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Gigio Artemio Giancarli, La Zingana

 

 




 
All’Illustriss[imo] e Rever[endissimo] Monsig[nor] Ercole Gonzaga, digniss[imo] Card[inal] di Mantova,

Gigio Artemio Giancarli devotiss[imo] servidor.
 

Già era la Zingana uscita di scena, e mentre ella riponeva i socchi e la toga, io andava misurando col stile della ragione la qualità delle piaghe che l’aveva fatte la sciocchezza de’ buffoni, la temerità degli ignoranti e l’invidia de’ maledici; rallegrandomi non poco che, di tante, nisc[i]una ne fosse profonda, non pur mor[t]ale. Stando nondimeno dubbio fra me s’io dovessi, conoscendo l’innocenzia sua, darle sicuramente luce o, conoscendo la malvagità d’altri, ritenerla in tenebre con alcuni altri miei parti, mi sopragiunse la Capraria, così ornata e piena d’allegrezza e di gloria che a pena, tutto che fosse mia figlia, la riconobbi; alla qual porte in segno d’amore quelle mani che la fabricaro, e dimandandoli di tanta e così sùbita ventura, ella così mi rispose:

“Di queste allegrezze e di queste glorie m’ha vestita il magno Ercole Gonzaga, illustriss[imo] e reverendiss[imo] Cardinal di Mantova, al cui favore io mi truovo non meno obligata di quello ch’io sia alla cortesia del grande Ippolito da Este, illustriss[imo] e reveren[dissimo] Cardinal di Ferrara, di cui sono, per benignità de’ cieli, adottiva figliuola. Studia, dunque, e ingegnati d’esser conoscente di tanto favore, essendosi tanto S[ignor] degnato di rivestirmi la toga e farmi rapresentar nel suo cospetto, e di que’ Plauti e Terenzi che ornano la città di Mantova poco meno di quello che si facesse già il gran pastor che fé’ risuonar i boschi con boscareccia zampogna dell’amor di Coridone, e poi con più alta tromba le cittadi degli errori d’Enea”.

E qui si tacque la Capraria; quand’io, recreato dalle sue parole e ripreso anima dal favore che a lei vedeva da tanto Signor nuovamente fatto, pensando in che maniera ne potesse mostrar segno di gratitudine, mi risolvei di far umil presente della mia Zingana agli onorati piedi di tua illustr[issima] e reveren[dissima] S[ignoria], parendomi dovere che due sorelle, nate quasi ad un parto, si consacrassero per adottive figliuole a duo altissimi personaggi, di sangue, valore, virtù e cortesia parimente chiari ed eminenti; del nome de’ quali non men si pregia Mantova e Ferrara, che si pregiasse già Roma de’ suoi Cesari e Scipioni. Ma che dico io, Ferrara e Mantova? Anzi pur tutto ’l mondo, nella maggior parte del quale i raggi delle vostre altissime qualità risplendono.

Mentre dunque voi, S[ignor] mio illustr[issimo] e rever[endissimo], godete, ornato di quella corona che la comune credenza delle genti v’ha tessuta, di santo, di dotto e di chiaro, raccolto ne’ vostri securi studi, occupato ne l’importantissimi negozi non vi sdegnate, all’ore che solete talvolta dare alla recreazione, di prestar almen una volta orecchie al cingottolar della Zingana, alle sciochezze d’Acario, all’astuzia di Spingarda e agl’inganni d’Agata; li quali ora con questa mia vengono a basciarvi devotissimamente, e per mio e per lor nome, le sacre mani, arditi non pur d’uscir in luce sotto ’l vostro sacro nome, ma securi di conservarsi inoffesi da malegni e da detrattori. Viva felicissima v[ostra] illustriss[ima] e rever[endissima] S[ignoria], degnandosi di talora ricordarsi della mia verso lei incomparabil devozione.
 

Da Venezia, alli v di maggio 1545.


Tiberio fanciullo dice il
 
PROLOGO
 

Spettatori, io vi dimando il silenzio da parte di Gigio, il vostro pittore, mentre che vi sarà rapresentata una sua comedia tutta nova e tutta piacevole. E lasciando il chimereggiar solito nell’introdur de’ prologi, ritrovato da’ modemi per dar spirito e polso alcuna fiata alle favole deboli e senza sogetto, imperò che questa sua di sostanzia o di ornamento non ha bisogno, mandami, seguendo ’l costume, io non dirò d’antichi, acciò che non mi chiamaste buggiardo, ma di que’ primi comici che le rapresentorno in Roma, mentre ch’in essa fioriano le virtù; mandami a ragionar con voi, dico, di cose apartinenti alla nostra rapresentazione, e a ciò li dà animo l’aver veduto quanto volentieri l’anno passato m’udiste, quando, coperto sotto silenzio e mirando entro una enghestara quello che faceano li spirti, vi dissi l’argomento d’una comedia. Dunque voglio pregarvi per parte sua, e per la cortesia di chi v’ha fatti spettatori a noi, e noi a voi spetacolo, che ci date il silenzio.

E acciò che l’opera nostra v’abbia a piacer a compimento, sì come noi disideramo e voi desiderate, sarete contenti di crederli tre cose, ancor che paiano un poco difficili; perché, facendo altramente, voi andareste a pericolo di perder gran parte del solazzo ch’aspettate in questa sera. La prima, che crediate che questi edifici, che voi vedete, siano la città di Treviso; e se ben non li assimigliano in tutto, inganarete voi stessi col darvi a credere che così era nel tempo ch’il caso che vi sarà per noi rapresentato intervenne; e che ’l tempo, che suole far mutazione de tutte le cose, così l’abbia tramutato, e voi altresì siate in Treviso. Non vorete voi dunque crederlo, dimandandovelo Gigio prima in apiacere, e poi in premio della sua fatica? La seconda, che li personaggi quali voi vedrete sopra questa scena in questa sera siano quelli che si sforzeranno di parere, e non li vostri cittadini, sì come veramente sono. La terza è alquanto più duretta da masticar, e dubbito non l’accettarete: pur, avendomelo imposto, io non mancherò del debbito mio. La terza dunque è che vogliate crederli che la comedia, della qual voi in questa sera avete ad esser spettatori, sia stata da lui composta in un ghiribizzo di ott’ore sole. E credendoli queste tre cose, che a voi sarà poco, entrandovi così poca spesa, io vi prometto per conto suo un degno, novo, raro e piacevol solazzo.

Vero è che andrete a pericolo di creppar delle risa, ma quelli che dubbiteranno di ciò, ricordinsi del fatto d’arme di Roncisvale, ove intervenne la morte d’Orlando e di tanti paladini, e temperino il riso col pianto. E la corezione delli errori, s’alcuno ve ne sarà, vuole Gigio che la sia rimessa al giudizio dell’intelletti sani ed ellevati, perché delle calunnie de’ rinoceronti, maledici o sussuroni egli ne tiene pochissimo conto.

Questo solo egli m’ha commesso ch’io vi dica. Ma dapoi ch’ho veduto la grata audienza che voi m’avete prestata, io mi sono inamorato di modo delle degne presenze vostre, e massime di queste così belle, degne e graziate matrone, ch’el mi duole averne così piccola parte; di modo che, se non dubbitasse che me gridassero, el me sarebbe forza farvi l’Argomento. Ma ecco apunto, io voglio andarmi a porre in un altro abito; voi mi riconoscerete bensì. Fate silenzio, adunque.


Uno de’ compagni dice
 
L’ARGOMENTO
 

Nacquero d’un messer Acario greco (ma per certo accidente fