta’ in te!

[92] LIONELLO
Misero me! E qual nuova potevo io aver più trista di questa? Ahi, misera la vita tua, Lionello...

[93] DOROTEA
Ma c’è di peggio.

[94] LIONELLO
Di peggio ancora?

[95] DOROTEA
Signor sì: Eustrato soldato greco si aspetta oggi col denaro, e serà prezio de la tua Dorotea.

[96] LIONELLO
Eh, non piangete, di grazia...

[97] DOROTEA
Non debbo piangere vedendomi priva di voi ch’[io] solo amo?

[98] LIONELLO
Ahimè, troppo gran parola “ch’io sol amo”! E come non morò io?

[99] ORTICA
Oh, el serà buono ch’io entra in terzo nel pianto: orsù, cessate, cessate dal piangere.

[100] DOROTEA
Perdonatemi, io mi parto, ché Famelico vol uscir di casa. A Dio.

[101] LIONELLO
A Dio. Ohimè, Ortica, ché non mi soccori?

[102] ORTICA
Padrone, se questa mia vita è atta a soccorrervi, valetevi di essa.

[103] LIONELLO
Troppo m’incresce, Ortica, d’aver questa mia, senza ch’io m’abbia più bisogno d’altra vita.

[104] ORTICA
Io odo il roffiano. Avete voi una litera?

[105] LIONELLO
A che proposito?

[106] ORTICA
A buon proposito.

[107] LIONELLO
Eccola.

[108] ORTICA
Dattela a me. Tiratevi più qua, e mostrate di non veder il roffiano, seguendo il ragionamento mio.


[109] Scena quarta: Famelico, Lionello e Ortica
 
FAMELICO
Portami le chiavi del mio scrigno, o Bolcetta. Ma chi saranno questi uccellaci che vengono al visco? Oh, oh, Orti[ca] col suo padrone! Se le parole melate possono arrichire, io ho d’aver grande obligazione a costoro, perché me le danno a stara colmi... Leggono letere, par a me; che si[a] qualche letera amorosa? Io vo’ udirli.

[110] ORTICA
E ti ha detto che partì ieri mattina da Bologna?

[111] LIONELLO
Così m’ha detto.

[112] ORTICA
E che ivi trovò magazzeni per le balle?

[113] LIONELLO
Né più né meno.

[114] ORTICA
E che ciò che farai serà ben fatto?

[115] LIONELLO
Tant’è. Leggi la letera tu.

[116] FAMELICO
Che balle, che magazzeni? Sarebbe mai venuto soccorso al castello?

[117] ORTICA
“Il portator di questa è Ambroggio mio fattore, il qual avendo a passar per altre facende in Dalmacia, lassa in Ferrara vinti migliara di zaffarano: tu vendilo ad onesto prezio”.

[118] FAMELICO
Questo è buono!

[119] ORTICA
“E li dinari poi mi consegnerai a la venuta tua de qui”.

[120] FAMELICO
Sì, ma non tutti...

[121] ORTICA
“E se de lì pottesti traffegarli in alcuna cosa che ti apportasse utile, fa’ ciò che ti pare”.

[122] FAMELICO
Pur tosto!

[123] ORTICA
“Altro non mi accade scriverti”. Costui è partito ancora?

[124] LIONELLO
Io no ’l so.

[125] ORTICA
Certo el deve esser partito. Ora potrai far del bene a Famelico tuo amicissimo.

[126] FAMELICO
Oh, oh, queste sono cannate! Io l’ho pur ora appresa.

[127] LIONELLO
Io gliene farò, sì.

[128] FAMELICO
Maisì, beato me! Oh che tristi!

[129] ORTICA
Il non si dorà già più come suol fare.

[130] FAMELICO
Io son disposto travagliarli a mio modo.
Buon giomo!

[131] ORTICA
Oh, buon giorno e buon anno, il mio Famelico, beato, aventuroso e felice.

[132] FAMELICO
Che importano tanti titoli?

[133] ORTICA
Importano che ’l mio padrone Lionello ha deliberato farti ricco, vuoi tu altro?

[134] FAMELICO
Ricco?

[135] ORTICA
Ricco, sì, ricco.

[136] FAMELICO
Tosto, pure?

[137] ORTICA
E tosto.

[138] FAMELICO
Ov’è questa ricchezza?

[139] ORTICA
Ov’è? in questa litera.

[140] FAMELICO
Aprila! Che sono, gioie? Io vedo poco volume.

[141] LIONELLO
Non sono gioie, ma parole.

[142] FAMELICO
Io v’intendo: dunque serò ricco di parole, al modo vostro?

[143] ORTICA
Queste sono parole, ma altrove sono fatti.

[144] FAMELICO
Io lo credo, ma non v’intendo molto bene, e prolongate questa mia felicità pur troppo.

[145] LIONELLO
Ascolta, ch’io te ’l dirò.

[146] ORTICA
Lassate dir a me, padrone, se volete.

[147] FAMELICO
Sì, sì, di’ pur tu, Ortica, acciò che mi sia più lecito a non ti creder, per esser servo.

[148] ORTICA
Oh, tu cominci a negar i principii.

[149] FAMELICO
Dimmi prima: serà longa questa tua favola? perché ho fretta.

[150] ORTICA
Dunque tu l’hai per favola, eh?

[151] FAMELICO
E per che vòi tu ch’io l’abbi?

[152] ORTICA
Tu non seresti il roffiano che tu sei se tu non fosti discredente e senza fede.

[153] FAMELICO
Né tu servo, se non fosti fraudolente, buggiardo e falso.

[154] ORTICA
Vuoimi tu creder ciò ch’io ti dirò?

[155] FAMELICO
Oh, bello!

[156] ORTICA
Bello, bello.

[157] FAMELICO
Che meriterei io credendoti?

[158] ORTICA
Vòi ch’io ti dica?

[159] FAMELICO
S’io volesse creder il falso, sì; ma di’, forse sarà a mio proposito.

[160] ORTICA
Io voglio che tu mi creda che oggi hai a darmi Dorotea.

[161] FAMELICO
Potrebbe esser, se mi darai li denari.

[162] ORTICA
E senza li denari?

[163] FAMELICO
Ancora con un pegno, ma con fatica.

[164] ORTICA
Or io voglio parlarti chiaro. È nessun qui che m’odi? Ortica servo di Lionello fa intender a Famelico ruffiano ch’oggi egli vuole ch’egli dia Dorotea, o con dinari o con un pegno, il qual pegno o dinari hanno ad esser de li suoi.

[165] FAMELICO
Oh, questa è bella! E tanto più quanto me lo fai intender.

[166] ORTICA
E perciò te lo dico, acciò ch’abi campo da guardarti. E guardati, e guardati!

[167] FAMELICO
Potta... ch’io non riniego le stelle! Io stupisco.

[168] ORTICA
M’hai tu inteso? e dicoti più, che io, io, io ho a pigliar questi denari e queste robbe con queste mani, e venir in casa tua con questi piedi.

[169] FAMELICO
Ohimè, sogno o vigilo, o che? E quando?

[170] ORTICA
Oggi. Va’ a casa e provedi a li casi tuoi benissimo, e metti buon guardiano a le porte.

[171] FAMELICO
Io vorò esser il guardiano, dati di buona voglia.

[172] ORTICA
Io non desidero altro, per Dio; ma tu puoi ben induggiar due ore ancora.

[173] FAMELICO
Sì?

[174] ORTICA
Sì, sì.

[175] FAMELICO
Basta, dunque; e così mi prometti?

[176] ORTICA
E così ti prometto.

[177] FAMELICO
Ma se non lo fai?

[178] ORTICA
Se non lo fo, io ti voglio esser schiavo.

[179] FAMELICO
Oh, io avrò fatto un grande acquisto!

[180] ORTICA
Ma s’io lo fo?

[181] FAMELICO
Se lo fai, io ti restituisco il tuo pegno, o denaro che si sia, e dòti Dorotea.

[182] ORTICA
Oh, vati con Dio.

[183] FAMELICO
Io vo.

[184] ORTICA
Odi, Famelico, apri ben gli occhi, sopra tutto.

[185] FAMELICO
Non te ne curare, e tu fammi il peggio che sai.


[186] Scena quinta: Lionello e Ortica
 
LIONELLO
Io non mi so imaginar a che fine abbi fatto una sì lunga diceria con costui e l’abbi in cotal guisa incrudelito.

[187] ORTICA
Che diavolo so io? Fo come li amalati, che non trovando riposo né in su nissun fianco né in schena fanno più atti che li pittori non fanno far a quelli Ercoli che dipingono su per li coffani; e tutto ciò per trovar riposo a qualche strana guisa.

[188] LIONELLO
E bene, l’hai trovata, a la fine? Perché volendo inganar uno, parrebbe a me che al primo tratto se gli dovesse troncar ogni via che lo potesse condur al sospetto; ma tu, per quel che io ho udito, ve l’hai più tosto messa inanzi.

[189] ORTICA
Oh, oh, m’avete chiarito! Ognuno saprebbe inganar chi si fida, ed è tanto biasmo quanto lo assassinar chi non si fida.

[190] LIONELLO
Gli è ben vero quel che tu dici; rna che utilità però mi portano questi tuoi argomenti?

[191] ORTICA
Tacete e sperate.

[192] LIONELLO
In cui?

[193] ORTICA
Che diavolo so io?

[194] LIONELLO
Dunque come debbo sperare?

[195] ORTICA
Sperate, vi dico, sperate, ch’io mi sogno la vostra felicità, anzi la veggo entro i nuvoli.

[196] LIONELLO
A fe’, che non parlasti mai meglio! Però che parte de essa se n’andrà quando serai desto, e parte serà spenta dal sole o da poca forza di vento.

[197] ORTICA
Padrone, andate a casa e pregate Dio per li tristi: io ho la vostra salute ne le mani.

[198] LIONELLO
Io vo, ma non perché io mi creda di far profitto alcuno.

[199] ORTICA
Io mi doglio di non aver lette le comedie de li antiqui e greci e lattini, perché avrei rittenuta ne la memoria alcuna di quelle astuzie che li servi usorono per la salute de li padroni loro. Ma sia ciò che si pò, io voglio ad ogni modo fare una recoletta de tutte le tristizie che io udì’ mai o feci mai, e di tutte queste far un composito: forse mi reuscirà.
Vedete ch’io ho avuto troppo animo, e mi ho lassato trasportar a la lingua sì con il ruffiano com’anco con il padrone, togliendo la speranza a l’uno, donandola a l’altro, e non sapendo ove dar principio. Oh bel caso! Di grazia, sarebbe alcuno di voi che li bastasse il core di gire in casa di Famelico? Sarebbe egli amico o compagno di alcuno di voi per aventura? Oh, io ho fatto il mal salto, e quanto più mi penso la intendo meno. Di grazia, fra tanti che sète qui spensierati, pensate alquanto sopra il caso mio, e consultate insieme fin che torno, che serà tosto; ma non vi scordate, vi prego!


[200] Scena sesta: Brunello e Bolcetta
 
BRUNELLO
S’io sapesse dove abitano questi che dicono la ventura guardando su le mani, el mi sarebbe forza di strappazzar un carlino per intender s’io debbo mai uscir di servitù. È gran maledizione de chi nasce servo: non so se il peccato de mio padre mi condannò a questa croce, o qual altra colpa. Certo questi sono colpi che non li sanno li maestri, ed è sapienzia il non cercar di saperli.
Ma sia come si voglia, io me ne andarò drieto fin a la fine servendo ora il padrone vecchio messer Ippolito, ora il figliuolo messer Flaminio; e chi sa al fin fine, o per meriti o per qualche altra causa, non mi facessero libero. E certo non saprei dir da chi di lor due mi venisse manco riposo, ancor che li servizii che m’impongono Flaminio non sono se non ne le occupazioni circa lo amor suo di madonna Antilla; vero è che sono cose piacevoli, ma Amor lo fa passar i termini e lo fa insuportabile e troppo volunteroso. E pur oggi egli m’impose ch’io portasse a la sua Antilla un certo presente insieme con una letera: io l’ho fatto, e vorrei trovarlo per darli nuova ch’ella lo ama caldissimamente.

[201] BOLCETTA
Brunello, tu sei qui?

[202] BRUNELLO
Bolcetta! io non ti avea veduto.

[203] BOLCETTA
Se per sorte avevi un occhio solo ne la schiena come ne hai due nel fronte, tu non potresti dir così col vero.

[204] BRUNELLO
E s’io lo tenea chiuso, tu te ne mentiresti per la golla.

[205] BOLCETTA
Queste tue sono parole da combatter. Oh, bene, como facesti con Antilla?

[206] BRUNELLO
Benissimo.

[207] BOLCETTA
Pur che non la carchi a Flaminio...

[208] BRUNELLO
Tu mi hai colto in cambio.

[209] BOLCETTA
Raccordati la promessa, Brunello.

[210] BRUNELLO
Che promessa?

[211] BOLCETTA
Che promessa? Non mi hai promesso s’io te li facea parlar, di pagarmi il beveraggio?

[212] BRUNELLO
Oh, oh, io non me l’aveva scordato se ben io fingeva, non ti dubitar. Ma dimi, hai tu veduto Flaminio?

[213] BOLCETTA
Sì.

[214] BRUNELLO
Ove?

[215] BOLCETTA
In piazza.

[216] BRUNELLO
Che fa egli?

[217] BOLCETTA
Sarebbe bello sapere ciò ch’egli fa non lo vedendo.

[218] BRUNELLO
Che facea, dico?

[219] BOLCETTA
Oh, oh, così sì! Passeggiava... o pazzegiava; io non vorrei falare... Ma io ho fretta; rimanti con Dio e ricordati di me.

[220] BRUNELLO
Va’ felice, non ti dubitar.
Se io mi credo che mai tu muoia d’altro che di pugnale o di fune, io mi vo’ far monaco; e il tuo padrone similmente. Andate là, che vi sète abbatutti d’avantaggio! Iddio fa gli uomini, e lor s’accompagnano. Ma io vo per il padrone...


[221] Scena settima: messer Afrone e Brusca
 
AFRONE
Savé che vogia me viè, eh, Brunza?

[222] BRUSCA
Signor sì, al comando de la Signoria vostra.

[223] AFRONE
Chié cosa parlastu?

[224] BRUSCA
Di che parlate voi?

[225] AFRONE
Avé inteso?

[226] BRUSCA
Io vi ho inteso e non vi ho inteso; ma non importa, tornate a dire.

[227] AFRONE
O chié sturno! No ten ditto mi? Sastu ’l mio vongia chié voléu? No savéu chella cosa chié me tira la volundae?

[228] BRUSCA
Oh, questo sì sarebbe bello sapere.

[229] AFRONE
Chié dise vui?

[230] BRUSCA
Che dico? Che credo non lo sapete voi.

[231] AFRONE
Savéu, me viè vongia andesso cumbrar una balestrera, un’arcasbusana, e andar sul casa e ficar una bolzó in la panza al rnio mugieri e dio ballotes in la schiena, e cusì rumagnerave protomastre, dominancio de tudo ’l casa.

[232] BRUSCA
Non fate, diavolo, non fate, che sarete bandezzatto!

[233] AFRONE
Chié bandizzao? Avesse pur macari mi la dinari...

[234] BRUSCA
Ah, ah, ah, aah!

[235] AFRONE
Vu ridi?

[236] BRUSCA
Come, s’io rido? Voi trovate pur le grande invenzioni.

[237] AFRONE
Oh, oh, ti no me conusin bé.

[238] BRUSCA
Non? Io vi conosco davantaggio: voi sète acuto come un rnelone.

[239] AFRONE
Mi xé stao de calìteri, de boni.

[240] BRUSCA
Sète stato, e sète più che mai; avesti pur tanti danari quanto senno, e tanto fiatto...

[241] AFRONE
Avé angora mi bo fiao.

[242] BRUSCA
Signor sì, ma io dico per far una cavalcata a viaggio longo.

[243] AFRONE
Anghe curto, mo no se pol aver ogni cosa.

[244] BRUSCA
Egli è vero, egli è vero; io mi maraviglio assai che in questi anni siate l’uomo che voi sète.

[245] AFRONE
Ti no xé sol, anghe altri se maravegiano.

[246] BRUSCA
Odite, padrone, per Dio, a fe’, per questa croce; che tosto che arivate o in chiesa o in piazza allegrate tanto la brigata che tutti sen ridono del fatto vostro.

[247] AFRONE
Alìthià ’ne, xé vero, su la zuvendùa feva cose della diavulo, che no se pol diri: cando andava sul festa se rideva e ’legrava tudi candi pliò de mi chié no feva [de] cinghe grassi buffugni de chesta terra. Bià chello chié puleva sendir la mio barlari, gier[a] pliò sallao che ’l sapienza.

[248] BRUSCA
Oh bella grazia! Che volete? Uomini che così nascono, con naturale l’un più sodo de l’altro...

[249] AFRONE
No ten digo del mio balarola, saldarola, candarola e sonarola bello chié feva; dumanda a chiel Paluello e chel da l’Achila, e anghe calche aldro vertuloso, si xé vera. Aimena, giera una zuvene, mi, tutto del granzia.

[250] BRUSCA
Voi lo dimostrate, invero.

[251] AFRONE
A giostrari cu la cavalla no avea paura de Urlando, Renaldo; e del scrimia, anghe Feragùo.

[252] BRUSCA
Sapete di che dubito, padrone?

[253] AFRONE
De chié?

[254] BRUSCA
Che non scordiamo di che matteria era il raggionar vostro, per esser intrato ne le tante vostre lode.

[255] AFRONE
Recordame, per to fe’, se xé possibole, la nosto protto barlari dove giera.

[256] BRUSCA
Io credo che èramo sul ficare a vostra moglie le ballotte.

[257] AFRONE
An, sì, sì, xé vero.

[258] BRUSCA
E io vi dissuadeva, perché non foste bandeggiato.

[259] AFRONE
A punto; e mi voleva saldari sul Dorotea.

[260] BRUSCA
Come, diavolo? Saltar sopra Dorotea? Sareste mai un pulce?

[261] AFRONE
Ochi, digo sul barlari de chel fia.

[262] BRUSCA
Sì, sì, io vi ho.

[263] AFRONE
Deh, chié te par vui d’ella?

[264] BRUSCA

[265] Non dite così, padrone: ditemi che par a essa di voi. AFRONE
Mo chié disi del mi, dunca?

[266] BRUSCA
Questo lo lasso considerare a la prudenzia de la affabilità magnifica de la Signoria vostra.

[267] AFRONE
Disin bé, ah?

[268] BRUSCA
Ditelo voi; e vi giuro ch’ella piangea solo ne l’udirvi nominare.

[269] AFRONE
Como?

[270] BRUSCA
Signor sì, che ’l ruffiano la mangia tutto il giomo.

[271] AFRONE
Chié ruffià magna ella? Ha magnao furse calco mebro?

[272] BRUSCA
Questo io non so, ma io vi dico quanto ella m’ha detto.

[273] AFRONE
Ah ruffià cà mastin! Te par chié xé ella magnarolla per so dendi?

[274] BRUSCA
Voi udite; ed è pur peccato ch’ella non sia a le mani d’un par de la Signoria vostra che l’abbi a governare in modo ch’ella non vadi per dissaggio a casa de’ vicini.

[275] AFRONE
Tasi puri, Brunza, tasi.

[276] BRUSCA
Tacete pur voi, padrone, che gli è com’io vi dico.

[277] AFRONE
Vogio pundo adar andesso parlari, venderi se manga calche membro, furse, fursi...

[278] BRUSCA
Non fate, padrone!

[279] AFRONE
Perchié?

[280] BRUSCA
Perché non è ora.

[281] AFRONE
Chié no xé ora? So chié xé ora, mi.

[282] BRUSCA
Non, diavolo, non!

[283] AFRONE
Sì, diavulo, sì!

[284] BRUSCA
Non andate, vi dico.

[285] AFRONE
E mi vongio andar, ten digo.

[286] BRUSCA
Andate nel mal punto. Oh che buffalo! Ecco como il va di galoppo, il stalone... Va’, che tu l’averai, il mal francioso! Orsù, io vo’ tender al fine. Il picchia, per Dio... Oh, come mi salverò per aver detto ch’io gli ho favellato? Orsù Brusca, fa’ animo: ecco apunto Dorotea.


[287] Scena ottava: Dorotea, messer Afrone e Brusca
 
DOROTEA
Chi dimandate, padre mio?

[288] AFRONE
Chié pari mio, mari mia? Gramarcè, [xé] cheste le amuranze, le ’cugenze, le parole del muruse?

[289] DOROTEA
Orsù, finiamola: avete voi altro da dirmi? Perché io non ho testa, per ora, di udir queste vostre baie.

[290] AFRONE
Baie xé dunga la fado mio? Chié mi xé schillo, cà, chié ’baia?

[291] DOROTEA
Voi l’avete al primo.

[292] AFRONE
Cognosse vui Brunza?

[293] BRUSCA
Padrone...

[294] AFRONE
Ella ’dò, viè ca.

[295] DOROTEA
Che Bronza mi dite voi?

[296] AFRONE
Digo mi Brunza; Brunza, tiréve poco fora.

[297] DOROTEA
Tenete giù le mani, col vostro diavolo! Ohimè, ohimè, io sono impazzata! Che Bronza mi dite?

[298] AFRONE
Brunza, sì, la mio serviduros, chello a chi avé fado vui tanto la pianto, la passió del Mandalena per amur del mio...

[299] DOROTEA
Pianti per amor vostro? Ohimè, che nova fantasma!

[300] AFRONE
No xé falasma, no, xé vero, sì, anghe pliòtero, chié avén ditto chié Famelica ve magnao, e per chesto mi xé vegnùo como l’asino del trotto a vederi chié pezzo del vostro persuna te magnao.

[301] DOROTEA
Andate, andate, ch’io ho da fare.

[302] AFRONE
Chié avé de fari? Cando me vorà vui barlari puo mi no vongio. Aldi, a chi digo mi, a[n]?

[303] DOROTEA
Andate con Dio per il meglio, pazzo da catena!

[304] AFRONE
Ah Brunza, Brunza, xé cheste le baroli chié vu dixeva?

[305] BRUSCA
Vah, diavolo, vah! E perché credette ch’io vi chiamava indietro?

[306] AFRONE
Perchié?

[307] BRUSCA
Perché ella me lo cignava, per esser gente di sopra che stavano ad ascoltare! E voi pur sapete se amor vole esser solo, solicito e secreto.

[308] AFRONE
Oimena, chié mai mi no me ’corto...

[309] BRUSCA
Ma tacete, che la cosa è passata pur troppo bene.

[310] AFRONE
Troppon bé? Ah, andesso cognusso in chiesto chié xé savia.

[311] BRUSCA
In che?

[312] AFRONE
Ten dirò, cando ella me barlava me diseva casì vilagnia chié pareva da senno.

[313] BRUSCA
È possibile?

[314] AFRONE
Xé certo, no chié possibole.

[315] BRUSCA
Padrone, governative per senno mio.

[316] AFRONE
Chié farò mi?

[317] BRUSCA
Bisogna far provisione d’un poco d’agresta.

[318] AFRONE
Chié gresta, chel garbo? Mo varda sul caneva, chié xé un buttarello ’veriao menzo pié: chié vusto fari?

[319] BRUSCA
Io non dico agresta per dir agresta, ma io dico agresta perché intendiate denari.

[320] AFRONE
Denari? Mo chié modo faremo?

[321] BRUSCA
Come? Voi che sète il padrone...

[322] AFRONE
Mi no xé padró, mia mugieri xé padró.

[323] BRUSCA
Non vi dà il core di cavarli denari da le rnani?

[324] AFRONE
Vol assai?

[325] BRUSCA
Non molti, venticinque scudi.

[326] AFRONE
Venticique scudi? Oimena, oimena, oimena!

[327] BRUSCA
Padrone!

[328] AFRONE
Oimena, oimena!

[329] BRUSCA
Che vi dole?

[330] AFRONE
Oimena, venticinque scudi, an? No posso, né xé urdeni, gnanga venticinque soldi, per via del mio mugieri.

[331] BRUSCA
Che volette voi far dunque?

[332] AFRONE
Chié vusto chié fanza?

[333] BRUSCA
Avete voi qualche pegnetto?

[334] AFRONE
Pegnetto? Mango.

[335] BRUSCA
Amico che vi servisse?

[336] AFRONE
Penzo.

[337] BRUSCA
Oh, oh, io l’ho pescata! Non aspettate voi oggi Spadano, il vostro contadino, con le capre ch’avete a partire?

[338] AFRONE
Sì, sì, chello sì.

[339] BRUSCA
Caminatemi dunque dietro; caminate, ch’io l’ho trovata! Caminate, vi dico.

[340] AFRONE
Vegno, va’ inanzi. Vugio ogni mundo aver chesta Duratea, se deve strangular la mio mugieri e buo esser scartao.


[341] Scena nona: Antilla e Dorotea
 
ANTILLA
Che vogliamo noi, Dorotea, star tutto il giorno conficate in camera a guisa di pregioniere?

[342] DOROTEA
O Antilla, a un misero tanto diletta la letizia quanto la tristezza.

[343] ANTILLA
Tu sei pur su le tue! Io ti ho chiamata fore per mostrarti questo dono e questa litera che mi ha mandata Flaminio.

[344] DOROTEA
Che cose son quelle?

[345] ANTILLA
Ancor io non l’ho slegate.

[346] DOROTEA
Oh, in buona fe’! Un coletto di punto tagliato!

[347] ANTILLA
Sì, da vera: lassa ch io lo veggia... O bella operetta! Deve esser fatta per mani de monache che hanno tempo da perder tempo.

[348] DOROTEA
Può esser. Un bel dono, veramente conveniente a Flaminio; rna vegniamo su la litera legata e relegata.

[349] ANTILLA
A questo, Dorotea, pòi considerare che niuna vita sia più felice, più spensierata e più politica di quella de li inamorati, perché di continuo sono su queste fantasie e su questi frenetichi.

[350] DOROTEA
E cori, e saete, e zìffare... Orsù, leggiamola.

[351] ANTILLA
(Legge la litera) “Se mi fuse statto possibile mandarvi il core e vivere, io lo averei fatto...”.

[352] DOROTEA
O bello e arguto principio!

[353] ANTILLA
”... Ma perché, traendolomi del petto, sarei necessitato a morire, io lo ritengo, acciò che vivendo lungamente, lungamente io vi rimanga servitore”. Chi altri che Amore mostrerebbe a un giovenetto così belli e così leggiadri discorsi, o Dorotea?

[354] DOROTEA
Segui.

[355] ANTILLA
“Ma mandolovi nel modo ch’io lo tengo nel petto, traffitto da quelle saette che mi aventano i begli occhi vostri”.

[356] DOROTEA
O felice te, Antilla!

[357] ANTILLA
“E perché non è lecito appresentarsi a li dèi senza un qualche segno di servitù e obligo, vogliate, o dea mia, accettar questo picolo dono, fatto grande da la mia grandissima affízione, e conservatime schiavo a la grazia vostra, a la quale umilmente io baso la mano. Vale”.
Como mi potrei tenere ch’io non la basciasse e ribasciasse? Tu sospiri così, Dorotea... Che ti duole forse del ben mio?

[358] DOROTEA
Che noce a me il tuo bene? Tanto nocessemi il mal mio!

[359] ANTILLA
Eh, non ti dubitare; chi sa, forse che amandoti Lionello como tu dici, troverà modo che tu non serai preda di questi avoltori, proprio avoltori.

[360] DOROTEA
Eh, Antilla, io non vi veggio speranza, il male è sùbito, e li rimedii mancano.

[361] ANTILLA
Dimmi, ti dà il core di remediarli col pianto? Perché anch’io piangerei teco, per socorerti più presto.

[362] DOROTEA
Ahimè, non debbo piangere, essendo nata nobile come io nacqui insieme con un fratello a un patto, nel qual morse la matre con tutte le venture mie?

[363] ANTILLA
Con un fratello mascolo, di’ tu? Ma ov’è egli?

[364] DOROTEA
Non ti ho detto che, morta mia matre in Patrasso, un schiavo nero amboduo ci rubò al patre, e, per quello che egli mi solea dire, vendete il fratello mio ad un bolognese mercante, e me condusse a Vineggia, dove, maritatossi poveramente, essendo egli povero, mi ha allevata de li soi sudori insieme con la moglie, diffendendomi da’ mille laccioli che mi attraversava e la gioventù e le ruffiane per li piedi; onde alfin, morti ambodua, un fratello di la matregna, tocati dieci scudi da Famelico, me li vendete?

[365] ANTILLA
Tu mi hai ancor detto queste cose, ma io avea altro nel capo.

[366] DOROTEA
Così è proprio. Tu vedi, o Antilla, a che sono capitate tante fatiche che fecero quei poveri, io voglio dir patri: che debba esser mercanzia di costui.

[367] ANTILLA
Che vòi tu fare, o Dorotea? Nutrissite di pazienzia. Ma dimmi, che venne di tuo patre, poi?

[368] DOROTEA
Non si sa.

[369] ANTILLA
E del fratello?

[370] DOROTEA
Meno; potrebbeno esser così felici come infelici.

[371] ANTILLA
Veramente hai causa di dolerti, ma a che poi, non giovandoti? Ma ohimè, io ho udito Famelico, triste noi!


[372] Scena decima: Antilla e Famelico
 
ANTILLA
Tristo che tu sei, ruffiano!

[373] FAMELICO
A te tocca la nonziatura: poi che m’hai detto roffiano e tristo, fa’ raggione di aver detto a Platone fílosofo. Quando mi dicono roffiano, non sano questi che mi dicono mercante da gioie: e quale più ricche gioie, quale più preciose si trovano di queste donne, per il mezzo de le quali si considera qual sia il regno d’i beati, e, che più?, si perviene a la beatitudine? Forse che mi dicono “bazzariotto” o “mercante da carne salata”? Non mi porgesse più noia le parole che mi hanno detto il tristo di Ortica! Benché io non ne tema tanto tanto, pur io non voglio mancar di buona guarda, acciò che io possi prima beffar lui che lui gabar me. O di casa, chi è di sopra?

[374] ANTILLA
Padrone.

[375] FAMELICO
Odite: non sia alcuna di voi che ardisca di uscir di casa oggi senza mia saputa, avetemi inteso?

[376] ANTILLA
Signor sì.

[377] FAMELICO
Né meno parlate a Ortica; lo conosete pure, quel tristo?

[378] ANTILLA
Lo conossemo.

[379] FAMELICO
Né prestate robbe for di casa ad alcuno senza saputa mia, avetemi inteso?

[380] ANTILLA
Avemo.

[381,1] FAMELICO
Ubiditimi, dunque.

[381,1] Como farà questo scellerato di gabarmi? Como entrerà egli in casa mia senza mia saputa, se io serò il portinaio? Io voglio ire a chiudere tutti li balconi, acciò ch’el non facesse, come Dedalo, le ali; e poi io mi vo’ pigliar quel spasso del fatto suo che se piglia di un pazzo, arogante e temerario servo suo pari.


ATTO SECONDO


[1] Scena prima: madonna Cassandra, Fiorina e Brusca
 
CASSANDRA
S’io lo trovo, s’io lo trovo, com’io mi penso, da quella tristarella, io son disposta di trargli i capelli.

[2] FIORINA
Voi potreste inganarvi, o padrona.

[3] CASSANDRA
Mi hai tu affibiata ancora?

[4] FIORINA
Tosto, padrona.

[5] CASSANDRA
Egli doverebbe ringraziar Iddio e offerir voti ch’una pari mia si abbi degnata de lui; e procede a questa guisa, ingrataccio!

[6] FIORINA
Sapete da che viene, padrona?

[7] CASSANDRA
Da che?

[8] FIORINA
Che non avete senno, voialtri inamorati.

[9] CASSANDRA
Io cresi quasi dicesti ch’io non ho senno.

[10] FIORINA
Che voi non avete senno? Stiammo fresche! Ne avesse tanto ognuno, che beato il mondo!

[11] CASSANDRA
Che vilupo, che imboglio mi hai tu lassiato qui di dietro?

[12] FIORINA
Imboglio, dite voi?

[13] CASSANDRA
Imboglio, sì.

[14] FIORINA
Voi v’ingannate.

[15] CASSANDRA
Como, ch’io m’inganno? Non lo sento io, trista che tu sei?

[16] FIORINA
Io ve dico che non.

[17] CASSANDRA
Non lo sento io? Così fate voi fantescacce ne l’acconzarci, di mo’ che siamo pur belle se sapiammo essere, non possiamo comparer per colpa vostra; e ciò fate a bel studio, ornando voi per far comparazione col fatto nostro. Ma gli è differenzia da[l] zucaro al sale!

[18] FIORINA
In buona fe’, madonna, che vi lamentate ora a torto, che voi sète così bene addobbata! Oh se vi vedeste com’io!

[19] CASSANDRA
Non dir così; di’ che gli è la mia grazia che mi fa parer addobbata.

[20] FIORINA
Egli è ben quello, madonna, sì. Oh, mal abbia questi pellucci che vi spuntano a guisa di gatta!

[21] CASSANDRA
Hai tu il vetro?

[22] FIORINA
Madonna sì.

[23] CASSANDRA
O radili! Ma ècci nissuno che ci veggia?

[24] FIORINA
Chi diavolo volete che ci sia?

[25] CASSANDRA
Che so io? Son tanti maligni quinci oltre...

[26] FIORINA
Col mal che Dio li dia a quanti ci sono!

[27] BRUSCA
Non è quella la mia tradittora, la mia mangalda, la mia assassinata d’amore? E che diavolo d’incantamenti fa ella?

[28] CASSANDRA
O diavolo, io credo che tu mi scortichi, non pur radi!

[29] FIORINA
Madonna no!

[30] CASSANDRA
Come no? Son tutta sangue!

[31] FIORINA
Apunto. Che mi dite? È il sputo!

[32] CASSANDRA
Il sputo? Io dico che è sangue.

[33] FIORINA
Vah, vah! Volete saper meglio di me?

[34] CASSANDRA
Non sento io che mi dole?

[35] FIORINA
Non fa caso.

[36] BRUSCA
Questa è veramente cosa da reppresentar in scena: la trista di Fiorina ha acconza di modo questa arcibisavola de la strega, che quando io la incontrasse non avendo veduto l’effetto, non mi darebbe a creder settanta profetti che ella non venisse di strighezzo, e passutassi di sangue umano. Io so che la mangalda circa di me: ma ponete voi ben mente a questo tratto.
O putana nostra!

[37] FIORINA
Madonna, ecco Brusca.

[38] CASSANDRA
Brusca, di’ tu?

[39] FIORINA
Brusca, sì.

[40] CASSANDRA
Ove è egli?

[41] FIORINA
Non lo vedete colà come il passeggia tutto irrato?

[42] CASSANDRA
Nasconditi, ch’io vo’ udir ciò ch’el dice.

[43] BRUSCA
Pacienzia, posso ben dir ch’io nacqui sotto tristo pianetta. Li altri godono, e io peno, spasimo e tribulo.

[44] CASSANDRA
Ohimè, che novità son queste?

[45] FIORINA
Oh che tristo, che tristo! Questa è rasa certo.

[46] BRUSCA
Va’ di’ ch’io sia como qualcun altro, che abbi loco alcuno ove ricorere, como Ortica, che è amato da la padrona sua! Ella non li manca mai ne’ bisogni.

[47] FIORINA
Oh che tristo ti faccia Iddio!

[48] BRUSCA
E fusse egli almeno un pari mio! Egli è guerzo, piccolo, e io son chi sono.

[49] FIORINA
Tu dici più che vero, che tu se’ chi sei.

[50] BRUSCA
Io ben fatto, giovane, gagliardo, bel parlatore...

[51] CASSANDRA
Tutti questi mi sono coltelli; e’ dice il vero.

[52] BRUSCA
...ballarino, cantarino...

[53] CASSANDRA
Eh, queste cose non sono di molta importanza.

[54] FIORINA
O forca, forca, intertienti!

[55] BRUSCA
Ma io ho deliberatto partirmi como disperatto e andar in campo a farmi amazzar como una bestia, e così sarà sazia la mia fortuna. Ad ogni modo io non ho chi mi ami in questo mondo.

[56] FIORINA
Il piange, il gaglioffo!

[57] CASSANDRA
Questo non farai già tu, o Brusca.

[58] BRUSCA
Chi mi chiama?

[59] CASSANDRA
La tua padrona, la tua serva, la tua mamma...

[60] BRUSCA
Eh, non più, che mi cavate il fegato! Il fegato mi cavate, ohimè...

[61] CASSANDRA
Ohimè, ohimè...

[62] FIORINA
Oh che venga quella ruina ne li fatti vostri, che non se ne trovi sementa!

[63] BRUSCA
Lassatemi stare, ch’io voglio morire.

[64] CASSANDRA
Eh, non morire, ch’anch’io vorò morir teco.

[65] BRUSCA
Lassatemi, vi dico.

[66] CASSANDRA
Deh, dolce il mio Brusca, che ti è incontratto? Ché non lo di’ tu a la tua cara Cassandra?

[67] BRUSCA
Io non lo posso dire.

[68] CASSANDRA
Como che non puoi?

[69] BRUSCA
E quando io lo dicesse, che sarebbe?

[70] CASSANDRA
Sarebbe ch’io farei ogni forzo per trarti di queste angustie.

[71] BRUSCA
Volessello Iddio!

[72] CASSANDRA
Io ti dico che lo farò.

[73] BRUSCA
Io vi dirò; ma, di grazia, mandate Fiorina di sopra.

[74] CASSANDRA
Fiorina!

[75] FIORINA
Madonna.

[76] CASSANDRA
Va’ di sopra e conza i letti, sai?

[77] FIORINA
Madonna sì.

[78] BRUSCA
Basciatemi prima ch’io cominci, e addolcite quello amaro che mi uscirà di bocca.

[79] FIORINA
Io vo’ veder questo assassinamento. Se tu crepassi!

[80] CASSANDRA
Comincia, bocchina mia vermigliuzza...

[81] BRUSCA
Madonna, a fe’, che sarà meglio ch’io taccia, e tener la mia miseria in me senza ch’io desturbi la Signoria vostra.

[82] FIORINA
O sceleratto sopra i scelerati!

[83] CASSANDRA
Io voglio che lo dica ad ogni modo.

[84] BRUSCA
Io non farò troppo lunga diceria, ma io vi dirò che di tre cose mi è forza ellegger la manco trista: o andar in preggione, o fugir di questa terra, o trovar diece scudi per un certo mio effeto, e basta.

[85] FIORINA
Siamo al ponto!

[86] CASSANDRA
Dunque tu prendi così poca sicurtà di me tutta tua, che temi ch’io non ti abbi a socorer di così poca quantità, quasi ch’io non ti avesse sovenuto di molto più?

[87] BRUSCA
Signora no, anci perciò non mi arischiava, conosendo tanti beneffizii da la Signoria vostra.

[88] CASSANDRA
E pur dicevi da te che non hai dove ricorere, e ti lamenti.

[89] BRUSCA
Oh, questo è modo di sfocar la colera.

[90] FIORINA
Altrove ti bisogna sfocarla!

[91] CASSANDRA
E più, che ti dolevi di me.

[92] BRUSCA
Il non importa, vi dico; ancora li boni cristiani ne le còlore bestemiano Iddio, e spinta quella ira fanno riverenza e adorano non solo Lui, ma la sua imagine ancora. E Pietro negò il suo maestro tre volte, poi si pentì e pianse.

[93] CASSANDRA
Orsù, io te voglio e perdonare e soccorrere: eccoli, piglia questi diece scudi.

[94] BRUSCA
Per niente io non li voglio.

[95] FIORINA
Chi vidde mai imitar meglio, como è proverbio volgar, li medeci? “Io non voglio!”.

[96] CASSANDRA
Pigliali, se mi ami.

[97] BRUSCA
Oh, ringrazio la illustrissi[ma] Spettabilità de la Signoria vostra, ma... eh, Dio...

[98] CASSANDRA
Che vòi tu dire?

[99] FIORINA
Qualche cosa di novo.

[100] BRUSCA
Basta, io non vorrei esser tenuto mala lingua.

[101] CASSANDRA
Che parlari son questi?

[102] BRUSCA
Io non posso raggionare.

[103] CASSANDRA
Io voglio ch’ad ogni modo tu dica.

[104] BRUSCA
Sapete che quel’ingrataccio di Afrone - Dio mi perdoni, che io non dico per por scandolo fra voi dui, che ciò non è mio costume - è in procinto di trovar denari per comprar Dorotea?

[105] CASSANDRA
Como troverà denari s’io gli ho tolta la libertà de maneggio?

[106] BRUSCA
Basta, non siano mie parole. El si dovrebbe ben vergognare aver una tal donna como la Signoria vostra, che sarebbe bastante non a lui, ma a una zurma di galea, e va cercando, como si suol dire, il garbo nel zucaro.

[107] FIORINA
Aiutatti, lingua!

[108] CASSANDRA
E sì è como tu mi dici?

[109] BRUSCA
Peggio ch’io non vi dico: ma se faceste a mio modo...

[110] CASSANDRA
Che farei?

[111] BRUSCA
Gliene dareste un carco.

[112] CASSANDRA
Como potrei fare? Egli è più forte di me.

[113] BRUSCA
Io per me vi aiuterei, ma con tutto ciò mostrando di esser mediatore...

[114] CASSANDRA
E così farai?

[115] BRUSCA
Ma eccolo di punto.

[116] CASSANDRA
Deh, mira che gioiello!

[117] BRUSCA
Udite, mostrate di gridar meco per gelosia ch’io li sia ruffiano.

[118] CASSANDRA
E tu ancora, tristo, sei il mezzo, eh?

[119] BRUSCA
Io? Se io ne so nulla, ch’io non vi veda mai con gli occhi!

[120] FIORINA
Né col naso ancora!


[121] Scena seconda: messer Afione, madonna Cass[andra], Brusca e Fiorina
 
AFRONE
Chié rumuri, chié rumuri?

[122] CASSANDRA
Il mal che Dio ti dia!

[123] BRUSCA
Padrone, voi sète venuto a ora. Io era impazzato: rnadonna mi sgrida, minaccia, ché dice ch’io vi son ruffiano con Dorotea.

[124] AFRONE
Chié vu me xé ruffià?

[125] CASSANDRA
Sì, doloroso, sì, ch’el ti è ruffiano.

[126] AFRONE
No te descular tando, no, varda chié l’amur chié ti porti andosso per mi no te ’ganna.

[127] CASSANDRA
Ancor hai ardir di apprir la bocca?

[128] BRUSCA
O partitela fra voi!

[129] CASSANDRA
A questo modo mi tratti, scelerato? Questo è il benefizio che hai ricevuto da me? che eri in pedocchi, nudo, nudo io ti tolsi, che mi avess’io fiacato il colo in quel giorno!, e ti ho fatto quello che sei.

[130] BRUSCA
Tu l’hai fatto sì, una bestia!

[131] CASSANDRA
E ora mi dài cotal guidardone, che per una meretrice mi usi questi tratti, la quale cerchi comprar col sangue mio?

[132] AFRONE
Cando ti averà barlaon bé, anga mi tucherà barlar poco.

[133] CASSANDRA
E che puoi tu dire? Dirai tu forse ch’io non sia da bene e ch’io sia una putana?

[134] AFRONE
Chi ten disi cundrario?

[135] CASSANDRA
Io sono una donna da bene, al tuo dispetto.

[136] AFRONE
Vun disi cosa chié non disin mi.

[137] CASSANDRA
A proposito, ch’el mi vien voglia di cavarti gli occhi!

[138] AFRONE
La bogia xé ca? No menar, mugieri...

[139] CASSANDRA
Ch’io non meni, an?

[140] AFRONE
Brunza, tienla!

[141] BRUSCA
Padrone.

[142] AFRONE
Oimena, aimena!

[143] BRUSCA
Eh, padrona, padrona...

[144] AFRONE
Aìdame, Brunza!

[145] CASSANDRA
Da’ qua una pantofola, ch’io te la voglio bater tanto sul viso, tanto sul viso...

[146] BRUSCA
O gran diavolo, io credo che la gli vol cavar gli occhi col pisso.

[147] AFRONE
Oimì, oimì, oimì...

[148] CASSANDRA
Togli questo ricordo!

[149] AFRONE
Brunza!

[150] BRUSCA
Padrone, io son qui.

[151] AFRONE
Aìda, chié mi xé tudo ’macao!

[152] BRUSCA
Levate, se potete.

[153] AFRONE
Chié te par de chesta bestia cul fado mio?

[154] BRUSCA
Se vale a dir il vero, mi par peggio che male.

[155] AFRONE
Oh grami chelli chié pìano de cheste cavalazze per mugieri, co’ fado mi!

[156] BRUSCA
La moglie perversa è una mala bestia, padrone.

[157] AFRONE
Savé bé mi chié provo e sendo chesto so diavulesco canto figurao!

[158] BRUSCA
Ma da l’altro canto io non me ne maraviglio.

[159] AFRONE
Perchié?

[160] BRUSCA
Perché volete così.

[161] AFRONE
Mo chié vusto chié fanza?

[162] BRUSCA
Io voglio, over vorei, che l’aveste presa per il colo e avergliene dato una pesta.

[163] AFRONE
Besogna poderi; cando mi xé de sutto no posso vegnir de sura, intendi?

[164] BRUSCA
Avermi fatto un cenno, ch’io vi aiutava, e come! Non è vergogna, s’el si saprà?

[165] AFRONE
Xé vero, mo se pensava chesto, se pensava...

[166] BRUSCA
Ecco che la torna, fatte animo.

[167] CASSANDRA
O vergogna degli omini, così si fa, eh?

[168] AFRONE
Va’ co Dio, mugieri.

[169] CASSANDRA
Ch’io vadi con Dio? Mi sento scopiare s’io non mi vendico meglio.

[170] BRUSCA
State a dietro, padrone, e voi, madonna...

[171] CASSANDRA
Ahi, cane rinegato!

[172] BRUSCA
Non fatte, non fatte, a chi dich’io? Padrone, ove avete il senno?

[173] AFRONE
Chié senno? Vederasto mo chié mi xé de sura.

[174] BRUSCA
Or fatte voi, ch’io non posso veder cotali cose.

[175] AFRONE
Ah tradidora, chesto xé gnendi, lassa puri chié te rederòn bela culnesó, vederastu!

[176] CASSANDRA
Aiuto, aiuto! O Brusca, o Fiorina!

[177] FIORINA
Io vengo, induggiate un poco...

[178] AFRONE
Carteri, carteri, nà idìs lìgora se te farò ’l mio vedeta!

[179] FIORINA
Padrona, che rumore?

[180] CASSANDRA
Tu fuggi, ah, scellerato? tu fuggi! Brusca, onde cori?

[181] BRUSCA
Ove è egli? Io era corso in piazza a chiarnare il barigello, ch’io lo volea far prender. Ov’è egli gito?

[182] CASSANDRA
Ohimè, io non lo so; tu mi lasciasti in gran travaglio.

[183] BRUSCA
Io vi dirò il vero: io mi fuggì’ perciò ch’io non potea sofferir veder a batter quel mio viseto inzucherato.

[184] FIORINA
Vate con Dio, che tu gli hai inzucherati a tuo modo!

[185] BRUSCA
E poi fra marito e moglie l’omo non si vorebbe mai porre.

[186] CASSANDRA
Orsù, viemmi dietro, ch’io vo’ ragionar alquanto teco di que sto caso. Prendi li miei zoccoli, Fiorina.

[187] FIORINA
Signora sì, andate a sborar la colera con Brusca, fin tanto.


[188] Scena terza: Ortica, Famelico e Bolcetta
 
ORTICA
Io son certissimo, spettatori, che quel tristo di Brusca con l’astuzia sua, per mezzo de la quale Afrone e Cassandra si sono amoreggiati como si amoreggiano gli asini, vi averà levato del capo il fatto mio, tal che non li avete pensato. Perciò io non dimanderò ad alcuno di voi che mi consigli, né meno fin qui ritrovo principio, mezzo o fine: ma che, iovo come l’uccelatore mirando ne l’aria e su per le frasche s’io veggo uccello al quale io possi spenger dietro il falcone, il qual ho nel pugno, senza capello, disioso di preda. Ma taci, Ortica, che la porta di Famelico ruffiano fa strepito... Non bisogna ch’el mi veda.

[189] FAMELICO
Portami indietro il fiasco, hai tu inteso?

[190] BOLCETTA
Come dite?

[191] FAMELICO
Che tomi il fiasco.

[192] BOLCETTA
Guardate como parlate, che fiasco è mal augurio a nominario avanti l’Ave Maria.

[193] FAMELICO
Fa’ pur ciò ch’io ti dico; e così il piatto.

[194] BOLCETTA
Sarà fatto.

[195] FAMELICO
Ohimè, como il porti sgraziatamente! Alza così il braccio.

[196] BOLCETTA
Non fate, padrone!

[197] FAMELICO
Che hai tu qui sotto?

[198] BOLCETTA
È un ballon da pugno.

[199] FAMELICO
Oh, questo è che mai non torni quando io ti mando per serviggi, che ti intertieni a giocar!

[200] BOLCETTA
Sì! io lo porto a conzar, che Panfilo me lo cornesse.

[201] FAMELICO
Col mal che Dio ti dia! O va’, e torna tosto, acciò che tu vada a spender per disnar; e se tu incontrassi quel tristo di Ortica, non ti intertenir seco per nulla.

[202] BOLCETTA
Che ho a far seco io? Il mi è tutto in grazia, quel ciarlatore. Ad ogni modo un giomo, un giorno...

[203] FAMELICO
Va’ in fretta.

[204] BOLCETTA
Signor sì.
Il mi ha detto ch’io vadi in fretta, ma il non mi ha dato il passo del ritorno, poi... Or sta bene, io son qui solo.

[205] ORTICA
Solo? Creggio che tu te inganni che tu sei solo. O Iddio, spira qualche buon vento in questa mia vella, tal ch’io possi scerner in qualche parte il porto.

[206] BOLCETTA
Oh, bene, queste si dimandano frittelle in nostra lingua. Forse che Famelico le ha per conto? Ma se le abbi! Queste saranno le mie. S’io non avesse discrezione egli non l’avrebbe, e anderei a pericolo di farla senza frittelle; ma tanto sa altri quanto altri... È stato bono oriffice chi le fece: altro che ligar gioieli!

[207] ORTICA
Noi siamo a cavallo: questo fa per me.

[208] BOLCETTA
Oh, bene, questo è quanto a la prima parte, dice il predicatore. Saltiamo sopra il fiasco e togliamo stilo dolce a nostro senno: e tutto, e mezzo, quanto ci piace... Questo è un buon vino - e voi siati sani e salvi! -, e farebbe dormir benissimo sanza papavero. Ed eccoti la mia visica ordinaria, la mia compagna, per far il precetto di Cato: “vino te tempera”.

[209] ORTICA
O tristo, re dei tristi! Il si ha recata una visica di acqua per impir il fiasco! Questo non sapevo io già, e mi credea di saperle tutte a fatto. Ma ormai è tempo di dar principio a la tela nostra.
Eh, valentuomo, tu sei qui? Il buon pro ti faccia, per mia fe’; che anco questo ha da saper Famelico tuo padrone.

[210] BOLCETTA
E che tocca a te a farlo saper a Famelico, o buon omo?

[211] ORTICA
A me ne tocca tanto.

[212] BOLCETTA
E poi che frutto ne trarai?

[213] ORTICA
Io ne trarò il frutto ch’io farò la vendeta di mille onte.

[214] BOLCETTA
Quali vendette? Quali onte? So bene che tu mi burli.

[215] ORTICA
O valentuomo, fa’ pur argomento; tu lo saprai s’io burlo.

[216] BOLCETTA
Ma per tua fe’, dimmi di qual onte tu raggioni!

[217] ORTICA
Le onte sono che mai ho potuto aver uno apiacer da te, e pur me ti ho offerto; e quando non altro, ci è stà il buon volere.

[218] BOLCETTA
Oh, il mal fuoco...! Dunque tu sei mercante?

[219] ORTICA
Oh, tu non mi hai per il dritto.

[220] BOLCETTA
Sì, sì, io ti ho inteso.

[221] ORTICA
Io dico che mai non hai voluto darmi tanta comodità ch’io possi raggionar con Dorotea; e pur non vi entrava cosa del tuo.

[222] BOLCETTA
Ben, ben: o quello che non è fatto fin ora, non si potrà fare?

[223] ORTICA
Né perciò mi farai tacere.

[224] BOLCETTA
Fa’ il parer tuo. Ancor ch’io ne raportasse due dozzine di bastonate, che serà poi? Ma a fe’, che se vòi tacer, io farò ciò che tu vorai.

[225] ORTICA
Fallo dunque oggi, e serviti di me in eterno.

[226] BOLCETTA
Da oggi inanti io farò sì che serai contento.

[227] ORTICA
Perché non oggi?

[228] BOLCETTA
Perché il padrone mi ha comesso, a tutti di casa insieme, che per cosa del mondo non raggionamo teco; e se lo sapesse, tristo me, tristo me!

[229] ORTICA
E oggi di punto vorei; e odimi, Bolcetta, fallo, fallo, che beato te!

[230] BOLCETTA
Ohimè, como si potrebbe fare?

[231] ORTICA
Potrebbesi benissimo, quando tu voglia.

[232] BOLCETTA
E come?

[233] ORTICA
Fa’ pur che ti dia il core e che tu voglia farlo, e lassa l’ordinar a me.

[234] BOLCETTA
Dimmi como si potrebbe fare.

[235] ORTICA
Odimi, come io ho benissimo udito ciò che ti ha comesso il ruffiano, e circa il fatto mio e il tutto; ma ultimamente non ti disse egli che tornasti presto, acciò che andasti a spender per non voler partirsi egli di casa, e questo acciò ch’io non vi entrasse?

[236] BOLCETTA
Così, di punto.

[237] ORTICA
Tu anderai dunque, e io fra tanto che tu torni porò ad ordine, trasformandomi a cotal guisa che a gran fatica tu, che sai la cosa, mi riconoscerai; e porterò il cesto a casa.

[238] BOLCETTA
Ohimè, come potrai fare che egli non ti conosca, essendo il portinaio e avendo sospezione del fatto tuo?

[239] ORTICA
Vah, diavolo! E io ti dico che quanto più mi guarderà, meno mi conoscerà, vuoi tu altro?

[240] BOLCETTA
A fe’, ch’io non mi arisco.

[241] ORTICA
O che tu vòi o che tu non vòi: se tu vòi espedissiti, se anco non, similmente.

[242] BOLCETTA
Io vorrei, sì, ma...

[243] ORTICA
Ma fa’ ciò ch’io ti dico, ed eccoti dui giulii per un paio di scarpe. Toglili, ma fa’ che tu sii omo da bene.

[244] BOLCETTA
Ogni lassata è persa; meglio è riscar e perire che non riscar e pentire.

[245] ORTICA
Ho io a star molto?

[246] BOLCETTA
Non molto.

[247] ORTICA
Va’, dunque.

[248] O Fortuna dea, se mai aiutasti alcuno ne le imprese ardue e difficili, non mancar ora al tuo Ortica, acciò ch’io col mezzo tuo e de la sagacità mia, io possi portare quella corona di che meritamente si possono coronar li tristi. O beato padrone, se il mio pensiero giunge là dove ho disegnato! Voialtri ponete ben mente se mai udiste caso più novo di questo, acciò possiate far giudizio de la sufficienzia mia; ma per Dio, non dite cosa alcuna al ruffiano, perché sconzaresti il tutto.




[250] Scena quinta: Brunello, Flaminio e Antilla
 
BRUNELLO
Vah, e io vi dico ch’io ho fatto di più che non mi avete detto; voi mi fareste oggimai uscir de’ gangheri!

[251] FLAMINIO
Non te incollorar così, Brunello; ove vai? Ecco come Amor rni fa servo del mio servo Brunello.

[252] BRUNELLO
Che vi piace?

[253] FLAMINIO
Deh, perché non puoi tu supportar le parole mie? E se pur sono pungenti, incolpane Amore.

[254] BRUNELLO
Che volete voi ch’io sopporti, quando io vi dico che io gli diede la litera e il colletto in mano propria? Ve l’ho pur detto cento volte.

[255] FLAMINIO
Oh, importa tanto se me lo dirai cento e una?

[256] BRUNELLO
Pur lì!

[257] FLAMINIO
E poi che ti diss’ella? Se è possibile, dimostrami non pur le parole, ma tutti i gesti che Antilla fece ne l’accetarli, e sii certo ch’io ne abbi a prender quella allegrezza che ne la sua presenzia averei presa. Questo che importa a te?

[258] BRUNELLO
Oh, importa poco; ma voi sète, perdonatemi, troppo importuno.

[259] FLAMINIO
O Cupido, perché non traffiggi con una tua saetta il core a costui, acciò che egli conosca che cosa sia Amore?

[260] BRUNELLO
Maisì, di punto.

[261] FLAMINIO
Alora io desidererei esserti servo per cibar il cor tuo di quello assenzio ch’ora nudrisce il mio.

[262] BRUNELLO
Voi mi fate una compassione, ch’io son tutto cangiato di volontà, e vo’ dirvi il tutto: attendetime.

[263] FLAMINIO
Deh, sì, di grazia.

[264] BRUNELLO
A pena era io entrato in casa quando madonna Antilla, venendomi incontra con le braccie aperte e con le lacrime agli occhi, dissemi “Deh, Brunello, dove è il mio tanto amato, tanto desiderato Flaminino, quello cui solo adoro?”.

[265] FLAMINIO
Ahimè, che tu m’acori!

[266] BRUNELLO
Ecco, ecco che noi siamo al solito su le nostre: voi volete far il passio.

[267] FLAMINIO
Segui, di grazia, caro Brunello.

[268] BRUNELLO
A che debbo farvi piangere?

[269] FLAMINIO
Eh, che queste lacrime amorose sono in tutto differenti da l’altre lacrime...

[270] BRUNELLO
Oh, questo Vorei saper.

[271] FLAMINIO
Tutte le altre lacrime vengono d’amaritudine, ma quelle de li inamorati nascono da dolcezza.

[272] BRUNELLO
Io ve lo voglio creder questa sola fiata.

[273] FLAMINIO
Segui.

[274] BRUNELLO
“Il vostro Flaminio”, diss’io, “manda questo dono a la sua Antilla, a quella che egli ha di continuo sculpita nel core con quel scalpello con che Amor sculpisse le imagini amate ne li petti de li amanti”.

[275] FLAMINIO
Io non posso creder che altri che Amore ti dettasse così dolci parole. Dimme, che ti diss’ella?

[276] BRUNELLO
Nulla.

[277] FLAMINIO
Como nulla? Dunque non l’ebbe per accetto?

[278] BRUNELLO
Signor sì, ma non puoté ella rispondermi a la proposta, tanto le soprabondò la letizia; e vi giuro, padrone, che mentre io la miravo, attendendo pur ch’ella mi rispondesse, io vi vedeva uscir dagli occhi le fiamme, i dardi e le facelle amorose.

[279] FLAMINIO
Non più, non più oltre, non più...

[280] BRUNELLO
Oh, questo è ch’io dico; s’io vi dicesse il restante andaresti a pericolo di andar in estasi.

[281] FLAMINIO
Ella mi ama, dunque?

[282] BRUNELLO
Ella vi adora, non pur ama.

[283] FLAMINIO
O felice Flaminio, quanto sei tenuto a rengraziar la buona sorte, e Amor insieme, che ti hanno levato a tanta felicità e a tanto bene! Al fin fine, che ti diss’ella?

[284] BRUNELLO
Che doveste passar da la casa con quella secretezza più possibile, tanto che almeno ella vi vedesse, e che avertiste che Famelico non si accorgesse, perché lui non ha piacer ch’ella vi ami.

[285] FLAMINIO
Ahi tristo ruffiano, mai non serà vero che egli sia turbator di uno così dolce amore.

[286] BRUNELLO
Ma io fischiarò a buon risco.

[287] FLAMINIO
Sì de grazia, e scori.

[288] BRUNELLO
Ecco, ecco, padrone!

[289] FLAMINIO
Signora, io fo riverenzia a quella beltà, a quella cortesia che è in voi sola, e sola merta essere riverita.

[290] ANTILLA
E io fo il converso, messer Flaminio mio gentile.

[291] FLAMINIO
Serà mai ch’io possi dir a me stesso: “o felice Flaminio, dominator di Antilla, essempio di beltà, di gentilezza e di cortesia”?

[292] ANTILLA
Questo sta a la Signoria vostra, e lo desidero più caldamente di voi. Io, o signor, non mi trovo scudo che mi assicuri da queste così dolci, così cortesi e così argute ferite, ma io mi riserbo con più aggio a far dimostrazione di quello ch’io non posso esprimer; e quando fia vero che mi amate, io non dirò quanto io amo voi, ché ciò non è possibile, ma una poca parte, troverete il luoco, il tempo e il modo di far ciò che voi dite. Ma perdonatime, o ben mio, ch’io odo Famelico e non posso esser più con voi; ma io mi vi offerisco schiava.

[293] FLAMINIO
O Iddio, o Iddio, o Iddio! Che non può far Amore?

[294] BRUNELLO
Padrone, padrone, oh là, affrettati, affrettati, vieni...


[295] Scena sesta: messer Afrone e Spadano
 
AFRONE
Avé pardìo realmendi?

[296] SPADAN
Potta, che me la farì attacare al maor te la ca’! Massier Sì.

[297] AFRONE
No te cularar, perchié tutti besogna vederi la fado so.

[298] SPADAN
Mo quando a’ ve dighe de sì! No gièrale deseotta cavre e ’l becco, massiere?

[299] AFRONE
Così giera.

[300] SPADAN
Oh, sea laldò massier Iesum Dio! Mo ben, a’ he partìo: una càvera vu e una càvera mi, e così è andò ungualo inchinamen al becco, massiere, che v’è tocò a vu.

[301] AFRONE
Dunga tucherà mi la becco, ah?

[302] SPADAN
Massier sì, al piaser de la vostra Spadabilitè.

[303] AFRONE
Xé defferenza gnendi, del cavre del becchi?

[304] SPADAN
Co’, cancaro? Mo que cancaro disìu, massier? L’è pì in prisio i bicchi che i fusse mè.

[305] AFRONE
Chié vol diri, no se pol trovari?

[306] SPADAN
Massier sì, pooooh! El se ne cata assè più ch’el no è striuli al tempo de l’ua; mo ol ghe n’è de pì fatta.

[307] AFRONE
Como?

[308] SPADAN
Massier sì: ol ghe n’è che magna, e sì ol ghe n’è che dà da magnare; ol ghe n’è che ciga, ol ghe n’è che no ciga; ol ghe n’è che fa furto, e sì ol ghe n’è che no fa furto.
AFRONE Vu me disi tande, tande rasó de cheste bestie, frandello, chié mi plio avé aldìo diri.

[309] SPADAN
Ol xé la bella biestia un becco, massiere.

[310] AFRONE
Mo cal xé plio bello? Crendo chié xé chello chié avé el plio bello corne, ah?

[311] SPADAN
Mo massier sì; tament[r]e ol ghe n’è assè che le no se ghe ve’.

[312] AFRONE
Chién disi vui, chié no se vende?

[313] SPADAN
Mo massir no.

[314] AFRONE
Chelli che no se vende xé orbi, no xé becchi.

[315] SPADAN
Co’, cancaro? No, mo fosséu cusì vu in vostro servisio imperaore!

[316] AFRONE
Dunga la mio sarà de bun sorte, an?

[317] SPADAN
Potta de me’ pare! L’è la più bella biestia, massiere, la più bella biestia, massiere, che viìsi mè in lo roverso mondo.

[318] AFRONE
Basta del becco, di’ mo del cavra, frandello.

[319] SPADAN
Mo de le càvere, a’ ve dirè, el v’è tocò la càvera veoa veggia: l’è una biestia così fatta, vì’; abbieghe a mentre perqué la no faga el furto fuora del cortivo.

[320] AFRONE
Oh, de chesto farò bé bò varda mi.

[321] SPADAN
Mo a’ ve l’he ditto, mi; fè mo vu el vostro parere.

[322] AFRONE
Mo duve xé? Unde avé portao?

[323] SPADAN
Le è lievelò de fuora in pascolo; con a’ le vorì fèmelo assaere, ché anarò de tirò a tuorle.

[324] AFRONE
No xé pressa, no. Dunde va vui andesso?

[325] SPADAN
Oh, a’ vago... A’ vorae imprima anare a bevere a ca’ vostra de vu.

[326] AFRONE
No adar, chié no xé gnesù dendro.

[327] SPADAN
O’ cancaro ègi anà?

[328] AFRONE
Madonna xé andao sul pèrdica.

[329] SPADAN
Oh, cancaro a i preicaori sluteriani!

[330] AFRONE
No dir cusì, chié ti fa picao. Pia chesto marcello e va’ in chesto menzo su la osto per mur mio e fa’ culazió; e buo turna presto, chié sarò su le bullete.

[331] SPADAN
Massier sì, mo a’ vegnerè ontiera.

[332] AFRONE
Recòrdate, no adar dal mio mugieri per una mio bun despetto, me avé iteso?

[333] SPADAN
Potta, se a’ v’he intendù! Che criu, que supia un cogiómbaro? Laghè far a mi, dighe. Moa, stè in gruolia.

[334] AFRONE
Varda chié mondo forduna me vuol ’idari! Amanco truasse Brunza andesso per far cusegio, chié xé vegnùo sul tembo cheste cavre! Tucherò pur chesti dinari, chié me cumbrarà la mia dulci, bella Dorotea, zucaro... Mo senza Brunza no posso far gnendi, e anghe per cunzar chel custió de chel diavolo del mio mungieri. No vogio adar sul casa per mur de ella; andarò de ca, fursi trovarò a Sa Zorzi.


[335] Scena settima: Bolcetta e Famelico
 
BOLCETTA
Meraviglia che il scellerato di Ortica non sia quinci oltre ad aspettarmi! Tamen il deve esser ito a trasvestirsi. O Iddio, pur che io non colga qualche cosa fuor di proposito... Ma se io ben li penso, sempre io sarò scusato che io non lo conosseva. Oh, egli è tristo, oh, egli è tristo! Che diavolo vorà far egli in casa nostra? Facciassi un poco il peggio ch’el si sa, di grazia; ad ogni modo io non ho ad ereditar la roba di Famelico.
Aprite, o di casa, aprite!

[336] FAMELICO
Aspetta, oh là, che a me toca esser il portinaio per tutt’oggi.

[337] BOLCETTA
Eccovi il fiasco e il piatto: il vi ringrazia.

[338] FAMELICO
Il serviggio dunque è pagato col ringraziarmi? Non se ne de’ aspettar altro?

[339] BOLCETTA
Questo non so.

[340] FAMELICO
Vien di sopra, ch’io voglio che tu vada a spender, e dubito che l’ora non sia tarda.

[341] BOLCETTA
Apunto è ancor a bon’ora.


ATTO TERZO


[1] Scena prima: Ortica, Eustrato e Barbon
 
ORTICA
Io vorei pur veder Bolcetta prima ch’io procedesse più oltre, acciò ch’io non contrafacese tutt’oggi il fachino in beccaria, e ch’egli, giocando del tristo, non mi facesse una qualche natta, imperò che egli non è molto ben batteggiato. Ma chi serà costui che fa la civetta attorno queste porte, e quasi non vorebbe esser veduto? Io mi delibero de intender il fatto suo, se gli è possibile.

[2] EUSTRATO
Barbun, e’ se vorave dumandari chesti ca dove sta chesto Famelica; mo ’vertesi chié no sian ditto chié mi xé Epidimo Magrimi, perchié mi xé bandizao de chesta terra, como ti savéu.

[3] BARBON
Forse ch’el bisogna che mi avertite di questa cosa? O padrone, chi serà costui?

[4] EUSTRATO
Dumandalo.

[5] BARBON
Fratello, o fratello!

[6] EUSTRATO
O chié xé surdo, o chié xé muto.

[7] BARBON
Fratello, a proposito...

[8] EUSTRATO
Faghe del cigno, faghe de l’occhio!

[9] BARBON
Eh, eh, be, eh!

[10] ORTICA
Dite forte, ch’io son sordo.

[11] EUSTRATO
No ten ditto mi chié xé surdo chieste bestia? Parla pliò forte, va’ sutto ’l so ’recchia.

[12] BARBON
Dove sta Famelico?

[13] ORTICA
Chi Famelico?

[14] BARBON
Il roffiano.

[15] ORTICA
Ah, ah, signor sì, mio padrone.

[16] BARBON
È tuo padrone il roffiano?

[17] ORTICA
Sì, è.

[18] EUSTRATO
Chié vendura del pundo!

[19] ORTICA
Volete venir a lui?

[20] EUSTRATO
Nè, sì, sì, ’spetta poco. Amì [al]di, Barbugni: besogna adari su l’ostaria e ’tender poco se xé ca angora chie[l] cavalo chi’apecchì veder puo se poso ’tenderi de chiesto messer Polito Stanga.

[21] BARBON
Come volete intender di lui, se non sapete chi ei si sia?

[22] EUSTRATO
No ’porta gnendi, ello me scrito purasà ledera del so mà; amè bisognari, se besogna, mi vegnir in chiesta terra chié no façça falo de adar truvar ello, perchié desidera mustrar chié xé mio ’mingo.

[23] BARBON
Voi volete esser tanto secretto, e farete che costui saprà il tuto.

[24] EUSTRATO
Apundo e’ xé surdo, chiesta bestia.

[25] BARBON
Sta bene; ma avete fato mai appiacer alcuno a questo messer Ippolito?

[26] EUSTRATO
No, chié mi savéu, gné mango mi visto; mi no so per chié mondo, per chié via me cognusi en dise chié avén buo recevùo bonaficio dal mi.

[27] BARBON
Oh, questo è il bel caso! Como farete dunque voi?

[28] EUSTRATO
Mi dumandarò messer Polato Staga, e fuse anga scundrarò sul pianza; ogni mondo mi no xé trompo cognosùo per badizzao.

[29] BARBON
Che volete ch’io faci fra tanto?

[30] EUSTRATO
Vu adarà cu chiesto bestia.

[31] BARBON
Benissimo, per Dio.

[32] EUSTRATO
Dove corastu?

[33] BARBON
Con lui.

[34] EUSTRATO
A far chié?

[35] BARBON
Andarò con lui.

[36] EUSTRATO
En puo?

[37] BARBON
E poi... che so io?

[38] EUSTRATO
Ti cumenza, andé cu ello a trovar chiesto Famelica; cognosse vui?

[39] BARBON
Como volete ch io lo conosca s’io non lo viddi mai?

[40] EUSTRATO
Chiesto surdo tel menerà, e sì tin dirà: “Famelica, Eustrato Cazzamali dal Zande xé in chiesta terra per chelli venticinque scudi per piar Dorotea e purtar cu ello”.

[41] ORTICA
O Iddio, che ventura!

[42] EUSTRATO
Avé iteso?

[43] BARBON
Signor sì; e poi?

[44] EUSTRATO
En po vien sul pianza e s’ti no tronvi mi sul pianza viè su chiela ostaria de le Béttulle, mo varda chié no te intenda calche gnessù chié mi xé Epidimo Magrimi del Patrasso, amì di’ sembre chié mi xé Eustratto Cazzamali del Zandi, perchié no fusse piao e menso in la presó, gricàsme?

[45] BARBON
Oh, voi lo direte tante fiate che lo farete intender d’avantaggio.

[46] EUSTRATO
Ah, chié xé ca gnessù chié me alde? No me alde gnessù aldri chié [chie]sta bestia surda che no aldireva la lubarda. A chin digo mi, ah? Oh là, ti no aldi, no? Oh là!

[47] BARBON
Al muro.

[48] EUSTRATO
Frandello...

[49] ORTICA
Che dite?

[50] EUSTRATO
Credo chié sarave la galande ruffià.

[51] BARBON
Sì, sì, andiamo a Famelico.

[52] ORTICA
A Famelico?

[53] BARBON
Sì, andiamo.

[54] EUSTRATO
No te smentigar, per to fe’; mi vago de ca.

[55] BARBON
De ove sei?

[56] ORTICA
Io son qui.

[57] BARBON
Il mal che Dio ti dia! Di ove sei?

[58] ORTICA
Io son qui, dico, no me vedi?

[59] BARBON
Io dico: di che luoco sei?

[60] ORTICA
Ahan, ahan... ora t’ho inteso! Mio padre era cingano, e mia madre albanese.

[61] BARBON
Per Dio, tu sei di razza! Com’hai tu nome?

[62] ORTICA
Falla-a-tutti.

[63] BARBON
Falla-a-tutti? Diavolo, a me no la farai già.

[64] ORTICA
Che dite?

[65] BARBON
Non dico altro.

[66] ORTICA
Andiamo di qua.

[67] BARBON
Ove?

[68] ORTICA
Non, diavolo, di qua... Vah, egli è pur meglio di qua.

[69] BARBON
Noi faremmo bene, se tu non saprai ire a casa!

[70] ORTICA
Oh, ecco apunto Famelico.

[71] BARBON
Ove?

[72] ORTICA
Famelico, o Famelico!


[73] Scena seconda: Lionello, Ortica e Barbon
 
LIONELLO
Che cosa serà mai questa? Costui mi chiama Famelico, e ha seco un forestiero. Qui bisogna mettervi del buono...

[74] ORTICA
Famelico, padrone!

[75] BARBON
Buon giomo, Famelico! Se tu sei esso, però.

[76] LIONELLO
Sì ch’io son desso.

[77] BARBON
Io ti anunzio dunque la venuta di Eustrato dal Zante soldato, il quale ti ha portato il denaro che sarà prezio di Dorotea.

[78] LIONELLO
Oh, oh, pur ora ti ho conosuto! E stavo dinanzi alquanto suspeso, non sapendo altrimenti chi tu ti fossi.

[79] BARBON
Io me ne accorsi.

[80] LIONELLO
Ma che è di Eustrato?

[81] BARBON
È gito fino a l’osteria, e comisse a questo sordo che mi menasse a te, acciò potesti far provisione e anonziar la nova a la fanciula, caso che ella avesse cosa alcuna da preparar inanzi la partita sua.

[82] LIONELLO
Sia egli il benvenuto; tu fra tanto ne verrai meco a far un po’ di colazione.

[83] BARBON
Il non serà male. Ordina a questo sordo che, caso che egli lo vedesse, li dica ch’io sono a casa tua, ch’io per me ho gran fatica a cazzarli parola nel capo.

[84] LIONELLO
Tu non odi?

[85] ORTICA
Che dite?

[86] LIONELLO
Se vedi...

[87] ORTICA
Più forte!

[88] BARBON
Voi devete aver gran fatica a raggionar con lui.

[89] LIONELLO
Sì bene, ma ti dirò, io raggiono le più volte seco con cenni. Se vedi il padrone di costui, digli ch’io lo meno a casa meco, e quivi l’aspettiamo.

[90] ORTICA
Sì, sì, sì.

[91] LIONELLO
Ma odi, va pur inanti che io ti seguo.

[92] ORTICA
Padrone, il ponto sta qui: serate costui in luoco ove egli non esca fin tanto ch’io non ho fatto algune operazioni, overo fatte che Siro lo intertenga a ragionamento con tal modo che egli non se ne guasta, che voi averesti guasti tutti li fatti vostri e miei; e tornate tosto al banco, ch’io v’aspetto or ora.

[93] LIONELLO
Serà fatto.

[94,1] ORTICA
Segueti dunque l’amico.

[94,2] O Mercurio, iddio de li tristi e patre de le astuzie, io non ti dimando i talari o il caduceo, perché senza esso saresti forse meno di me, ma sì bene un qualche soniffero di adormentar il ruffiano prima, dapoi Epidimo e il servo, il qual fin ora avrà preso l’oppio. Or bene, ora vedrò se Lionello avrà ne li suoi studii imparato tanto ch’el si sapi intertener con questo greco fingendo d’esser messer Ippolito, e sarà facil cosa, non lo avendo egli mai veduto, secondo ch’egli ragionava col servo.

[94,3] Brigata, ponete ben mente quanti travagli ordirà questa sera il vostro Ortica, ed è per reuscir vittorioso in tutti! Vo’ non mi vedrete più in questo abito, ma caso che vedete un fachino muto e pazzo dite: “Questo è Ortica”. A Dio!


[95] Scena terza: Brusca e messer Afrone
 
BRUSCA
Non glielo fate pur saper voi, che per me non lo è per sapere se non Iddio e il mondo.

[96] AFRONE
Crendestu chié cheste cavre, Brunza, averà spazamendo andesso?

[97] BRUSCA
Io non so; se fusero becchi sì, perché ora è la lor staggione.

[98] AFRONE
Avé angora la becco, mi.

[99] BRUSCA
Non lo so io? Dunque che si ha a fare?

[100] AFRONE
Besogna pissar mengio. Credestu vui chié Famelica farà chesto baratto?

[101] BRUSCA
Di che?

[102] AFRONE
Del Dorotea cu tande cavre.

[103] BRUSCA
Io non so se uscendo di bestie egli volesse entrar in bestie.

[104] AFRONE
In cal bestie, Brunza?

[105] BRUSCA
Sì, bestie, padrone; cambiar vacca in capre.

[106] AFRONE
Vacca dendro ’l cavra? No xé possibele! Vu sburla, nevero?

[107] BRUSCA
Anzi, pur voi! Ma molto meglio sarebbe il veder di venderle a contanti.

[108] AFRONE
Chié mondo?

[109] BRUSCA
A questo modo: bisognerebbe che voi fíngesti esser un mercadante di... di... di Marema; ma sarebbe difficultà per lo abito.

[110] AFRONE
Per l’ambito? Perchié?

[111] BRUSCA
Signor sì. Oh, hanno abiti astratti da li nostri.

[112] AFRONE
Chié iporta plio del Marema chié de aldro logo?

[113] BRUSCA
Oh, importa assai, perché dareste più creditto a la mercanzia, ussendo di Marema continuamente capre e becchi, padrone.

[114] AFRONE
Disi vero. E puo?

[115] BRUSCA
E poi si potrebbe veder di spazzarli ad alcuno.

[116] AFRONE
Chié ambito vol chié sia chesto?

[117] BRUSCA
Bisognerebbe aver di quelle pelle lunghe lunghe che si addoprano ad impegolare le navi, sapete?

[118] AFRONE
Ah, de chelli buldrugni descunzi cul pello? Oh, xé zendil cosa! Aldro, puo?

[119] BRUSCA
Un paro di quelle vuose, cioè stivali, che portano li pescatori over tentori.

[120] AFRONE
Anghe cheste se truverà. Aldro?

[121] BRUSCA
Un capello a la cimeriota.

[122] AFRONE
Oh, xé bezzaro chesto ambito! E puo?

[123] BRUSCA
E poi un paro di coma a significar la mercanzia, cavalcando la capra.

[124] AFRONE
Cavra mi donca besogna cavalcari?

[125] BRUSCA
Ad ogni modo.

[126] AFRONE
No te basta l’agnirno vui a fari provisió a chesti cosi?

[127] BRUSCA
Mi darebbe il core sì, quando vi fosse, come disse la buona femina, il de quibus.

[128] AFRONE
Che chibus, chibus? Dinari, ti vol dir vui?

[129] BRUSCA
Maisi, voi mi avete.

[130] AFRONE
Mo trova calche vostro ’migo chié te presta chesti denari fína chié xé ’l cavre vendùo.

[131] BRUSCA
Io mi sforzerò a trovarli a qualche modo.

[132] AFRONE
Bexognari far tosto.

[133] BRUSCA
Io non ci porrò tempo fra mezzo. Ove sarete voi?

[134] AFRONE
Te ’spetto in burgo de Santo Gelmo, chié xé sura ’l becchi.

[135,1] BRUSCA
Sì sì, signor sì, andate, ch’io vengo ora ora.

[135,2] Tu la cavalcarai pur, la capra, a dui modi! Di grazia, vedesti mai il più goffo di costui? Or prendete essempio da lui quali furno quei personaggi che rapresentavano le comedie antiche, e fate comparazione da il mio padrone a Calandro, che voi li troverette d’una istessa lega. E perciò tutto è possibile in un vecchio, massime intenenendo Amore... Ooh, oh, voi avete a veder il novo spettacolo e il novo caso! Ché, così raggionando con voi, el mi è venuto capriccio di condurlo a sua moglie, acciò che essa compri le capre, ma farla prima avisata del caso, e lo farò certo.


[136] Scena quarta: Famelico e Bolcetta
 
FAMELICO
Comprami un paio di starne e quatro libre di vitello, e sia del petto; lo avanzo spenderai in frutte ed erbaggi, hàimi tu inteso?

[137] BOLCETTA
Como, s’io v’ho inteso? Forse ch’avete parlato arabo, over sottovoce? E credo che vi averanno udito e inteso fino li beccai.

[138] FAMELICO
Io te lo ridico acciò non faci de le tue.

[139,1] BOLCETTA
Voi fate bene.

[139,2] Ma io credo che non saranno de le mie, ma sì di quelle di Ortica. Che diavolo vorà far costui? Io non veggio l’ora di venir a’ ferri, perché io non posso se non imparar qualche punto da lui.


[140] Scena quinta: Flaminio e Brunello
 
FLAMINIO
Brunello!

[141] BRUNELLO
Signore.

[142] FLAMINIO
Non vedi tu com’io ardo?

[143] BRUNELLO
Ah, ah, chimere d’inamorati! Sapete ciò ch’io credo, padrone?

[144] FLAMINIO
Che?

[145] BRUNELLO
Che questo vostro, che fate dio d’Amore, sia un gran pazzo.

[146] FLAMINIO
Como pazzo?

[147] BRUNELLO
Pazzo, signor sì, perché li sudditi suoi peccano in quel’umore.

[148] FLAMINIO
Io non t’intendo bene.

[149] BRUNELLO
Oh, voi non volete intendermi! Ditemi un poco: ove sono quelle saete, quelle fiamme, quelle faci, quelle... quasi ch’io non lo dissi, che vi pungono, vi accendono e vi affoccano?

[150] FLAMINIO
Vedi che tu sei una bestia? ché questi strali e queste fiamme che tu dici non ardono né pungono la scorza, ma il midollo.

[151] BRUNELLO
Sì, sì, io ve la do vinta.

[152] FLAMINIO
Sai quali sono li strali d’Amore?

[153] BRUNELLO
Signor no.

[154] FLAMINIO
Li guardi de la inamorata; li risi sono le faci, e li sospiri non si die’ creder se non le fiamme che accendono i cori di quelli che ferventemente amano.

[155] BRUNELLO
Sta bene; ma io vorei saper como questi cori sempre ardono né mai si consumano.

[156] FLAMINIO
Tu lo saprai. Questo è miracolo d’Amore, ed egli divinamente tempra li cori de’ mortali di così dolce speme e di così alto desio che il fuoco, ancor che li ardi, non ha possanza di consumarli; e questo acciò che sempre siano sottoposti a le sue leggi.

[157] BRUNELLO
Oh, voi mi dite le bestiale raggioni! Il conoscesti mai, questo Amore?

[158] FLAMINIO
Non, ma io conosco li effetti amorosi, per il mezzo de li quali mi è facil conoscere quale egli si sia.

[159] BRUNELLO
Sapete ciò ch’io mi credo? Che questo Amore sia de l’Accademia de li Invisibili.

[160] FLAMINIO
Como invisibili?

[161] BRUNELLO
Invisibili, signor sì; com’è il dio del sonno, la dea de la fama, la Fortuna, la Sorte, il Fatto, la Virtù e simili personaggi, che non sono altrove se non ne la bocca de’ spensierati e disperati.

[162] FLAMINIO
Poi che mi neghi i principii, el non mi accade altramente silogismi.

[163] BRUNELLO
A fe’, padrone, che gli è com’io vi dico! E vi giuro di novo ch’io non credo si trovi pazzia più di copella di quella di voi inamorati.

[164] FLAMINIO
Perché?

[165] BRUNELLO
Perché la instabilità, la impazienzia, la incredulità e ultimamente la pazzia è tutta in voi.

[166] FLAMINIO
O Brunello, el non è condecente che un servo come sei tu conosca il bene che nasce da questo Amore, né perciò mi fo maraviglia che tu lo biasmi. E io te dico ch’Amore è lo eccittatore de li ingegni sonnolenti, Amore è lo illuminatore de li ignoranti; dove egli punge con suo strale, non può esser se non obbietto gentile. Questa è la scala che conduce a la gloria e a la beatitudine, e che più addolcisse le pene, intepidisse i fuochi e fa soave e desiderata egualmente così la morte come la vita.

[167] BRUNELLO
Non me ne dite più, non me ne dite più, potta della luna! Voi non mi cacciaresti questi vostri frenetichi nel capo con quanti probo e nego hanno settanta logiche.

[168] FLAMINIO
Como?

[169] BRUNELLO
Non più, non più, vi dico! se volete ch’io stia con voi, però.

[170] FLAMINIO
Oh, tu non penetri fin nel medollo, Brunello.

[171] BRUNELLO
Signor no; ma che siamo venuti a far quinci oltre? Non vi ho io detto che farete danno a voi e ad Antilla si il ruffiano vi vede?

[172] FLAMINIO
Sì, ma Amor mi vi conduce a forza.

[173] BRUNELLO
Ecco, ecco dunque como egli è una bestia! Non me lo potrette già negare.

[174] FLAMINIO
Io non vo’ risponderti a ciò, perché non mi vòi odire. Ma, di grazia, fischia un tratto; forse ella si dimostrerà fuora.

[175] BRUNELLO
Padrone, non fate, fate per senno mio; contentatevi di veder la casa, per ora.

[176] FLAMINIO
O grande Iddio, perché non è in mio potter trasformarmi in queste pietre, in questi sassi, acciò ch’io di continuo sii presente a quanta bellezza e a quanta cortesia ha la nostra età?

[177] BRUNELLO
O pazzia gloriosissima, ch’un uomo desideri esser un sasso! Inamoratevi poi voialtri... Padrone, io odo aprir la porta del roffiano, partiamossi.


[178] Scena sesta: Lionello ed Eustrato
 
LIONELLO
Io ho pur veduto uscir di chiesa costui, che dicono esser Epidimo dal Zante. O Dio, fammi, ti prego, tanto audace e fortunato che io gli dia a creder oggi me esser messer Ippolito, non conosciuto da lui, acciò che con questo mezzo me lo conduchi a casa, e quivi tanto l’intertenga che Ortica fornisca l’officio suo. Ma eccolo apunto.
O quante grazie ho io da render a la mia buona fortuna, che mi concede anzi la mia morte di poter veder il mio amatissimo e tanto da me desiderato Epidimo!

[179] EUSTRATO
Chi xé vui, zendilomo?

[180] LIONELLO
Io sono il vostro affezionatissimo Ippolito, il qual voi non avete mai conosciuto fin qui se non con lettere: ora conoscetelo a fatto.

[181] EUSTRATO
O messer Polito mio! O canto mi xé obligao a vui, a chel bò vuler vostro...

[182] LIONELLO
Or bene, Epidimo, non perdiam più tempo a far molte cerimonie qui in strada; voi ne verete meco a tôrre il possesso de una vostra casa, e ivi potrem poi più commodamente riconoscersi.

[183] EUSTRATO
A vostro cumado, a vostro piaseri, frandello messer Polito mio caro amandissimo.


[184] Scena settima: Colla, Ferante e Roberto, quali fingono esser banditi
 
COLLA
Lassiamoli entrar in casa, che così ha ordinato Ortica.

[185] ROBERTO
E poi?

[186] COLLA
E poi, intertenutissi alquanto a la porta, espetiamo l’ordine di sopra, ché avemo ad esser aperti in casa; e di subito giunti, dàlli tu de le mani nel capezzo, con dirli: “Sta’ forte!”. E tutto ad un tempo legalo senza discrezione.

[187] FERANTE
E che vòi tu ch io mostri esser?

[188] COLLA
Un bandito, che per aiutarti di bando vai cercando banditi.

[189] FERANTE
Pur ora ti ho!

[190] ROBERTO
E chi sa poi che con bon modo non ne cavassemo una buona mano.

[191] FERANTE
Oh, bene! Come egli è preso e legato, che avemo a far di lui poi?

[192] COLLA
L’avemo a condure poi a casa di messer Ludovico Barbarasa, in quella sua cantina che porrebbe paura a le carcere.

[193] FERANTE
Ora ti ho inteso, tu dici bene.

[194] ROBERTO
Sai tu a che fine Ortica faci questo effetto?

[195] FERANTE
Non già; ma è pur ora che tu lo conosci? E’ lo intenderebbe a pena la intelligenza.

[196] COLLA
Poni mente, tu, se sono ancora entratti.

[197] FERANTE
Io vo.

[198] ROBERTO
Vòi ch’io ti dica? El non sarebbe male che, poi che lo averemo ne le mani, essendo egli bandito, la cazzassimo a Ortica, e trarne una taglia. Che ne di’ tu?

[199] COLLA
Oh, di questo averemo tempo a pensarvi. Sono entrati?

[200] FERANTE
Sono.

[201] COLLA
Seguitimi, dunque.


[202,1] Scena ottava: Spadan e Fiorina
 
SPADAN
Al sangue de crìbele, ch’a’ gh’ho fatto quon dise quelù: a’ gh’ho magnò el gaban! E sì a’ scomencì da le tirpe, e po a’ vini su le brasole e colombati; e man magna, e man bivi, con un vin smarzomin dolce che sbrega... de muo’ ch’a’ me n’he sbatù tanto in lo cao che un ogio non veea l’altro. E po a’ gh’ho fatto cun dise la Salve regina, al pagare: el suspirame, perché a’ no ghe avea tanti marchitti ch’el statufesse. Che gh’hoge mo fatto mi, ch’a’ son scaltrìo? A’ gh’ho lagò el cassetto, e sì a’ m’he pensò de anar da la mia parona e veder s’a’ poesse mè cavarghe qualche sbezzato da le man. Mo el serave ben, el cancaro!

[202,2] Oh, mo ve’ Forina. O Forina, on vètu, an, dighe mi?

[203] FIORINA
Spadan, tu sei qui?

[204] SPADAN
A’ ghe son pure.

[205] FIORINA
Come stai?

[206] SPADAN
A’ stago a la roessa d’i puori: col cao in su! Que fa la parona? On èlla?

[207] FIORINA
In casa.

[208] SPADAN
On vètu ti?

[209] FIORINA
Io era venuta fuori, che me parea aver uditto picchiar assai.

[210] SPADAN
Daspuo’ ch’a’ ghe son a’ no gh’he zà vedù negun.

[211] FIORINA
Sia chi si voglia dunque. Vòi tu venir di sopra?

[212] SPADAN
Moa, va’ inanzo ch’a’ te vegnerò drio.


[213] Scena nona: Epidimo detto Eustrato, Lionello che si fa chiamar Ipolito, Colla e Ferante e Roberto
 
EUSTRATO
Perchié mi pia vui?

[214] COLLA
Perché così par a noi.

[215] EUSTRATO
No xé dunga nui ca in terra libera?

[216] COLLA
Liberissima, e perciò ti prendiamo, come usurpatore e turbator de la libertà.

[217] EUSTRATO
Mi xé rubaùr de liberdae?

[218] FERANTE
Tu di punto! Non sei Epidimo Magrimi?

[219] EUSTRATO
Epidimo Magrimi? Mi no so, mi no xé, mi no cognusso, mi no sendìo mai nominari.

[220] LIONELLO
Eh, fratelli, voi l’avete colto in iscambio.

[221] COLLA
Gentilomo, fatte il fatto vostro e non vogliate guastar l’altrui.

[222] LIONELLO
Il fatto mio è di difender lo amico e di soccorrerlo ne’ suoi bisogni.

[223] COLLA
Non vi ho detto che non sconzate il fatto vostro e lo altrui? Andate, andate...

[224] EUSTRATO
O messer Polito, me recumando...

[225] LIONELLO
Ditemi, ove lo volete voi condure?

[226] COLLA
Gentiluomo, poi che mostrate amarlo così caldamente, io vi prometto di metterlo in loco dove egli potrà aiutarsi senza perdimento di vita; vero è che vi potrebbe entrar qualche spesa.

[227] LIONELLO
E così mi prometti?

[228] COLLA
E così vi prometto.

[229] LIONELLO
E dove vi troverò io?

[230] COLLA
Io verò a trovar voi; non vi partite di casa, per ora.

[231] EUSTRATO
O caro messer Polito, no me ’bandunari...

[232] LIONELLO
Come, abbandonarvi? Non vi dubitate, che io non mi pararò di casa.

[233] COLLA
Non vi partite, ch’io serò tosto a voi.


[234] Scena decima: Bolcetta, Ortica e Famelico
 
BOLCETTA
Io giuro a Dio che non è uomo che vedendoti non ti tenesse per stolto.

[235] ORTICA
E te per ghiotto.

[236] BOLCETTA
Ma averti che non me la caciasti.

[237] ORTICA
Come?

[238] BOLCETTA
Che non portasti il cesto e convertirlo in tuo uso.

[239] ORTICA
Oh, io averei colto di buono!

[240] BOLCETTA
Ma ecco Famelico lì a quella porta.

[241] ORTICA
Eh, ge, eh, be, ah, là...

[242] BOLCETTA
Vah, diavolo, io sono impacciato con stolti!

[243] FAMELICO
Non è quello Bolcetta? Sì, pur! Ma che foggia di portator di cesto ha egli seco? O ch’egli è pazzo, o ebro.

[244] BOLCETTA
Sta’ in piedi!

[245] ORTICA
Eh, ge, be, ba...

[246] BOLCETTA
Sta’ forte!

[247] FAMELICO
Bolcetta!

[248] BOLCETTA
Signore.

[249] ORTICA
Ah, ah, ba, ghe...

[250] FAMELICO
Bolcetta!

[251] BOLCETTA
Io vengo.

[252] FAMELICO
Che foggia di uomo è questo tuo?

[253] BOLCETTA
Padrone, il più bel spasso che Dio vi lassassi vedere. Io ho trovato questo mutolo che balla, salta e fa le maggiori moresche del mondo.

[254] FAMELICO
E come diavolo ti è egli venuto per li piedi?

[255] BOLCETTA
Io l’ho trovato in beccaria. Diteli qualche cosa.

[256] FAMELICO
Vòi tu balare?

[257] ORTICA
Eh, ghe, be, già, be...

[258] FAMELICO
Che dice egli?

[259] BOLCETTA
Che diavolo so io? E mi vien voglia di farlo cader con tutto il cesto.

[260] FAMELICO
Non far, non far!

[261] ORTICA
Eh, già, ba, ba, ghià, là, be, ba...

[262] FAMELICO
Tu cerchi, como si dice, il mal como i medici. Non te impazzar mai con pazzi.

[263] ORTICA
Ge, be, ba, ba...

[264] BOLCETTA
Il mi minaccia.

[265] FAMELICO
Pur che non esca di minacce...

[266] BOLCETTA
Oh, Dorotea vol cavarsi il bel solazzo di costui.

[267] FAMELICO
Sì, sì, menaglielo in camera un poco, e fallo ballare. Ad ogni modo oggi serà il suo carnesciale.

[268] BOLCETTA
Io vo, per Dio. Vien dietro me, o mutolo.

[269,1] FAMELICO
Egli serà buono ch’io l’allegri un poco con questa bestia, essendo ella alquanto travagliata tutt’oggi. Ma io l’ho per iscusata; vedendo agitarsi del vender la sua virginità, chi non sarebbe travagliata? Ma chi ben li pensa, al fín fine le donne da bene muoiono di fame, e le meretrice godono il mondo; né è la più libera e felice vita de la lor, e più sarebbe quando non l’intervenisse quei ponti e quei mal francesi e pelarelle. Pur si può dir il contrario di quel verso: “E ben ch’io muoia, di mill’un ne campa”.

[269,2] Ma ecco Lionello tutto pensoso; forsi egli die’ machinar qualche bel tratto pensato dal suo Ortica. Io mi voglio tirar in casa, e caso che mi venga fatto, io lo voglio travagliar alquanto.


[270] Scena undecima: Lionello e Famelico
 
LIONELLO
Or bene, io posso sperar al presente dì salute, poi che uno di quei pianetti che mi si mostravan contrario ha perduta la pessima influenzia. Che farai tu, Ortica? Oggi è il tempo che scorgendo il tuo padrone da morte a vita ti puoi acquistar una corona tale, quale meritavan quelli antichi che trionfavano in Roma. Ora io vo’ passare un poco dal ruffian via, per passer almen gli occhi de la casa, se non potrò de la mia donna. Ma eccolo, ohimè!

[271] FAMELICO
O Lionello, ove vai tu? Torna! E qual caggion t’inimica così a queste mura, che tu mostri fugirle?

[272] LIONELLO
Eh, io non fugo altrimenti le mura, ma fuggo ben l’occasion di turbar te, che sei il signor di chi signoreggia la vita mia.

[273] FAMELICO
Io non mi maraviglio se tu parli così ellegante, per esser stato in Studio; ma io ti dirò, ad un pari mio non fan di bisogno queste parole proffumate, ma manco parole e più fatti.

[274] LIONELLO
Como, fatti?

[275] FAMELICO
Sì, dinari, perché le parole sono femine e li fatti maschi. Ma io mi credo che berteggi e ti cavi spasso del fatto mio.

[276] LIONELLO
E perché?

[277] FAMELICO
Perché se fosti caldo di Dorotea come tu dici, omai ti averesti risolto.

[278] LIONELLO
Como?

[279] FAMELICO
Con denari.

[280] LIONELLO
Famelico, l’esser fuor di casa mia e lontano da essa, senza amici, mi priva di poter far ora il tuo e mio volere.

[281] FAMELICO
Eh, Lionello, vivi felice, dapoi che il tuo Ortica ti ha promesso per tutt’oggi farti felice.

[282] LIONELLO
Queste son parole che si dicono per burla.

[283] FAMELICO
Como, burla? Non ha giurato egli di venire in casa mia, ancor ch’io li facci più guarda che sett’Arghi? Non te dubitar, confidati ne la sua sufficienzia e passiti di quella.

[284] LIONELLO
Queste son ben parole che m’uccidono, oltre a mille croci che mi crocifiggono.

[285] FAMELICO
Odimi: tu dirai a Ortica ch’io lo prego ch’el si affatichi con tutte le sue astucie e tutti gli amici insieme per far ciò ch’egli ha detto, e io li prometto, e a te insieme, di mantenir ciò ch’io v’ho promesso, e di più ancora.

[286] LIONELLO
Eh, ch’el non accade ora a me gittar via parole, e manco a lui fatica.

[287] FAMELICO
Sì bene sì... chi sa ch’egli non sia in casa mia ora, entratovi per nigromanzia? Oh stolto, oh stolto che egli è: la cosa batte da servo a roffiano.

[288] LIONELLO
Ah, ah, ah! Chi non smaselerebbe da le risa?


[289] Scena duodecima: Famelico, Bolcetta, Ortica e Lionello
 
FAMELICO
Bolcetta!

[290] BOLCETTA
Padrone, avete perduto un bel piacer con questo mutolo! Io vi so dire che lo avemo conzo: gli avemo posto adosso il spirito del vino.

[291] FAMELICO
Io veggio ch’el non pò regersi in piedi. Che diavolo di viso è il suo?

[292] BOLCETTA
Egli è così fatto mercè de la caldaia.

[293] ORTICA
Eh, he, gebbe, be...

[294] FAMELICO
Che dice egli?

[295] BOLCETTA
Dice che è una bestia, padrone: vedete che atti strani?

[296] FAMELICO
Dorotea ne ha avuto spasso, eh?

[297] BOLCETTA
Non parlate: tanto dil mondo! Ed è stato buono a confortarla alquanto, perché era ita in angossia.

[298] FAMELICO
In angonia?

[299] BOLCETTA
Signor sì, e già gli ero sopra con aceti e acqua fresca.

[300] FAMELICO
E ora como sta?

[301] BOLCETTA
È un poco rivenuta.

[302] ORTICA
Eh, ge, bee, eh, ah...

[303] FAMELICO
Mandalo via, ch’io voglio ire a veder di costei. Oh, sarebbe il bel caso che la nave rompesse in porto!

[304] BOLCETTA
Vati con Dio.

[305] ORTICA
Eh, ge, be, be...

[306] LIONELLO
Che foggia d’uomo è questa? Vati con Dio, bestia.

[307] ORTICA
Eh, ge, bee...

[308] LIONELLO
Che ge, be, bee? Io non intendo muti, né so quel che tu ti voglia dire.

[309] ORTICA
Eh, ge, beeee...

[310] LIONELLO
Questa bestia mi par ebro a me, e dubito grandemente non mi caschi o non mi vomiti adosso. Che diavolo di moresche son mai quelle? Vatti con Dio, ti dico, che io ho altro in capo adesso che le tue pazzie.

[311] ORTICA
O padrone, che vi par del vostro Ortica?

[312] LIONELLO
Ohimè, che veggio io?

[313] ORTICA
Vedete il servo divenuto mutolo per la salute vostra.

[314] LIONELLO
Sei tu Ortica, o pur mi sogno?

[315] ORTICA
Io son Ortica, il vostro salvatore, il vostro redentore, e con queste mani io vi recherò la vostra Dorotea in quelle.

[316] LIONELLO
O parole degne d’essere iscolpite non altrove che nel cuore d’un fedelissimo amante!

[317] ORTICA
Ditemi, credete che Famelico se l’abbi mangiata, se già voi l’avete masticata?

[318] LIONELLO
Io lo credo pur troppo. Dunque eri tu in casa?

[319] ORTICA
Io era in casa.

[320] LIONELLO
E hai parlato con Dorotea?

[321] ORTICA
Parlato.

[322] LIONELLO
E bene, come ti sei tu adoperato per lo tuo padrone?

[323] ORTICA
Benissimo, ma contentative di non cercar altro per ora, perché questo è stato un principio de viaggio, e poi non è sempre bon dire ogni cosa. E voglio che sappiate che prima ch’io conduca questa vostra nave in porto, mi bisogna navicar fra più proffondi mari e varcar maggior fiume: ma non ve smarite per ciò, ché ho bonissima tramontana e vento prospero e mar in calma; e se non vi partite de quivi, in poco d’ora mi vederete un altro.

[324] LIONELLO
E questo a che fin, poi?

[325] ORTICA
Oh, cercate troppo! Andate al vostro viaggio, andate... Ma io mi avea scordato: como facesti del greco?

[326] LIONELLO
Il greco fu ritenuto da quei banditi come ordinasti, ed è in una cantina come prigione.

[327] ORTICA
Il servo?

[328] LIONELLO
Il servo non so come diavolo si sia uscito di casa.

[329] ORTICA
Oh, come facesti male! Che potrebbe facilmente porre qualche nuvolo in questo nostro sereno.

[330] LIONELLO
Io non posso più. Ahimè, tu mi fai morire...

[331] ORTICA
Ma non vi sbigotite per ciò; confidati ne la mia astuzia, e andate al vostro viaggio.

[332] LIONELLO
Io vo, ma fa’ che ti sia raccomandata la mia vita.

[333,1] ORTICA
Andate e vivete sicuro, ve dico.

[333,2] Brigata, voi non mi vedrete più in scena in questo abito, ma voi sète per aver un solenne piacer: la scelerata di Dorotea vol confessarsi da me. Io voglio ire a mettermi l’abito, fin che Bolcetta verrà a chiamarmi come è l’ordine: ma non vi curate di ragionare di questo maneggio con Brusca, il qual forse al fine farà cavalcar la capra al suo padrone; e io mi delibero di far che tutti dui la cavalcherano in questa sera. Ponete un poco mente!


ATTO QUARTO


[1] Scena prima: Brusca, madonna Cassandra e Spadan
 
BRUSCA
Fate al modo mio, vi dico, non vi scoprite né mostrate conoscerlo, ché voi sète per aver un spasso superlativo.

[2] CASSANDRA
Dunque tu vòi ch’io sofferisca veder costui qual col mio aiuto è fatto di bestia uomo?

[3] BRUSCA
Anzi, di omo bestia.

[4] CASSANDRA
Che di’ tu?

[5] BRUSCA
Io dico che sète stata una bestia.

[6] CASSANDRA
Veder, dico, costui trattar di vender quella facultà ch io gli ho dato in dotte, e perché? Per comprarsi puttane!

[7] BRUSCA
Io voglio, sì, perché non è per venderle per ciò.

[8] CASSANDRA
O valentomo, oh s’io fusse giudice sopra questi tali, che lasciando le mogli fredde [a] agghiacciarsi ne’ leti vano cercando d’impregnar le femine altrui! S’io fosse giudice, s’io fosse giudice!

[9] BRUSCA
Che fareste voi?

[10] CASSANDRA
Ch’io farei? Io li darei tal penitenza...

[11] BRUSCA
Qualla penitenza?

[12] CASSANDRA
Io li farei portar le corna maggior che sette cervi.

[13] BRUSCA
Oh, gliele fate portar per quattordici cervi!

[14] SPADAN
Ol cancaro a i cirvi e an a i bicchi! Te par mo che la suppia scalmanò?

[15] CASSANDRA
Taci tu, che meriteresti portar la pena per tutti.

[16] SPADAN
Divu a mi, fuossi?

[17] CASSANDRA
A te, sì.

[18] SPADAN
Mo perqué?

[19] CASSANDRA
Per l’anguinaglia che ti venga! Che avevi tu a menar le capre ora, s’io non te ’l comissi?

[20] SPADAN
Mo se ello me gh’ha mandò a dire a mi, no volìvu ch’a’ faghe a so muo’ d’ello?

[21] CASSANDRA
Chi è il patrone di esse?

[22] SPADAN
Mo ello xé el paron!

[23] CASSANDRA
E io che sono?

[24] SPADAN
E vu si’ la parona, e seanto a sto muo’ l’è nisitè ch’el ve staghe de sora.

[25] BRUSCA
El dice el vero.

[26] CASSANDRA
Io voglio ch el mi stia... el mal che ti venga!

[27] SPADAN
Moa, moa! A’ si’ an vu con giera Zuan dai buo’, che ave[a] paura de dì d’i viegi, e de note po anava a robar i buo’ co i cuorni.

[28] CASSANDRA
Orsù, taci, taci.

[29] BRUSCA
Spadan ha raggione.

[30] SPADAN
Ol me par così an mi. Mo[a], a’ no gh’è chi me la faghe.

[31] BRUSCA
Fate quanto io vi ho ditto, padrona, e travagliatello un pezzo, che mai vedesti el più novo spetacolo.

[32] CASSANDRA
Io son per far ciò che vòi; ma certo, certo il meriterebbe cotal ricordo che gli putisse l’amor a la vita sua.

[33] BRUSCA
Entrate in casa.

[34] CASSANDRA
Tu vieni meco, Spadan.

[35] SPADAN
Moa, anè là! Cancaro, la xé scorozzò, que te par? Mo l’è el demugno, a vêrse magnar la biava denanzo! Benché scherzo che la candella abbia fruò el stopin e la luse l’uolio.

[36] BRUSCA
Così cred’io.

[37] SPADAN
Pota de un meggiaro de cancari! Mo che cancaro vol far sto cavalo restìo de quella fantuzzata que xé norìa co xé un pomo? La par puorpio impastà de poìna e de vin smarzomin.

[38] BRUSCA
Che il vol fare? El se vol dar piacer.

[39] SPADAN
Oh, el mal drean al piaxere, e an mi s’el cherzo! Se no volesse mo del piaxere che volea Martinazzo da donna Zanella...

[40] BRUSCA
Che piacer era quello?

[41,1] SPADAN
Mo a’ te dirè. El giera una fià un da le ville che ghe aea, con dise quelù, el muo’, e sì so pare el volea far scaltrìo e sì lo mandé a Vegnexia da una so comare perqué la ’l desgrezzase, e che ghe faesse aver del piaxere. Sta femena, ch’a’ giera scozzonà, mo que fé’ ella? La ghe faxea de le lasagne, e sì la ghe ne impìa un caìn ben infromagiè. E co’ giera la note, el ghe dixea: “Mea Zanella, dème del piaxere”, e ella ghe dixea: “Mo miti la man dal cao e tuòtene, figiuolo”; e ello metea la man, e sì se ne tolea de le lasagne.

[41,2] E co’ ’l fo ben scaltrìo con a’ t’he dito, so pare se ’l mené a ca’ e sì lo marià int’una toxa de la nostra villa; e co’ ’l fo al leto con so mugiere, che ’l giera loìzzo, el dixea: “Mugiere, dame del piaxere”, e ella dixea: “Tolìvene, marìo!”, e la ghe volea dare... m’intienditu?

[42] BRUSCA
Sì, sì, io ti ho inteso, segui pure.

[43] SPADAN
E sì, com a’ te dighe, el metté le man da cao la lettiera arente al canolò, e sì ol no ghe catà el caìn; e ello dixe: “Mo dàmene, s’te vuosi!”, e ella se ghe fea a pè; e ello dixea ch’el volea de le lasagne, m’intenditu?

[44] BRUSCA
Si, sì! Ah, ah, ah!

[45] SPADAN
Mo ben, a’ cherzo ch’el paron vorae an ello de sto piaxere, sètu?

[46] BRUSCA
Lo credo ancor io.

[47] SPADAN
Mo t’hogie mo contò una fiabba.

[48] BRUSCA
Sì, sì, e bella!

[49] SPADAN
Moa, a’ in so ben de pì lunghe: a’ sè quella de l’oca, la sètu ti?

[50] BRUSCA
Sì, sì sì.

[51] SPADAN
Poh, sì? A’ ghe n’he un carniero bello e pin.

[52] BRUSCA
Oh, bene, lasciamo da un canto le fiabbe, che bisogna che andiamo a tôr il padrone, e porlo a cavallo de la capra. Ma dimmi, porta ella?

[53] SPADAN
Sì, sì, cancaro, gh’è lesso, no te dar pensiero. Moa, vala inanzo. #


[54] Scena seconda: Famelico e Bolcetta
 
FAMELICO
Va’ tosto, e sii qui, e trova un omo da bene e di bona vita, ch’almen, perdendo il corpo, non si perdi questa anima.

[55] BOLCETTA
Io vo, e ne conosco uno a proposito, di punto.

[56] FAMELICO
Non induggiar.

[57] BOLCETTA
Io serò qui or ora.
O bestia, bestia! Egli è ben vero che chi tutto vol saper sa poi nulla! Io ne troverò uno che serà mal per te.

[58] FAMELICO
O Iddio, ecco, quando la fortuna vôl torsi gabbo de uno, com’ella procede! Questa gargiona che io comperai a Vinegia per dieci scudi, e più e più volte ne potei aver venti né mai li volsi, e oggi ch’io era per venderla [a] venticinque, ella si è di modo turbata che se ne va di angoscia in angoscia, né so per qual cosa; di modo che ha chiesta la confessione, e mi è stato forza mandare Bolcetta per il confessore, acciò che morendo, com’io credo, la non mori dannata. E molto più mi sprona a far cottal opera, acciò che morendo senza confessione io non fussi imputatto da li vicini, li quali mi odiano: e veramente uno che facci lo esercizio mio è meritamente odiato da amici e inimici. Ma el non bisogna però che io ponga tanta cura a questa tribulacione, ch’io smenticasse le cose che sonno di non minor importanza.
Antilla, o Antilla! A chi dich’io? Antilla!


[59] Scena terza: Antilla e Famelico
 
ANTILLA
Chiamate voi?

[60] FAMELICO
Sì ch’io chiamo! Vien giù, spàzzati; el mi bisogna far como quel buon pecoraro, che vedendo una pecora in bocca al lupo pone cura dilligentemente che le altre se abbino a salvare.

[61] ANTILLA
Io son qui. Che volete?

[62] FAMELICO
Como fa Dorotea?

[63] ANTILLA
È in angonia.

[64] FAMELICO
Che ne credi?

[65] ANTILLA
Io non ne credo molto male, pur si può dubitare. Ma che volete voi?

[66] FAMELICO
Io ti dirò: ancor che mi sia occorsa questa disgrazia, io non starò di aver l’occhio a li casi miei né mi lassarò da le passione levar di mente l’utile mio.

[67] ANTILLA
Finite un poco questo vostro prologo. Che volete voi dirmi?

[68] FAMELICO
Questo voglio dirti, che abbi più cura a quello che importa. Tu di continuo ti solazzi con Flaminio, egli è tuto il tuo bene: con lui piangi, con lui ridi... E pure io non vi veggo tanto utile, che tu debba star continuo occupata ne li suoi piaceri; e Nereo, uomo più attempato, il qual spende assai raggionevolmente, a pena è guardato da te. Questo ti vo’ dire.

[69] ANTILLA
E che voreste voi ch’io facesse?

[70] FAMELICO
Ch’io vorei? Che tu più amasti chi più ti porge.

[71] ANTILLA
Oh, ciò non si pò fare. Voreste voi dunque ch’io amassi più Nereo vecchio, che li piangono gli occhi ed è impotente, ch’io non fo Flaminio giovane e nel fior de la sua età, e che ama me parimente?

[72] FAMELICO
Vedi, io vorrei ch’egli amasse un poco meno te e più me.

[73] ANTILLA
Fuoco! Dunque voresti ch’egli amasse te, eh?

[74] FAMELICO
Sì, vorei; overo che la borsa sua mi amasse.

[75] ANTILLA
Ah, ah! Pur ora v’intendo; ma non lo potrei mai fare.

[76] FAMELICO
Fingi almeno di amarlo.

[77] ANTILLA
Eh, Famelico, Famelico! Mal si può mostrar nel volto quel che non è nel core.

[78] FAMELICO
Tu dici bene, ma chi è inamorato crede il più de le volte quello che non è; e Amore con quelle sue bende gli invilupa gli occhi di modo che non discerne tante minutezze como tu dici.

[79] ANTILLA
Oh, bene, non li faccio carezze io? Non gli dico ch’egli è il mio bene, il mio core, e tutte quelle parole che vanno una dopo l’altra fatte alla stampa: vita mia, cor mio, anima mia, ben mio?

[80] FAMELICO
Sì, ma io vorei che talor ch’egli viene a te tardetto, tu ti mostrassi amartelata di lui, bestemiando quando mai li ponesti tanto amore adosso, e finger la scorozzata, ma non tener troppo il corozzo; talor pregarlo, alcuna volta mostrar di fugirlo, e tutto con modo e tempo e loco...

[81] ANTILLA
Ciò si potrà fare: ècci altro?

[82] FAMELICO
Sì, dico: quando egli parte da te, mostrar di tenerlo a forza, sospira[r] e alcuna volta gettar due lagrimette, ch’io so che lo saprai molto ben fare.

[83] ANTILLA
Oh, benissimo! El non è puttana che non ne abbi una zucca di lagrime negli occhi, che sono pronte ad ogni sua vogliuzza.

[84] FAMELICO
E perciò dicoti! E sempre, sempre, nel meggio di queste dolcezze, chiederli ora il molto e ora il poco, secondo che vedi la materia disposta.

[85] ANTILLA
Lasciate far a me, ch’io vi servirò davantaggio.

[86] FAMELICO
E questo vorei che facesti con Flaminio.

[87] ANTILLA
Con Flaminio il non accade che m’insegni il farli carezze, il piangere e simili cose, che da me le so pur troppo.

[88] FAMELICO
È vero; ma il chieder, ti dico.

[89] ANTILLA
Oh, io non so come si potrà fare, essendo egli chi egli è; io mi credo che tosto ch’io verrò su li affronti verremo sul partir de la amicizia.

[90] FAMELICO
E che li darei io, se bene l’avesti partita fin ora! Il patrone di casa al tempo del fitto non vol che io lo paghi di belli inchini né di guardi o basi amorosi: il vol denari, denari! Né voglio che tu creda ch’io sia così stolto che voglia far le lasagne per sorbirne il brodo.

[91] ANTILLA
Ecco, ecco, noi siamo pur su le nostre!

[92] FAMELICO
Apunto su le nostre: io dico che questi panni si comprano con denari, il fitto si paga con denari, i becai, gli osti, li fornari, tutti vogliono denari... E voi volete dar la mia mercanzia senza denari: dunque par a voi il dovere?

[93] ANTILLA
Che mercanzia dite voi?

[94] FAMELICO
Che mercanzia? Io non ho altra mercanzia che voi, e tutto mi convien comprar col meggio vostro: li vostri basci sono le mie specciarie, le vostre parole le mie balle di setta, e la vostra... poco men ch’io non dissi non è altro che la mia possessione, e ogni volta che la date a questi tali ventola-penacchi, la possession tempesta, intendimi tu?

[95] ANTILLA
Orsù, finiamola, andiamo di sopra, che ne chiamano.

[96] FAMELICO
Io vengo, io vengo.

[97] ANTILLA
Venite, che chiamano ancor voi.


[98,1] Scena quarta: Lionello solo
 
Ecco qual è la vita d’un misero e infelice amante, come mutabile, come travagliata, come piena d’angosce e di pene. O Amore, quante e quali sono le tue forze! Ecco che al presente, poiché non mi è conceduto di poter veder altro, mi pasco almeno de la vista di queste mura. Già mi solea affliggere il pensarmi d’esser privo de la conoscenza del mio caro padre, a cui mi rubbò un greco nostro schiavo insieme con un’altra sua figliuola, essendo io di quattro anni ed ella di due. E mi dava gravissima noia non vi vedere alcuna via di poter riaver la mia dilettissima sorella, de la quale io ebbi di già notizia che si stava ancora col detto schiavo. Costui intesi poi esser in Vinezia maritato e tenersi questa giovanetta come sua figliuola, che, per quella poca memoria che io ho di lei, molto s’assomigliava a la mia Dorotea.

[98,2] Ora, posti cotai pensieri e ciascun’altra cosa in oblio, non penso mai ad altro che a Dorotea, né dì né notte m’imagino altro, se non come potesse con qualche modo acquistarmi non dirò già la grazia sua, la qual mi credo omai di possedere, ma sì ben quella del ruffiano. O Dio, quanto è felice questo tristo, essendo signore di tanta bellezza, di tanta virtù, di tanta grazia quanta in Dorotea si ritrova! Ma che m’affligo io qui da me? Non conosco omai chiaramente che quanto più m’appresso a queste mura tanto più m’avicino a la mia morte? Orsù, me n’andrò con Dio; ma fia meglio ch’io vi passi prima un tratto davanti, con tutto ch’io mi creda aver a perder il tempo e la fatica.

[98,3] Chi può mai esser questo frate che ha seco Bolcetta, ragazzo di Famelico? Sarebbe egli mai Ortica? Egli è desso, per Dio! Oh che prosopopeia di venerabile ignorante! E come diavolo t’hai fatto questo corpo così gonfio?


[99] Scena quinta: Ortica, Lionello, Bolcetta e Famelico
 
ORTICA
Con la paglia, non lo vedete voi?

[100] LIONELLO
Ah, ah! E che vol significar questa paglia?

[101] ORTICA
Oh se lo sapeste, se lo sapeste... Ove è ora la paglia a l’entrar in casa di Famelico, ne lo uscire serà forse seta, e farà una metamorfosi.

[102] LIONELLO
Ben stia la Reverenzia vostra! Voletemi voi confessare?

[103] ORTICA
Io non posso, per ora, ch’io ho da confessare gente che è di più importanza. Ma andatevi con Dio, che voi non siate veduto qui in vostra malora! Chi t’ha aperto, Bolcetta?

[104] BOLCETTA
Io ho trovato aperto l’uscio de la stalla, e per quello entrai.

[105] ORTICA
Va’ picchia.

[106] BOLCETTA
Oh là, aprite, a chi dich’io?

[107] FAMELICO
Chi è li?

[108] BOLCETTA
Aprite, aprite, è il confessore!

[109] FAMELICO
Oh, siate benvenuto, padre reverendo.

[110] ORTICA
E voi il ben trovato.

[111] FAMELICO
Un’opera pia, padre; una gargiona qual è non so per qual causa più di là che di qua, e questo è stato in un sùbito. Di grazia, confortatela prima con la confessione, poi con boni ricordi ed essempii, com’è l’ufficio vostro.

[112] ORTICA
Lassate far a me, figliuolo, ch’io farò cosa che li serà de utile a l’anima e forse anco al corpo.

[113] FAMELICO
Andate di sopra; va’ tu inanzi, Bolcetta.

[114] BOLCETTA
Signor sì.


[115,1] Scena sesta: Spadan solo
 
Potta de san Lionbrun, gh’haggi mo grosso el becco! Oh, ol cancaro a l’amore, e an a gi inamorè de sta fatta, despuo’ ch’el lo vò far cavalcar la càvera, e sì el dise ch’i mercaenti ven da no so que prè de là da Maremola, a’ no sè con cancaro igi abbia lome; e che i va a quel muo’, e sì el gh’ha [a]petttò du cuorni maori ch’a’ veesse mè a bicchi né a ciervi, e sì ello l’ha vestìo a muo’ d’un om salbègo, e po el ghe va inanze, e ello xé su la càvera, e sì el dixe: “Massier, criè ’Càvere, càvere!’”, e ello no vò cigare, e sì igi è scorozzè. Potta, a’ me son partìo, que a’ me sentìa cagar drio le neghe dal maleto riso!

[115,2] A’ vorae vontiera che la parona ghe faesse far la noella co’ un strìffalo, e cazzarghe el smorbezzo de sotto da i lachitti. Mo el famegio gh’ha ditto a ella che ella el tuogia de trepezzo perqué el volea trepetezzar co ella... Mo a’ ve dirè el vero, tamentre no dixì niente a negun: a’ cherzo ch’el ghe lavora la possession... A’ me n’he ben mi adò, ch’a’ no son, con dixe quelù, cogiómbaro. Mo purqué el no carghe an la massara, que xé pì norìa, e que el no togie a la vecchia per dar a la putata... Mo a so bel piaxere, la pelle è soa.

[115,3] Mo chi è quelù che vien a lochezzanto quénzena? Mo a’ me vuo’ sconder drio ste passagge.


[116,1] Scena settima: Barbon e Spadan
 
BARBON
O che costui è pazzo, o che questa è stata una rasa, o ch’io mi sogno. El mi ha condotto a casa e chiusomi in una camera col dir: “Aspettami, che tu vederai Dorotea”; né mai più l’ho veduto, e se non era una fanzulla che per sorte è venuta a volger le chiave, io poteva star serato per tutta questa luna. Ma io ho veduto aprir la carcere e mi sono uscito, e vo ricercando chi mi dica s’io dormo o se questo è Famelico o chi egli è.

[116,2] Ma ecco là un villano: forse mi saprà dir quel ch’io vorrei sapere. O villano, villano!

[117] SPADAN
Oh, el mal villan te daghe massier Iesum Dio, gaioffo che te si’! Que hetu?

[118] BARBON
Perdonami, fratello, ch’io non credea offenderti col dirti el nome tuo, essendo da le ville come dimostri ne l’abito.

[119] SPADAN
Ti no sè’ miga dirme el lome ch’el preve me ’l meté.

[120] BARBON
Come?

[121] SPADAN
Spadan, in malora!

[122] BARBON
Io non lo sapeva.

[123] SPADAN
Mo te diìvi dirme contaìn!

[124] BARBON
Perdonami...

[125] SPADAN
E de Dio, e de Dio, e de Dio un’altra fià! S’te fussi in le val de fuora, a’ te scugnerave far sgussare un pianton al contrario de quel che sgussa gi aseni, che gi aseni sgussa co i dinti, e a ti a’ te ’l farae sgussare co la schina.

[126] BARBON
Oh, tu sei troppo colerico!

[127] SPADAN
A’ son el cancaro che te pele! Te me guardi? No guardar che supia così mal sdaldurò, ch’a’ ghe n’ho fatto sgussare a pì d’un paro per i mie’ dì, perqué a’ son stò soldò, de qui maleeti...

[128] BARBON
Oh, questo non importa. Ma, di grazia, perdonami, che se io sapea di offenderti io non ti chiamava così.

[129] SPADAN
Moa, moa, a’ t’he bello e perdonò. Que vuotu dire?

[130] BARBON
Io vorei saper da te se sai dove sta un certo Famelico.

[131] SPADAN
A que muo’ ditu?

[132] BARBON
Famelico.

[133] SPADAN
Fameleco? On cancaro aì catò la lomenaggia?

[134] BARBON
Così è il suo nome proprio.

[135] SPADAN
Que mestier fallo, s’te ’l sè?

[136] BARBON
Egli è uno di questi che tengon gargione per accomodar qualunque li porge denari.

[137] SPADAN
Sì, sì, te vuo’ dire le femine dal peccò, le pecarise.

[138] BARBON
Maisì, di punto.

[139] SPADAN
Mo vien con mi e dàlla chive, ch’a’ te ne vuo’ catar una che xé compìa; con sti patti, veh, que te m’impristi an mi do agugiete da darme an mi apiasere.

[140] BARBON
Tu non mi hai inteso: io dico uno che tiene gargione, ma non publiche como di’ tu. Costui è un tal picolo, rosso, grasso...

[141] SPADAN
Moa, a’ no dighe spulbiche... Vien pur con mi, s’te vuosi; fa’ conto que t’he’ catò to pare.

[142] BARBON
Andiamo. Che diavolo serà mai?

[143] SPADAN
Mo veh, purqué te m’impristi ste aggugiete che a’ t’he domandò; a’ te le renderò al recolto a le gallette, se no pì presto.

[144] BARBON
Sì, sì ciò che vorai.

[145] SPADAN
E se no te infìi de mi, tuo’ in pegno sta corezza.

[146] BARBON
Io mi fido di te.

[147] SPADAN
Mo te te puo’ ben infiare de mi! E vieme drio al culo, e camina, che l’è deboto sera.


[148] Scena ottava: messer Afrone e Brusca
 
AFRONE
Cavre cul becco, cavre cul becco, cavre!

[149] BRUSCA
Un poco più alto.

[150] AFRONE
Cavre, cavrazze, cavrine, cul becco cavrune... Brunza!

[151] BRUSCA
Padrone.

[152] AFRONE
Cheste corniole me pesano.

[153] BRUSCA
Eh, voi v’inganate, che le corna non pesano al dì d’oggi.

[154] AFRONE
Chié no pesano?

[155] BRUSCA
Messer no; e quanti credete voi che le portano e non le sentono né se le vegono?

[156] AFRONE
Non se vede, dinxe vui?

[157] BRUSCA
E non se le vegono, messer sì.

[158] AFRONE
Mo chi mondo se vede la mio?

[159] BRUSCA
Oh, davantaggio! Ma son coma d’arcicacaro, le vostre.

[160] AFRONE
De scacaro? xé fine, dunga, ah?

[161] BRUSCA
Finissime.

[162] AFRONE
Crendistu chié mio mugieri cumbrarà cheste cavre?

[163] BRUSCA
Io vi dico che sì, e io le ne ho già raggionato.

[164] AFRONE
Avén ditto chié mi xé la mercadandi?

[165] BRUSCA
Non, diavolo, non! Avetemi per stolto?

[166] AFRONE
No. Puri chié ella no me cognussa...

[167] BRUSCA
Non vi dubitate, vi dico. Tenete queste palle in bocca.

[168] AFRONE
Chié ballotte xé cheste?

[169] BRUSCA
Per contrafar la faccia e la voce.

[170] AFRONE
De chié xé fatti?

[171] BRUSCA
D’una mestura appropriata a ciò, e l’usano questi tali.

[172] AFRONE
Lassa chié veda prima.

[173] BRUSCA
Tenetele, vi dico.

[174] AFRONE
Aimena, mo xé ’cenduse!

[175] BRUSCA
Signor no, voi v’ingannate.

[176] AFRONE
No me ’ganno gnendi! Spè, diavolu, spiè...

[177] BRUSCA
Non fate, diavolo, non fate, che guasteresti l’opera.

[178] AFRONE
Perchié?

[179] BRUSCA
Perché perderebono la virtù.

[180] AFRONE
Chié verdùi? Crendo chié xé de collachinta misiao cul saffetta, mi.

[181] BRUSCA
Chi sa meglio di me? Sofferite un poco, sofferite... È il musco ch’era alquanto ranzo.

[182] AFRONE
No xé naranzo, no; gnanga musco... Xé teneri chié se descula in gulla... No porò soffriri.

[183] BRUSCA
Voi le soffrirete bensì.

[184] AFRONE
Ademo via, presto, per to fe’, chién dubito chié no faremo chesto mercao.

[185] BRUSCA
Come non?

[186] AFRONE
E’ ten digo chié no.

[187] BRUSCA
Perché?

[188] AFRONE
Perchié me sbusina la panza; credo chié xé certo cheste ballotte.

[189] BRUSCA
Voi v’ingannate; è la immaginazion che fa il caso. Voi credete che vi fosse scamonea?

[190] AFRONE
Sì chié xé scalmanìa! No sendo mi chié supia de sutto? Oimena, aìdame smuntari chié me ven la cagarolla, aìda, ten digo!

[191] BRUSCA
Non fate, non fate, acciò vostra moglie non senta! Sofferite, padrone, perché guasteresti ogni cosa.

[192] AFRONE
So pusta, no posso soffriri...

[193] BRUSCA
Soffrite, diavolo, soffrite! Ohibò, voi molate di sotto senestramente! E credo che voi potrete inganarla del prezio, ma del sapor non già.

[194] AFRONE
Aìda, se no cago sul cavra.

[195] BRUSCA
Voi lo faceste prima che adesso, a quel ch’io veggio... Ma tacete, diavolo! Patrona, eccovi l’uomo da bene.


[196] Scena nona: madonna Cassandra, Brusca e messer Afrone
 
CASSANDRA
È questo?

[197] BRUSCA
Al comando vostro e di vostra Signoria.

[198] CASSANDRA
Di che luoco sète, buon uomo?

[199] AFRONE
Dumanda ello.

[200] BRUSCA
Como diavolo volete ch’io li dichi di che luoco sète voi? Oh, la sarebbe bella!

[201] AFRONE
Aldi poco del banda: ti no ditto de chié longo mi xé.

[202] BRUSCA
Oh il bel punto, ah, ah! Di Marema, diavolo!

[203] AFRONE
Del Marema.

[204] CASSANDRA
Di Marema?

[205] AFRONE
A cumando vostro.

[206] CASSANDRA
Oh, bene! Volete voi vender queste capre?

[207] AFRONE
Madonna sì chié vongio vender.

[208] CASSANDRA
Avete il becco?

[209] BRUSCA
Sì, e di che sorte!

[210] CASSANDRA
Vòi ch’io ti dica, Brusca? El mi assimiglia al becco di mio marito.

[211] BRUSCA
Eh, voi v’ingannate, il becco di vostro marito è più grande.

[212] CASSANDRA
A fe’, ch’io giurerei ch’el fusse desso.

[213] BRUSCA
Or lasciamo andar il becco di vostro marito, col mal che Dio li dia, e veniamo a questo buon uomo che cavalca la capra.

[214] CASSANDRA
Oh, bene: che volete di tutte queste bestie, e le corna insieme?

[215] BRUSCA
Non fate a questo modo, lassateli le corna e tolete le bestie voi, padrona.

[216] CASSANDRA
Sai di ch’io dubito, Brusca?

[217] BRUSCA
Di che?

[218] CASSANDRA
Che queste bestie non siano marze.

[219] BRUSCA
Como marze?

[220] CASSANDRA
Sì, el vi pute bestialmente, par a me.

[221] BRUSCA
Eh non, apunto è il sapor del becco.

[222] CASSANDRA
Io ti dico che sono guaste entro, ch’el vi pute di peggio che di becco.

[223] BRUSCA
O buon uomo, dite il fatto vostro e tenete strette le gambe, ch’amorbate il cielo.

[224] CASSANDRA
Che ragionate così da per voi?

[225] BRUSCA
Nulla, noi siamo sul mercato; e’ mi dimanda un poco troppo.

[226] CASSANDRA
Ditemi, uomo da bene, cavalcheresti così il becco voi come cavalcate la capra?

[227] AFRONE
La cavra, madonna? Mi no mai provao.

[228] BRUSCA
Sono di gran bestie là nel vostro paese, eh?

[229] AFRONE
Grade, gradissime.

[230] BRUSCA
Como voi, forse?

[231] AFRONE
Sì, anghe plio grade.

[232] BRUSCA
Puteno tutte al modo di queste?

[233] AFRONE
Calche sì, calche no.

[234] CASSANDRA
A dirvi il vero, o buon uomo, queste vostre bestie non mi contentano molto per il sapore. E poi io non farei mercato senza licenzia del mio marito; voi potrete dar di volta.

[235] AFRONE
Vu disin bé.

[236] CASSANDRA
Il serà tosto qui.

[237] BRUSCA
Egli è una certa bestia fastidiosa che prende ogni cosa a la riversa.

[238] CASSANDRA
Così mal fuoco lo arda!

[239] BRUSCA
Eh, non dite così mal del patrone, ch’io non lo comporterò.

[240] CASSANDRA
Va’ in malora tu e lui insieme, che ad ogni modo, ad ogni modo, non passerà molto ch’io farrò mille vendete in un sol colpo.

[241] BRUSCA
Ove andate, uomo da bene? Credete forse ch’ella dica a voi?

[242] AFRONE
Occhi, occhi, no, no, ma...

[243] BRUSCA
Saresti mai il mio padron, voi?

[244] AFRONE
Messer no, ma mi avé poco del pressa, perdunéme...

[245] CASSANDRA
Tornerete?

[246] AFRONE
Sì, sì, tumerò andesso.

[247] BRUSCA
Che vi pare?

[248] CASSANDRA
El mi par una bestia, e a te?

[249] BRUSCA
Quello istesso; ma io vi so dir ch’io l’ho conzo con due balle di scamonea e collaquintida.

[250] CASSANDRA
Perché scamonea e collaquintida?

[251] BRUSCA
Io gli ho dato a creder che tenendole in bocca tramutano la voce e la faccia.

[252] CASSANDRA
Che farà perciò?

[253] BRUSCA
Che farà? Opererà di sotto più che se avesse mangiato quindeci libre di cassia, e credo fin ora si abbi incerato fin li stivali: non sentiste la puzza, diavolo?

[254] CASSANDRA
Ah, ah! O bel solazzo!

[255] BRUSCA
Ma entrate in casa, ch’io vo’ seguitarlo.

[256] CASSANDRA
Avertissi a salvar le capre.

[257] BRUSCA
Sì, dice la canzone, noi salveremo le capre, ma non so de’ cavoli. Ove serà mo ito questo spettacolo ridicolo? Se per sorte li fanciuli lo incontrano lo faranno diventar pazzo davera, como è il costume loro; e così io averò fatto un’opera di misericordia, perché non è la maggior di quella che è lo por mano a uno che voglia impazzire. Egli va di qua, ché l’odor me lo dà al naso.


[258] Scena decima: Ortica, Famelico e Bolcetta
 
ORTICA
Ringraziate Iddio che ha voluto essaudire li preghi di me, suo servo indegno; che veramente ella era a lo estremo, ma subito confessatala e dettoli sopra alcune mie devozioni, per grazia del mio creator Iddio io ho veduto tal meglioramento in ella, ch’io non li conosco più drama di pericolo.

[259] FAMELICO
Iddio vi meriti, patre reverendo; ella è migliorata, eh?

[260] ORTICA
Sana e levata, che voi direste la non è dessa.

[261] FAMELICO
Oh, bene: il non bisogna farsi beffe de’ voti.

[262] ORTICA
Como beffe? Tristi noi se non fussero li voti! Subito ch’ella si votò di far dir le quindeci messe, subito subito ella fu rissanata. Manderete mo al piacer vostro il ragazzo, ch’io ordinerò a li nostri fratelli spirituali che debbino dirle e aggiungervi dentro le laudi de la Matelda.

[263] FAMELICO
Eh, di grazia, pigliate il carico voi. Eccovi la ellimosina ordinaria, non mancate di questa bon’opera.

[264] ORTICA
Sia col nome di Dio. Farò, per farvi appiaccer, un’altra opera miglior che non mi dimandate: io scorrerò per il mio catastico, che potrebbe esser ch’io ve n’avessi di belle e dete, ch’io mi dico così quando io non ho da far, per avanzarmi il tempo, e ve ne accomoderò, e non guarderò con voi diece messe più e diece messe manco.

[265] FAMELICO
Tanto meglio. Andate in pace, patre; va’ seco, Bolcetta, e accompagnalo al monasterio.

[266] BOLCETTA
Signor sì, ma si mi volessero inchiavar in reffettorio?

[267] FAMELICO
Dilli che hai facende.

[268] ORTICA
Non dubitar, figliuolo, vien pur sicuramente.



[269] BOLCETTA
Io non credo che sia mitria così ben inorpellata che tu non la meriti; lassiamo andar le scope e le altre circonstanzie.

[270] ORTICA
Impara, impara, dunque! Questi sono colpi che fanno onor a li maestri.

[271] BOLCETTA
Ma se egli si accorge che tu li abbi svaliggiato le casse, che dirà egli a Dorotea, credendola consenziente a la truffa?

[272] ORTICA
Dica ella pur com’io li ho detto, che ella era in angonia né ha veduto cosa alguna; e poi il rimedio serà tanto subbito che non potrà intervenirle scandolo.

[273] BOLCETTA
Di grazia, partorissi qui in strada questo tuo Antecristo.

[274] ORTICA
Ecco.

[275] BOLCETTA
Oh, diavolo! Tu vi hai persino le robbe di Dorotea!

[276] ORTICA
E che credi, ch’io vi ponea cura, questo voglio e questo non voglio? Starebbe bene se si guardasse a’ denti li cavalli donati!

[277] BOLCETTA
Insaca, insaca, insaca! Io ho veduto il tutto. A me che tocherà?

[278] ORTICA
Che tocherà? Io ti dirò il mio creder: io credo che tocherai di gran legnate, e te le darà Famelico con la discrezione che egli cava li denari di borsa a questi giovani, o pur con quella ch’io ho svaliggiato lui.

[279] BOLCETTA
Dunque questo avrò guadagrlato?

[280] ORTICA
Ma che ti par poco, forse? E per avantaggio egli ti cacerà a le forche.

[281] BOLCETTA
Di questo avea gran paura.

[282] ORTICA
Non aver paura nulla, perché la cosa è certissima.

[283] BOLCETTA
Ma caso che ciò fosse, non mi mancherai già tu?

[284] ORTICA
Io?

[285] BOLCETTA
Tu, sì!

[286] ORTICA
Io ti manco fin ora.

[287] BOLCETTA
Come?

[288] ORTICA
Così.

[289] BOLCETTA
Dunque ove sono le promesse?

[290] ORTICA
Che promesse?

[291] BOLCETTA
Le promesse che m’hai fate.

[292] ORTICA
Oh, stiamo bene! Como vai su le promesse, non si osservano li scritti con li testimonii e sicurtà fra uomini da bene, e tu vòi che si osservano le parole simplici fra tristi come noi?

[293] BOLCETTA
Per Dio, ti ringrazio!

[294] ORTICA
Oh, non mi ringraziar altramente.

[295] BOLCETTA
Ma che diavolo farò io? Dillo!

[296] ORTICA
Ch’io lo dica, che diavolo farai tu? Pensalo! Non sai bene che il tradimento piace a molti e il traditor a nissuno?

[297] BRUSCA
Io mi delibero andarmi con Dio.

[298] ORTICA
Va’ un poco con chi vòi, per tua fe’.

[299] BOLCETTA
Dammi almeno tanti denari ch’io possi trovar recapito.

[300] ORTICA
Quando tu voglia capitar a le forche, io ti accomoderò di denari per la fune e il sapone: altramente non porre speranza nel fatto mio.

[301] BOLCETTA
Adunque tu mi hai accolto, eh?

[302] ORTICA
Tu lo vedi: ma non mi tener più a bada. Odimi: io ho saputo così ben far che io ti ho imbrattato; o sapi far tu tanto che tu ti netti. A Dio!

[303,1] BOLCETTA
O scellerato, como mi hai acconzo! Deh, sgraziato me, ch’io non vi ho pensato se non quando non accadeva pensarvi più! Ma chi si avrebbe saputo guardare da le frappe di questo tristo? Che diavolo farò io? S’io lo scopro a Famelico io farò nulla, perché egli conoscerà ch’io gli ho tenuto mani. Io mi delibero di non volerli capitar più in casa, ma starò a veder como abbi da reuscir questa trama, e così mi lasserò governar al tempo.

[303,2] Ma buono è ch’io diedi la stretta a le frittelle e al fiasco! E quando bisognasse, io ho fatto tanti serviggi a questi gioveni, ora con questa gargiona, ora con quel’altra... Chi affronterò di un giulio, chi d’un carlino; benché, fatto il serviggio, l’hanno smenticato, questi tali.


[304,1] Scena duodecima: Spadan solo
 
Ghe l’heggie mo cazzò in lo carniero, e sì a’ gh’he avanzò do aggugiete. Oh, l’è pur stò la bella noella! A’ so’ stò int’una viazzola, e sì a’gh’he ditto: “Aspietame chive, ch’a’ vuo’ anare a veere s’el gh’è gi uomieni in ca’”; e ello mo, che giera in veregaggia con è i vieri, el s’è infiò de mi, e mi a’ son borìo per l’altro lò e sì son vegnù in qua. El me porà aspettare! I dixe po che nu da le ville a’ son grossuli... a’ no sè mi, el no ha poesto esser tanto scaltrìo che no ghe l’abbia appettò. Oh, cancaro, arè mo perdù el cavraro co i cuorni, mo tamentre el xé po meggio ste do aggugiete! A’ ghe comprarè tanto pan scaffettò, cuorni in lo culo a bicchi salbèghi e desmiesteghi...

[304,2] L’è megio ch’a’ vaghe a ca’; e pur è miegio ch’a’ vaghe da st’altro lò. Mè se quelù me catasse? Mo s’el me catasse, mo a’ ghe dirè que no so ch’al dighe, e que ol me cate testemugno: sì, sì, el gi ha in lo culo!

[304,3] Potta, a’ me recorde ancora del me’ paron da i cuorni. O cancaro, l’è mo stò un omo onorò con el giera fantuzzato, mè daspuo’ ch’el ghe morì la prima femena, che foeselo morto an ello!, e ch’el so fameggio negro ghe portò via do toxati, un maschio e una maschia, el n’è pì stò ben d’ello. El gi ané po cercanto, ello e un so frelo ch’a’ se dixea ch’a’ giera soldò, e sì ghe manché el pan, dixe quelù, e que fé’ ello? El se marià, mo in chi? Mo in la parona, che xé la pì mala biestia che supia in lo roesso mondo. A’ te sè dire che la te ’l remena a so muo’, mo no? E ello ha passinzia, perqué se ella el cazzasse via, el scugnerae anare a Vegniesia a sunar strunzi de can s’el volesse magnare. Oh, se la saesse ch’el xé inamorò, con criu che la ’l conzerave? A i santi di guagniei, me vien voggia de dirghelo! E mo ve’ el famegio. Eh là, on vètu?


[305] Scena decimaterza: Brusca, Spadan e Antilla
 
BRUSCA
Spadan, che fai qui?

[306] SPADAN
A’ stago in pè con fa le ocche, no vétu? On è el paron, an?

[307] BRUSCA
Il patrone è ito a cazzar le capre in pascolo.

[308] SPADAN
Fuossi, an? de sì?

[309] BRUSCA
Egli è com’io ti dico.

[310] SPADAN
On èllo? Colà de fuora?

[311] BRUSCA
Sì, di fuori.

[312] SPADAN
Mo a’ vuo’ anare [a] agiarlo, mi.

[313] BRUSCA
Sì di grazia, ch’anch’io verrò or ora.

[314] SPADAN
Moa, a’ vago de bel tirò, a i santi e sagrà e Die guargnieli.

[315] BRUSCA
O Iddio, gli è montato il frenetico, a questo pazzo, ch’io preghi Famelico che li dia a baratto de le capre Dorotea. Io mi ho deliberato di sbizzarirlo: che diavolo serà poi... Il roffiano è uomo da partito, e credo che con qualche avantaggio si accorderà: io non posso perder de la mia sansaria. E non dubito che la fanciulla si contenterà talora ch’io li grati le spalle, e li caverò forse il picicore con miglior modo che non farà il mio padrone.
Ben, apunto questa è la casa. Chi è qui? O di casa!

[316] ANTILLA
Chi bate colà giù?

[317] BRUSCA
Uno che dimanda Famelico.

[318] ANTILLA
Vien di sopra.

[319] BRUSCA
Io vengo.


[320] Scena decimaquarta: Bolcetta, Flaminio, Brunello, Famelico e Antilla
 
BOLCETTA
Aspettatemi voi quinci oltre, ma fate di modo che Famelico non se ne aveggia.

[321] FLAMINIO
Avertissi, Bolcetta, che tu non mi mancassi.

[322] BOLCETTA
Ch’io vi manchi? Io vi mancherò di fede alora ch’el sol mancherà di luce.

[323] BRUNELLO
Facendolo farai quello ch’io non credo.

[324] FLAMINIO
Finimo, fínimo questi raggionamenti.

[325] BOLCETTA
Io vo.

[326] BRUNELLO
Tirativi in qua, padrone! Ecco ch’il picchia.

[327] FAMELICO
Chi picchia colà giù?

[328] BOLCETTA
Io son Bolcetta, no mi conossete al battere?

[329] FAMELICO
E tu sia il mal venuto! È ora?

[330] BOLCETTA
Sì, e d’avantaggio.

[331] FLAMINIO
Costui è dentro, e noi siamo rimasti: che ne di’ tu, Brunello?

[332] BRUNELLO
Io non so che mi dire...

[333] FLAMINIO
Che credi?

[334] BRUNELLO
... né che mi credere.

[335] FLAMINIO
Che sarà?

[336] BRUNELLO
Sì, ch io debbo esser proffeta!

[337] FLAMINIO
Ecco, ecco come tu m’occidi!

[338] BRUNELLO
Che volete voi ch’io dica, ch’io creda o ch’io sapi? Dico che Bolcetta è tristo; io credo ch’el sia un giotto, e so ch’egli è un tristo e un ladro: ciò che sarà pensate.

[339] FLAMINIO
E per questo io dubito! Pur, come ti è egli venuto tra’ piedi?

[340] BRUNELLO
Io vi dirò: giocava a la bassetta con Brusca, colà in Torre Vecchia, ed eccoti Bolcetta sopragionto tutto maninconioso, qual aspettava la vincita; e al fin fine, vinto ch’io ebbi diece giulii, per gratificarmello gliene do duo. Alora io lo presi come si prendeno li ladri, per la golla; e senza porvi intervallo di tempo mi disse: “Brunello, odimi”. Io l’odo. Seguitò lui: “Dapoi ch’io ti ho conosciuto così cortese verso di me, io ti voglio remunerare ad ogni modo”.

[341] FLAMINIO
Eravi alcuno?

[342] BRUNELLO
Soli. Odite pure: “Che remunerazione serà questa?” dico io. Ed egli disse: “Io te dirò: el mi è nato capricio di far una natta a Famelico, conciosia ch’io non ho animo di star seco. E perciò quando tu voglia esser omo da bene, a me dà il core di dar a creder a Famelico ch’io voglio condure Antilla ad alcuno forestiere qua a le androne per beccarne una manza, com’io soglio far spesso; e con questo mezzo porolla ne le braccia al tuo padrone Flaminio”.

[343] FLAMINIO
O parole sante, o parole soavi! E tu?

[344] BRUNELLO
E io gli posi orecchia, e tutto a un tempo gli cacciai in pugno il restante de li dieci giulii con alcuni grossi ch’io mi atrovava.

[345] FLAMINIO
Gli piacquero, eh?

[346] BRUNELLO
Pensalo tu.

[347] FLAMINIO
Oh bene, li doni placano non pur gli uomini, ma li dèi: segui.

[348] BRUNELLO
Che volete ch io segui? Egli si aviò subito in piazza ov’io vi trovai, e ponessimo l’ordine come sapete.

[349] FLAMINIO
E se ’l ci avesse burlati che sarebbe?

[350] BRUSCA
Se ci avesse burlati vadissi a confessar e a tôr tutti gli ordeni de la santa matre Chiesa, che io farò notomia de le sue osse; ma io non lo credo.

[351] FLAMINIO
Non? Io ti fo assaper che Bolcetta è tristo.

[352] BRUNELLO
E questo mi conforta, perché da’ tristi nascon le tristizie; e qual cosa può esser più trista che lo ingannar chi si fida, e massime il suo padrone? E poi, battendo la cosa da lui a me, l’anderà da tristo a cativo... Ma tacete e nascondetive, ch’io odo aprir la porta.

[353] FAMELICO
Avertissi, Bolcetta, a quanto io t’ho detto.

[354] BOLCETTA
Signor sì.

[355] FAMELICO
Non ti fidar senza il pegno; e tu, Antilla, non dar a credenza.

[356] ANTILLA
Oh, voi me lo avete detto diece volte.

[357] FAMELICO
E con questa seranno undeci; ma io te lo ridico tante fiate perché lo facci una sola.

[358] ANTILLA
Serà fatto.

[359] FAMELICO
Torna tosto, e con denari.

[360] BOLCETTA
Vieni, Antilla, spàzzati!

[361] ANTILLA
Io vengo.

[362] BOLCETTA
O messer Flaminio!

[363] FLAMINIO
O sola luce de mia vita, sète voi qui?

[364] ANTILLA
Io ci sono per certo, il mio gentilissimo Flaminio.

[365] BRUNELLO
Finite questi abbracciamenti, che non facciate come dice quel verso: “E nulla stringo, e tutto ’l mondo abbraccio”.

[366] ANTILLA
Sì, sì, andiamo fora del pericolo.

[367] BRUNELLO
Andiamo, e vi potrete abbracciar a vostro agio.


ATTO QUINTO


[1] Scena prima: Famelico e Brusca
 
FAMELICO
O dimmi, Brusca: io di quello ch’ho detto non ti son per venir meno.

[2] BRUSCA
Facendolo, farai contra la tua natura.

[3] FAMELICO
Perché contra la mia natura?

[4] BRUSCA
Perché la natura tua è il mentire e l’arte tua il negare.

[5] FAMELICO
Credimi questa sola volta, e non più, che, a fe’ di vero roffiano, quello che ne traremo oltre li venticinque scudi voglio che faciamo da boni compagni; e se, como tu di’, il mi lassa Dorotea in govemo, siamo per far li più onorevoli contrabandi del mondo, oltre che tu serai il dominus.

[6] BRUSCA
Non me lo recordar più, perché il ricordar la cosa troppo la fa porre in domenticanza.

[7] FAMELICO
Ma manteraimi tu le capre ch’io non vedrò di la qualità di quelle che mi mostrerete?

[8] BRUSCA
Sì, di punto; rimarai d’accordo quanto il paio, e vedendone dua le vedi tutte.

[9] FAMELICO
Come? Non son più di due?

[10] BRUSCA
Io dico: come ne vedi due, seranno tutte così fatte. E non vi perder tempo, perché tanto hai guadagnato oggi; se ella fusse morta era lo error del doppio: dove pensasti di guadagnar ne la vendita v’incorea l’interesse del sepelirla.

[11] FAMELICO
Così era.

[12] BRUSCA
E però non è la peggior mercanzia di quella di putane.

[13] FAMELICO
Oh, non dir così, ch’io me la trovo utile, anzi utilissima, e dillettevole.

[14] BRUSCA
Tu sai il fatto tuo.

[15] FAMELICO
Io vivo con esse, e vivo da uomo da bene pari miei.

[16] BRUSCA
Uomo da bene tuo pari, eh? E como diavolo può esser omini da bene ruffiani?

[17] FAMELICO
Può anche esser uomo da bene il maestro de la giustizia.

[18] BRUSCA
Dubiti forse tu che non sia più uomo da bene e non offendi meno Iddio e il prossimo il maestro de la giustizia di quello che facci un ruffiano?

[19] FAMELICO
Oh, tu sei in errore.

[20] BRUSCA
In errore sei tu! Dimmi, il maestro de la giustizia non fa egli quanto comanda il giudice e la legge, e punisse un reo per assicurar mille buoni?

[21] FAMELICO
E io che fo?

[22] BRUSCA
E tu fai tutto contra la legge e civile e canonica, e contra il voler de’ giudici.

[23] FAMELICO
Como?

[24] BRUSCA
Como? Uccidi mille buoni per arricchir un tristo, che sei tu quello.

[25] FAMELICO
Oh, oh, tu sei su le berte!

[26] BRUSCA
È ben vero; ma lassiamo cotali berte, dunque. Va’ e consiglia Dorotea al baratto, perché a quel ch’io veggio ella non contenta molto.

[27] FAMELICO
Non te ne curare: io posso far de essa come robba mia, non l’ho io comperata?

[28] BRUSCA
Eccotene una! Or bene, va’ in casa.

[29] FAMELICO
Sarai tosto qui?

[30,1] BRUSCA
Tosto, tosto.

[30,2] Sarà bella da contare questa baia, quando si dirà: “Brusca è stato sensale di capre e di vacche, e ha fatto cavalcar la capra al suo padrone, e che più?, l’ha fatto un becco”. E molto più laude averò avendoli posto sopra il capo così belle e onorevoli corna, visibilium et invisibilium; perché tutti non pongono le corne visibile. Quai lauri, quai mirti si sdegnerano poi di cingermi le tempie? (Altro che rubacchiar con mal modo una favola di qua e una goffaria di là e poi porle insieme con colla non molto forte, di modo che rimangono tutte discolate, come fanno questi che dicono esser comici e chiedono a ser Apollo una ghirlanda in prestido per andar gonfi, vagheggiandosi per li chiassi!). Oh, bene: che mi resta altro, se non andarmene a dar così dolce nova al mio padrone, gentiluomo di Cornetto e cittadin di Cervia? Io so ch’el mi aspetta con maggior desiderio che non aspettano li forfanti il sol d’invemo, o il villano la pioggia di estate.


[31,1] Scena seconda: Ortica e Famelico
 
ORTICA
O cieli, siate voi ringraziati per sempre! Ora ch’io scorgo il porto e ho il vento prospero, io vorei che uno di questi che si dilettano di racontar li fatti d’altri avessero vedute tutte queste mie operazioni, e prender essempio da esse como la fortuna sia aiutrice de li animosi. Che dirai tu, Famelico? Oh, quanto ti parrà stranio vedendomi carco de le robbe tue e contrattar con la tua istessa robba! Ma io mi voglio prima cavar un poco di solazzo del fatto suo. Ed eccolo di punto. O bel tratto!

[31,2] Da quel balcone a la gronda è troppo gran salto; ma chi potesse per de qui...

[32] FAMELICO
Ecco, ecco Ortica che si è appresentato a le mura de la città per batterla.

[33] ORTICA
Una scalla poi giungerebbe da...

[34] FAMELICO
O valente soldato, como ti pare espugnabile la rocca Famelica? Ecco che le sentinelle ti hanno scoperto.

[35] ORTICA
Oh, tu sei qui? Io non guardava per mal alcuno...
[FAMELICO] [...] perché io fui tristo prima che nato. Ma dimmi, di grazia, non è oggimai sera?

[36] ORTICA
E che importa questo?

[37] FAMELICO
Como, ch’importa? Non mi hai tu promesso di entrar in questa casa oggi contro il voler mio e trarne tanto che sia al valor de venticinque scudi, per comprar Dorotea con essi?

[38] ORTICA
Oh, oh... Io me lo avea scordato! Eh, burlava teco.

[39] FAMELICO
Può esser che burlavi; e ora eri venuto a considerar l’entrata, eh?

[40] ORTICA
Io non ci pensavo punto; anzi, passando quinci a caso, mi venne veduto una gazza che portava la beccata a li gazzettini colà, sotto que’ tuo’ coppi...

[41] FAMELICO
E ove?

[42] ORTICA
Colà, non vedi tu?

[43] FAMELICO
Io non vedo.

[44] ORTICA
Non vedi tu la gazza là di sopra? Volgiti più!

[45] FAMELICO
Io non vi veggio gazza.

[46] ORTICA
Vah, diavolo, vah! Tu sei una bestia!

[47] FAMELICO
Io te dirò il vero: io non son così grosso ch’io te lo voglia creder afatto.

[48] ORTICA
Se tu non lo vòi creder va’ lo cerca! Ma io ti fo intender che quando io avesse posto cura a le parole che dicessemo questa mane, io ti averei fin ora atteso, e d’avantaggio.

[49] FAMELICO
Tu?

[50] ORTICA
Io, sì.

[51] FAMELICO
Ma che non lo fai?

[52] ORTICA
Eh, il non è mio costume tôr l’altrui, e poi...

[53] FAMELICO
E poi che? Io ti perdono: fammi il peggio che sai e ingegnati quanto pòi.

[54] ORTICA
E poi?

[55] FAMELICO
Che importa questo “e poi”?

[56] ORTICA
Importa che tu non mi manteneresti ciò che m’hai promesso.

[57] FAMELICO
Ortica, io ti straprometto e ti arciattenderò, e più, io te ne prego, che mi facci quanto male tu pòi in questo caso; tanto nel resto siami poi amico, ch’io t’avrò caro.

[58] ORTICA
E così mi prometti?

[59] FAMELICO
Io te lo giuro, che più?

[60] ORTICA
Dammi la mano.

[61] FAMELICO
Eccola.

[62] ORTICA
Guardati... Ma oh, io non vorei aver incontrato costui.

[63] FAMELICO
Perché?

[64] ORTICA
Perché è pazzo.

[65] FAMELICO
Pazzo? A sua posta.

[66] ORTICA
E peggio...

[67] FAMELICO
Che è?

[68] ORTICA
Ha la ghiandussa!


[69] Scena terza: Barbon, Ortica e Famelico
 
BARBON
O fratello!

[70] ORTICA
Eccolo!

[71] BARBON
Oh! Oh! Oh! Ohì!

[72] ORTICA
Non te lo diss’io? Sempre grida così forte.

[73] FAMELICO
Dice a te?

[74] ORTICA
Così raggiona con tutti.

[75] FAMELICO
Io me ne vo.

[76] BARBON
Oh! Oh! Ohì, fratello!

[77] FAMELICO
Meglio ch’io serri la porta e fugga la pazzia e la ghiandussa insieme.

[78] BARBON
Fratello!

[79] ORTICA
Che?

[80] BARBON
Ove è il padrone?

[81] ORTICA
Dite a me?

[82] BARBON
Sì, il tuo padrone!

[83] ORTICA
Io non voglio padrone, non...

[84] BARBON
Io dico il tuo padrone!

[85] ORTICA
Il mio padrone? Oh, come son io abbatuto!

[86] BARBON
Sì...

[87] ORTICA
Correte, correte! Non, di qua!

[88] BARBON
Stiamo freschi, per mia fe’!

[89] ORTICA
Di qua, di qua!

[90] BARBON
Ove serà mo ito costui?

[91] FAMELICO
Io ho udito un strepito qua in strada, e fattomi al balcone vidi quel pazzo ch’era dietro Ortica, ed egli fuggìa ora di qua ora di là; e io era venuto per socorerlo, ma poi ch’egli non è qui in strada, io non vo’ prender fatica di cercarlo: fra essi se la partino! E poi, io non vorrei che questa fusse stata sua invenzione per qualche sua bararia; ma io non credo che il facci altro, per oggi: da oggi indietro non è più patto alcuno fra noi.


[92] Scena quarta: messer Ippolito e Brunello
 
IPPOLITO
Io ho gran paura che tu non t’abbi ingannato nel raffigurarlo.

[93] BRUNELLO
Ohimè, non lo conosco io? Non l’ho veduto mille volte?

[94] IPPOLITO
Io mi maraviglio ch’egli non sii venuto di prima giunta a trovarmi.

[95] BRUNELLO
Como volete ch’il venga, non sapendo ove stanciate?

[96] IPPOLITO
[...] dimandare.

[97] BRUNELLO
Eh, forse ha qualche altra facenda da espedire prima; e poi non dite voi ch’egli va incognito? Ma come lo conoscete voi, e egli?

[98] IPPOLITO
Apunto egli è da Patrasso.

[99] BRUNELLO
Sì, sì, mi pare aver più fiate udito raggionar di costlii che partì da Patrasso, dove avea un fratello, e venne a Venezia per cercare, como molti fanno, il soldo appresso li Signor veneziani; e poi, ritomato a Patrasso, non trovò il fratello, parmi abbiate detto.

[100] IPPOLITO
Tu ti aricordi parte, e parte non. Costui, tornato a Patrasso, parmi che li fu detto como il fratello avea seguitato un schiavo nero che li portò via dui figliuoli di quattr’anni, l’uno mascolo e l’altra femina.

[101] BRUNELLO
Io mi ricordo che erano nati ad un parto.

[102] IPPOLITO
Cosi è proprio. Ed egli andò come disperato, né mai più se ne seppe.

[103] BRUNELLO
Ma come avete così amicizia con costui, essendo egli da Patrasso? Conossesti l’altro fratello?

[104] IPPOLITO
Non, ma diroti: essendo egli partito da la patria ove il fratello avea venduto il tutto, senza altramente voler far lite venne sul Ferrarese con una compagnia di cinquecento fanti, e capitando a una mia possessione, qui sotto Rovigo, detta la Pellosella, albergò ne le mie case; ed essendo, como tu sai, [i] soldati pagati per ruvinare, si diedero a far tutti quelli mali che si potemo immaginar, come tagliar li alberi, brusar case e altre cose le quali, facendole, si tengono a sacrificar.

[105] BRUNELLO
Per Dio! Avendovi fatti simili appiaceri, voi li sète molto tenuto!

[106] IPPOLITO
Odimi: costui, per sua cortesia, in cotal modo si governò ch’io non ebbi danno di un denaio; anzi, scrivendomi più litere, como buon amico sempre mi confortò e offerissi.

[107] BRUNELLO
Se così è, voi li sète molto obligato.

[108] IPPOLITO
Così è di punto.

[109] BRUNELLO
Né mai lo avete conosciuto?

[110] IPPOLITO
Io l’ho conosciuto e lo conoserei, ma non parlatoli mai.

[111] BRUNELLO
Si seppe mai ciò che venne del fratello e dei figliuoli?

[112] IPPOLITO
Si disse che ’l figliuolo fu venduto dal schiavo a un gentilomo bolognese, e che la figliuola l’avea appresso di lui in Venezia: questo seppi da un mio amico che tenea amicizia seco a Patrasso, ma del fratello mai si seppe. Ma s’io non m’inganno, questo che vien di qua è il suo servo... Udimo ciò ch’el dice.


[113] Scena quinta: Barbon, messer Ippolito e Brunello
 
BARBON
Ora conosco che questo è un tristo, e che quello non era anco Famelico. Costui dicea: “cori di qua, cori di là” e mi facea corer como un pazzo, e ultimamente, io non saprei dir como, egli si è nascosto per alcune muraglie, che non lo avrebbe seguito e’ topi; e facea alcuni rumori, alcuni strepiti e urli ch’avrebbe impaurito il Demogorgon... Ecco, io avrò perduto il padrone, per giunta.

[114] IPPOLITO
O buon uomo, chi cerchi tu?

[115] BARBON
Io non so più quello ch’io mi cerchi.

[116] IPPOLITO
Dillo a noi, forse te ne sapremo dar notizia.

[117] BARBON
Io cerco il mio padrone.

[118] IPPOLITO
Chi è questo tuo padrone, si può sapere?

[119] BARBON
È uno Eustrato da Patrasso soldato.

[120] IPPOLITO
Dimmi, saresti mai servo di messer Epidimo?

[121] BARBON
Apunto di Epidimo: como lo conossete voi? Saresti mai messer Ippolito Stanga?

[122] IPPOLITO
Io son quello.

[123] BARBON
Dunque io vi saluterò per parte sua: egli cerca de voi.

[124] IPPOLITO
Dove lo lassasti?

[125] BARBON
Io non vi saprei dire se non che un certo tristo, a caso, facendo il sordo, mi traviò con le più strane astuzie del mondo, né saprei dir a che fin. Un villano dopo mi capitò ne li piedi e mi fece la seconda. Ultimamente il sordo istesso mi ha condotto con una sua favola e fatto correr per questa città como una bestia, di modo che non so ove mi trovar Epidimo, ed è gran pezzo ch’io non lo viddi.

[126] IPPOLITO
Ove allogiaste di prima?

[127] BARBON
A l’osteria de le Bettole.

[128] IPPOLITO
Meglio serà ch’andiamo fin là.

[129] BARBON
Fate come vi pare.

[130] BRUNELLO
Chi può esser questo sordo?

[131] BARBON
Io non lo so.

[132] BRUNELLO
Lo conosseresti?

[133] BARBON
Benissimo.

[134] IPPOLITO
Andiamo, dunque.


[135,1] Scena sesta: Spadan e Fiorina
 
SPADAN
Oh, me vegne el mal drean, a mi, s’a’ ghe vago! Sto viegio carcagioso, mo, que me vuò insegnar a cazzar cavre! E po el me sta [a] cigare in le regie ch’al par ch’a’ supia una biestia con l’è ello, ch’el vò sbaratar cavre in femene. O cancaro, la sarà la mala coerta! Fuosi mo che gi altri le paga de smarciegi, e ello le vò pagar de doppiun...

[135,2] Potta de la vergene Matiazza, i dise po che un vieggio non gh’in sente de l’anemale! Mo que m’hegio pensò mi? De anar da la parona e farghelo assaere, e an, a un sbressuogno, anar co ella de brigà a ca’ soa de Fameleco e farlo catar, con disse quelù, su gi uovi. E an, s’el sbesognerà, e l’agiarò a farghe, con disse el tamostro, el debitoribus. E sì a’ ghe anarò certo, e se a’ ghe vago, oh, cancaro!, la sarà la bella noella! Oh, la sarà ben da rire! Brigà, stè pur astrinti s’a’ volì rire tanto ch’a’ creperì.

[135,3] Chi è in ca’? Oh là, a chi dighe mi? O de sora, arvì, arvì, ch’a’ son Spadan abitaore!

[136] FIORINA
Aspetta, se tu ha fretta!

[137] SPADAN
A’ sè ben an mi ch’a’ gh’he pressa. O parona, parona!

[138] FIORINA
Che vòi tu da la padrona?

[139] SPADAN
On èlla?

[140] FIORINA
Ella è di sopra.

[141] SPADAN
A’ ve vuo’ far cagar da rire, se ghe n’arrì voggia.

[142] FIORINA
Io n’ho voglia d’avantaggio, ma famelo tosto!

[143] SPADAN
Mo aspietta un tantin, ch’a’ te farè an ti rire, e la parona.

[144] FIORINA
Troppo averai che fare!

[145] SPADAN
Mo vien de sora, s’te vuosi.

[146] FIORINA
Meglio sarebbe qua di sotto.

[147] SPADAN
Oh, te magni i luvi, lecapétola! A’ t’he intendù...


[148] Scena settima: messer Afrone, Brusca, Antilla e Famelico
 
AFRONE
Tru, va’ là, becco, va’ in ca’! Aìda anga ti, Brunza: no vedestu chié scamba?

[149] BRUSCA
Io veggio pur troppo: ma o voi sarete il capraro, o io.

[150] AFRONE
No ’porta gnendi, no; ti sarà vui la suttocavrero.

[151] BRUSCA
Il sopracapraro era meglio.

[152] AFRONE
Chié vusto chié parla, mi o vui?

[153] BRUSCA
La raggione vuol che voi parlate.

[154] AFRONE
Chié cosa debbo diri?

[155] BRUSCA
Voi li direte come queste sono le capre.

[156] AFRONE
Chié me respunderà ello?

[157] BRUSCA
Che sarei mai indovino? Il potrebbe dire: “Quanto ne volete del paro?”

[158] AFRONE
A chesto che besogna respoderi?

[159] BRUSCA
Tre ducati.

[160] AFRONE
Tria ducata? Mo xé troppo bò mercao! E buo la becco sora, an?

[161] BRUSCA
Oh, sopra tutti li mercati aveti il becco, padrone, per gionta. Ditte pur che ne avete dieci paia.

[162] AFRONE
Mo se mi no avé aldro chié sie?

[163] BRUSCA
Oh, non importa.

[164] AFRONE
Chié vusto chié fanzo la busia?

[165] BRUSCA
In questo caso, signor sì.

[166] AFRONE
Signor sì, an? Stan bé. O Christè, varda canda pussanza chié ti avé dao a chesto Amur, chié de zendilomo del Patrasso me fa devendari un cavrero busiotto! Pasenzia.

[167] BRUSCA
Che volete mo far, caro padrone?

[168] AFRONE
Varda chié semo a la porta. Batti poco.

[169] BRUSCA
O di casa! Tic tac. Pru, chi, vieni in qua, becco! Chi è in casa?

[170] ANTILLA
Chi picchia?

[171] BRUSCA
Dite a Famelico ch’egli è qui le capre e il becco e tutti.

[172] ANTILLA
Induggiate un poco.

[173] BRUSCA
Capre qui, becco lì... Oh, noi averemo facende con queste bestie, padrone! Tu sei qui, Famelico?

[174] FAMELICO
Io ci sono, sì. Che mi dite?

[175] BRUSCA
Ecco l’uomo da bene.

[176] FAMELICO
Brusca vostro mi ha raggionato il tutto, sì come desiderate una mia gargiona e ch’a l’incontro volete darmi alcune capre.

[177] AFRONE
E anghe la becco.

[178] FAMELICO
E il becco, signor mio?

[179] AFRONE
Becco, messer sì.

[180] FAMELICO
E invero io mi discomoderò alquanto, perché di essa non mi mancano li denari, pur voless’io. Ma avendomi ditto egli tanto bene de la Signoria vostra, io son schiavo e servitor di quella.

[181] AFRONE
Oh, per vostro grancia, vu vederan bé, affendi misseri Famelica... Pru, va’ in ca’, becco!

[182] FAMELICO
E, com’io vi dico, io son per far quanto vi piace. El resta solo che sapiamo il precio, sì de le capre como de la gargiona.

[183] AFRONE
Oh, ti averà andesso bune cavre, missieri.

[184] BRUSCA
E bon becco, sopratutto.

[185,1] FAMELICO
Tenete vostre parole a memoria.

[185,2] Chi serà costui? È Ortica!


[186] Scena ottava: Ortica, Famelico, messer Afrone e Brusca, [Barbon, Ippolito] e madonna Cassandra, [Spadan, Fiorina]
 
ORTICA
Famelico, il vostro Ortica vi saluta; il quale, non li bastan-do il core di far quanto vi ha promesso, per non mancar in qualche parte ecco ch’el vi arreca alcuni pegni che serano sicuri per la somma di venticinque scudi.

[187] FAMELICO
O valentuomo, tu sei mutato di opinione? No sai tu che tanto sa altri quanto altri?

[188] ORTICA
Basta, io me ingannai a partito.

[189] FAMELICO
Che pegni sono questi?

[190] ORTICA
Voi li vederete.

[191] FAMELICO
Ortica, ecco qui questo gentilomo: ancor lui è qui per Dorotea, e vol a l’incontro darmi tante capre. Io non farò torto ad alcuno di voi, ma quel che più mi prometerà, quello sarà signor di Dorotea.

[192] AFRONE
Anghe chesto, dunga, vol la mio Dorotea?

[193] ORTICA
Dunque voi volete Dorotea?

[194] AFRONE
Brunza!

[195] BRUSCA
Signore.

[196] AFRONE
Amazzelo, presto, presto!

[197] BRUSCA
Vòi tu ch io ti amazzi?

[198] ORTICA
Eh non, di grazia!

[199] FAMELICO
Adaggio, non vi affocate ne la colera, gentiluomo.

[200] ORTICA
Tenetelo! Oh, egli è colerico, e li farà bisogno un cristiero per fargliela andar di sotto.

[201] AFRONE
Ligallo ca.

[202] BRUSCA
Padrone, tacete, non fate strepito, volete altro? che la gargiona è vostra.

[203] ORTICA
Sì, se varà al tristo.

[204] FAMELICO
Che pegni sono questi, o Ortica?

[205] ORTICA
Scoprili; tu li vederai.

[206] FAMELICO
Ma, ohimè, queste sono robbe mie!

[207] ORTICA
È possibile?

[208] FAMELICO
Ohimè, tutte robbe mie!

[209] ORTICA
Potrebbe esser.

[210] FAMELICO
Ove le hai tu aùte?

[211] ORTICA
Ove erano.

[212] FAMELICO
Chi te l’ha date?

[213] ORTICA
Io le ho prese con queste mani, e sono entrato in casa tua con questi piedi, como io ti promissi con questa lingua.

[214] FAMELICO
Chi ti ha aperto?

[215] ORTICA
Famelico, idest tu.

[216] FAMELICO
Quando?

[217] ORTICA
Oggi.

[218] FAMELICO
Io?

[219] ORTICA
Tu. Ma per non intertenere né tu né le capre, dimmi: hati portato il cesto un mutolo?

[220] FAMELICO
Sì.

[221] ORTICA
Ortica era quel mutolo.

[222] FAMELICO
Ortica?

[223] ORTICA
Ortica.

[224] FAMELICO
Ohimè, Dio!

[225] ORTICA
Oh, ti dia Dio...

[226] AFRONE
A chin digo mi, an? Parlemo sul mio canvre.

[227] FAMELICO
E andate in malora voi e le capre! Tacete! Tu eri il mutolo?

[228] ORTICA
Io. Ma più su sta mona Luna... Sarebbe mai entrato un frate in queste porte, oggi?

[229] FAMELICO
Ohimè, ohimè, ora intendo il tutto! Tu eri il frate?

[230] ORTICA
Io, di punto. Vedesti quella panza così grande?

[231] FAMELICO
Io la viddi.

[232] ORTICA
Ed eccola qua intiera, al comando vostro; e il bon pro vi facci.

[233] FAMELICO
Fammi un apiacer, Ortica.

[234] ORTICA
Comanda.

[235] FAMELICO
Uccidimi!

[236] ORTICA
Questo non farò già, per non far torto a le forche.

[237] FAMELICO
Ohimè, io son morto!

[238] AFRONE
Chié vulemo fari de cheste cavre, an, homo dan bé?

[239] FAMELICO
Va’, che tu sii squartato tu e le tue capre!

[240] BRUSCA
Oh, voi sèti importuno, padrone.

[241] BARBON
O fratello! Ehi, ehi, fratello!

[242] ORTICA
Che diavolo gridi tu, bestia?

[243] BARBON
Non sei tu il sordo?

[244] ORTICA
Io sonno il mal che Dio ti dia!

[245] IPPOLITO
Questo era il sordo che tu dici, dunque?

[246] BARBON
Signor sì.

[247] ORTICA
Ah, ah, ah!

[248] BARBON
Dunque non sei sordo come dianci?

[249] ORTICA
Non par a me.

[250] BARBON
E come?

[251] ORTICA
Oh, como! Non sai tu ch’a tempo è buono esser sordo, cieco e zoppo, e a tempo è buono aver più occhi che Argo e più piedi che un trespolo e più orrecchie che un asino che tu sei?

[252] IPPOLITO
Dunque tu hai finto il sordo, an?

[253] ORTICA
Bisogna forsi ch’io ve lo replichi?

[254] IPPOLITO
A che proposito lo facesti?

[255] ORTICA
A buon proposito; ma non rompete il parlamento nostro, di grazia.

[256] AFRONE
Chié volemo fari de mi e di chieste càveri?

[257] FAMELICO
Di grazia, non mi noiate più con le vostre capre.

[258] ORTICA
Famelico, odimi due parole.

[259] BARBON
Questo dunque è Famelico?

[260] FAMELICO
Io sono, sì.

[261] BARBON
Ohimè, ohimè!

[262] ORTICA
Che diavolo gridi tu?

[263] BARBON
È questo quel Famelico a cui mi faceste parlare? Tu non rispondi? Di’!

[264] ORTICA
Che diavolo vòi ch’io ti rispondi? Sei tu cieco, forse?

[265] BARBON
Io mi credo che non: dunque tu mi hai gabato.

[266] ORTICA
Potrebbe essere.

[267] BRUSCA
Usciamo di questo laberinto e veniamo a le conclusioni. Pru, chi, becco, chi, capre, chi...

[268] IPPOLITO
Famelico, hai tu convenzione alcuna con un certo Eustrato greco ch’abita in Verona?

[269] FAMELICO
Sì, ho.

[270] IPPOLITO
L’hai veduto oggi?

[271] FAMELICO
Signor non, e me maraviglio ch’egli non sia qui.

[272] IPPOLITO
Io ti anunzio la venuta sua, e questo è suo servo, qual è giunto in Ferrara per darti venticinque scudi, com’è l’acordo vostro, e menarasene una tua gargiona: Dorotea, credo.

[273] FAMELICO
Ohimè, foco sopra foco!

[274] ORTICA
Ah, ah, ah! Tardi venerunt...

[275] FAMELICO
Che ridi tu, Ortica?

[276] ORTICA
Perché a me par di ridere.

[277] FAMELICO
Patrone, el mi incresce che messer Eustrato sarà venuto tardo: vedete come la fortuna me bersaglia!

[278] ORTICA
Io risponderò per Famelico: direte al greco che Dorotea è nostra fino a quest’ora.

[279] IPPOLITO
Como vostra?

[280] ORTICA
Nostra, signor sì. E perché credete voi ch’io facessi il sordo con costui? Non sine quare!

[281] CASSANDRA
O tristo, scelerato, mercante di capre, vergogna degli uomini!

[282] AFRONE
E ti vergogna del donni! Chié vustu fari custió darecao? Non far, mugieri!

[283] CASSANDRA
Ch’io non facci, eh?

[284] AFRONE
Brunza, tienla, chié xé matta!

[285] BRUSCA
Eh, padrona, padrona, adaggio, madonna, padrona... Non più!

[286] CASSANDRA
Levameti dinanzi tu, ruffiano che tu sei!

[287] SPADAN
Madonna...

[288] CASSANDRA
Mena via queste capre!

[289] AFRONE
Onde vusto chié ’l ve ’l mena?

[290] SPADAN
Oh, a’ la ariverón pur! Tutto ancuo’ drento e fuora, drento e fuora...

[291] CASSANDRA
A questo modo, an, gentil inamorato?

[292] AFRONE
Va con Dio, mugieri!
IPPOLITO Che vi pensate di far, madonna? Non è questo vostro marito?

[293] CASSANDRA
Così non fusse egli!

[294] IPPOLITO
Perché?

[295] CASSANDRA
Perché egli è un tristo.

[296] BRUSCA
Più bel detto era: un becco.

[297] IPPOLITO
Parti onesto ingiuriarlo a questa guisa?

[298] CASSANDRA
Io son disposta, s’io dovesse divenir femina del mondo, farti il più tristo ch’oggidì vivi.

[299] BRUSCA
Voi averete poca fatica.

[300] AFRONE
Pacencia, za chié mi xé rumaxo sulo in chiesto mondo. Amango fusse vivo mio frandello, chié calche puleze me becca chié no me beccarave.

[301] CASSANDRA
Che di’ tu?

[302] AFRONE
Dingo, se mio frandello fusse vivo... Basta.

[303] CASSANDRA
O scelerato, el mi minaccia con morti!

[304] IPPOLITO
Che fratello? Che morti dite voi?

[305] AFRONE
Mio frandello, che giera soldaos del re de l’Ungari chié avea gnome Epidimo Magrimi.

[306] BARBON
Come dite? Che cosa dite di Epidimo Magrimi?

[307] AFRONE
Epidimo Magrimi, che giera mia frandello.

[308] BARBON
Di onde?

[309] AFRONE
Da Patrasso.

[310] CASSANDRA
Greco: dunque fatte voi giudizio del resto.

[311] BARBON
Udite un poco, il mio messer Ippolito...

[312] ORTICA
Famelico, queste cose non fanno al proposito nostro. Che vogliamo noi fare?

[313] FAMELICO
Oh, Ortica, io ho perduta la scrima.

[314] CASSANDRA
Viene a casa, tristo che tu sei, va’!

[315] BRUSCA
Eh, madonna, servate il decoro.

[316] CASSANDRA
Decoro, di’ tu? Decoro? Brusca, Brusca!... Basta.

[317] BRUSCA
Voi vi lamentate a torto.

[318] CASSANDRA
Orsù, io non mi vo’ far anasar qui in publico: ma legatela pur al dito ch’io non sono per scordarmelo. Vieni, Fiorina, entrami dietro.

[319] FIORINA
Eh, madonna, el non si vol por mente a le parole...

[320] CASSANDRA
Parole, an? Vieni pur a casa, tristo!

[321] BARBON
Ponete ben mente, che voi trovereti, com’io vi dico, che seranno fratelli.

[322] IPPOLITO
Padrone, ditemi, di grazia: quant’è che voi mancate di Patrasso?

[323] AFRONE
Disidotto agni.

[324] IPPOLITO
Aveti voi figlioli?

[325] AFRONE
Sì chié avea, una masculo e uno femina; ma chel poldron del mio scavo me ’l rubao, e la mascul vendùo sul Bologna.

[326] IPPOLITO
L’altro?

[327] AFRONE
L’aldro ha portao cu ello sul Venesia.

[328] IPPOLITO
Sapesti mai nova di lui?

[329] AFRONE
Aldro mi no savéu se no che giera sul Venesia.

[330] FAMELICO
Che dite voi di Venezia?

[331] IPPOLITO
Taci un poco, Famelico.

[332] FAMELICO
Tacete un poco voi, che anch’io conosco una giovane in Venezia menata da Patrasso da uno schiavo; e forse tocherrà a me di questa torta. E dite ancora di Venezia.

[333] AFRONE
Dingo chié un mio scavo me rubao dia pedìa, sernicò e telicò. La masculo xé vendùo sul Bologna e lo femena sul Venesia.

[334] FAMELICO
Il schiavo como si chiamava?

[335] IPPOLITO
E io voleva di ciò adimandarlo.

[336] ORTICA
Noi eravamo tutti ad un taglieri.

[337] AFRONE
Nasardì, numeva ello.

[338] IPPOLITO
Era nero?

[339] AFRONE
Sì che giera gnegro.

[340] FAMELICO
La figliola come la nomaste?

[341] AFRONE
No xé Numaste, xé Campaspe ella.

[342] ORTICA
E ’l figliolo?

[343] AFRONE
Demetrio.

[344] FAMELICO
Ortica, odimi.

[345] BARBON
Messer Ippolito, che vogliamo far noi?

[346] IPPOLITO
Attendiamo un poco il fine di queste rivoluzioni.

[347] BARBON
Fatte voi; pur ch’io sapia nova del padrone, poi...

[348] ORTICA
E io te dico che Lionello è questo Demetrio, e non altro, sì come la tua Dorotea è questa Campaspe: e tu lo vedrai in effetto.

[349] FAMELICO
Avete voi segno alcuno a la figliola?

[350] AFRONE
Messer sì, avea in chiesto occhio una pezza bianco tundo.

[351] ORTICA
Dittemi, che pagaresti voi a chi vi mostrasse li figlioli e il fratello?

[352] AFRONE
Chié pagherave? Se mi avesse tutto la tesoro del San Marco de la Venesia e cul so Buzentoro, ghe darave tutto canto.

[353] FAMELICO
Quel’amico è in ordine, Ortica?

[354] ORTICA
È in ordinissimo.

[355] FAMELICO
Espedisiti!

[356] ORTICA
Aspettami qui alquanto.

[357] AFRONE
Brunza!

[358] BRUSCA
Signor.

[359] AFRONE
Aldi ca...

[360] IPPOLITO
Barbone, io m’imagino di veder oggi una di quelle scene che soglieno far i comici.

[361] BARBON
Como?

[362] IPPOLITO
Sì, tu vederai un rivolgimento di fratelli e di figlioli riconosuti, e un mescolamento di allegrezza senza fine.

[363] BARBON
Che ’l mio padrone sia fratello di costui?

[364] IPPOLITO
Così credo.

[365] BARBON
Certo che voi concorrete ne la mia opinione: e’ me ne avidi tosto ch’io udì’ nomar Epidimo Magrimi.

[366] AFRONE
Chié te par, Brunza, de chiesto che mi te dito?

[367] BRUSCA
Che diavolo so io? Stiamo a veder il fine.

[368] AFRONE
Del mio mugieri cu’ faremo?

[369] BRUSCA
Oh, faremo bene! Lassatela conzar a me, ch’io l’ho pur acconza de le altre fiate.

[370] AFRONE
Cunzalo anga andesso.


[371] Scena nona: Ortica, Lionello, Famelico, Dorotea, messer Afrone e Brusca
 
ORTICA
Com’io ti fo cenno vieni, sai?

[372] LIONELLO
Così farò.

[373] FAMELICO
Siamo qui. Dimmi, Dorotea, ti ricorda cosa alcuna di tuo padre?

[374] DOROTEA
E che importano queste cose?

[375] FAMELICO
Importano assai: dillo.

[376] DOROTEA
Io mi ricordo che un schiavo me li rubbò.

[377] FAMELICO
Como avea nome il schiavo?

[378] DOROTEA
Nassardin.

[379] FAMELICO
E il padre?

[380] DOROTEA
Gerofilo.

[381] AFRONE
O Thé, oimena!

[382] ORTICA
Tenete il povero vecchio!

[383] FAMELICO
Questo è Gerofilo tuo padre. Mirate se voi vedete quella macchia ne l’occhio.

[384] AFRONE
Chié vuléu plio ? Certo chesta xé mia fia, thicatera-mu, glichì-mu! O fia mian dulcin, bello, u’ xé la piando, la lagrima chié mi labicao cun chesti occhi per vui cando ve perso? Mi xé vostro pari, aimena...

[385] DOROTEA
Oh patre, oh patre!

[386] ORTICA
Lionello!

[387] LIONELLO
Ahimè, Ortica, io son pur fuor di speranza.

[388] ORTICA
Como, fuor di speranza? Venite inanti. Cessate un poco da li abbracciamenti se volete saper il resto! O padron Lionello, abbracciate qui Dorotea.

[389] BRUSCA
Questo non farai tu, se non dimandi licenzia al padre.

[390] ORTICA
Lassalo fare. Basciatela, abbracciatela, ancor questo vecchio, basciatelo! Non è alcuno di voi, sin qui, che sappi a che fine ciò fato sia?

[391] AFRONE
No chié no savemo.

[392] ORTICA
Oh, voi lo saperete! Padrone, questi averebono caro saper di che paese sète.

[393] LIONELLO
Questo mi serà poca fatica. Io son de Patrasso, e fui robato da un schiavo a mio padre con una sorella; il padre si chiamava Gerofilo e la sorella Campaspe.

[394] AFRONE
No bì, no bì! Viè in brazzo del pari, Demetri, pedì-mu, chié moro del ’legrizza! O fion mion bello!

[395] DOROTEA
Oh, fratello!

[396] BRUSCA
O gran caso, o dolci amorevolezze!

[397] ORTICA
Che ti par, padrone? Hai pur ritrovato il padre e la sorella ora che meno gli speravi.

[398] LIONELLO
Io non so s’io dormo o pur s’io son desto.

[399] ORTICA
Gli è com io ti dico.

[400] LIONELLO
O felice giorno!

[401] AFRONE
O grando Dio!

[402] ORTICA
Ma non più abbracciamenti, che ancora vi ho da dir di novo. O fratello, conossi tu per sorte uno Epidimo Magrimi?

[403] BARBON
Di grazia, fratello, non mi condur più a la lunga e dimrni nova del mio padrone.

[404] AFRONE
Chié dise vui di Epidimo Magrimi?

[405] ORTICA
Lo conossete voi, Epidimo?

[406] AFRONE
Sì chié ’l cognusso, xé mio frandello! Chié vusto dir d’ello?

[407] BARBON
Padrone, Epidimo vostro fratello è in questa terra, e io son suo servo.

[408] AFRONE
Tu xé so servidoros?

[409] BARBON
Signor sì.

[410] AFRONE
Aimena, aimena! Onde xé ello?

[411] ORTICA
Venite meco, che lo vederete.

[412] AFRONE
Macari! Chié la venderò, disìu vui? Aimena, cal ’legrizza, cal cufforto, cal cursalació se zunzerave cul mia? Canena, gnessuna! O zurno culmemorao, o zurno sando, o zurno culmemorao, chié me fando trovari la fioli e la frandello ch’io crendeva chié xé morti! Cando voldi mi piando per vui, poverito, chié tò ivra...

[413] BRUSCA
Queste sono operazioni di Dio.

[414] LIONELLO
Così è proprio. Ma, o padre, ne le allegrezze dimandansi le grazie, non è così?

[415] AFRONE
Sì chié xé cusì.

[416] LIONELLO
Io vi dimando dunque che Famelico sia ristorato di tutti gli danni che egli può patire in questo travaglio.

[417] AFRONE
Farò volendiera, se bé rumagnisse senza ’l camisa per mio cul mustrar el vergogna.

[418] FAMELICO
Io vi ringrazio.

[419] ORTICA

[420] Eccoti tutte le tue robbe, e la mia cappa ancora. FAMELICO
Tu sei troppo liberale.

[421] IPPOLITO
Ma per tutto ciò, quando l’aiuto mio non favorisce Famelico, egli non sarebbe ristorato de li danni ch’egli oggi ha patito.

[422] ORTICA
Como non?

[423] IPPOLITO
Non già, e forse li parrà novo. Dimmi, non hai tu una gargiona nomata Antilla?

[424] FAMELICO
Signor sì.

[425] IPPOLITO
Ove è ella?

[426] FAMELICO
È ita da una sua comadre.

[427] IPPOLITO
Vedi che tu non sei bene a porto? Bolcetta, tuo ragazo, avendo deliberato partirsi da te per esser alcune risse in casa, fece da buon servitor, che si deliberò assassinarti a la partita; e per manza ordinò de condur questa Antilla fuora, e condussela a mio figliuolo Flaminio, che come sai ne era inamorato.

[428] FAMELICO
E come sapete cotali cose voi?

[429] IPPOLITO
Io dormìa per sorte nel giardino, acanto una camera terena, né costoro sapendone cosa alcuna, introrno in la camera con essa insieme, e ragionavano queste cose. Io intanto sopragiunse, e chi fuggì di qua e chi di là: la gargiona rimase in mia libertà, e io l’ho serata in camera con proponimento di restituirtela.

[430] FAMELICO
O Iddio, io non credo che mai fusse nave dibattuta per fortuna quanto è stata oggi la vita mia.

[431] IPPOLITO
Ringrazia donque la luce de santo Ermo.

[432] ORTICA
Io ve ringrazio tutti.

[433] AFRONE
Vulé aldro, Demetri, pedì-mu?

[434] LIONELLO
Signor sì.

[435] AFRONE
Dumada.

[436] LIONELLO
Che mia sorella Dorotea, che ora è Campaspe, sia moglie di Ortica per merto de le sue fatiche.

[437] AFRONE
Xé fado to volundae.

[438] LIONELLO
Vòi tu deventarmi cognato? O Ortica, tu non ragioni?

[439] ORTICA
Io tel dirò, padrone, io mi veggio levar da la bona fortuna a tanta altezza, ch’io dubito sognarmi.

[440] LIONELLO
Che ne dici?

[441] ORTICA
Signor sì.

[442] LIONELLO
Contenti così Dorotea?

[443] DOROTEA
A me contenta ciò che contenta voi.

[444] LIONELLO
Abbracciatevi dunque, che voi sarete moglie e marito.

[445] AFRONE
’Brazzame anga mi, zà chié ti xé rumaso mio zenzaro dulci... Ve prengo tudi candi, del granzia, chié ademo presto veder mio frandello.

[446] ORTICA
Voi farete a modo mio: andarete tutti insieme a casa di messer Afrone, mio padre divenuto, e fate saper questi casi a la moglie, ch’io verrò subbito subito col fratello Epidimo, che è poco lontano di qui.

[447] AFRONE
Cusì saràn bo, as pame.

[448] ORTICA
Vali ancor tu, Famelico.

[449] LIONELLO
Ma non star molto.

[450,1] ORTICA
Io verrò or ora.

[450,2] Spettatori, che vi pare de le operazioni di Fortuna? Che direte de le astuzie di Ortica, per meggio de le quali egli si ha acquistata la nobiltà? Così fatti vogliono essere li servi, e a questo modo li padroni. Oh, bene, io mi darò a creder che la comedia nostra vi sia piacciuta, per il smasselarvi da le risa che avete fatto. Noi mo non ne aspettemo da voi altro premio e segno che un tumultuoso fischiare e batter di mano. Valete!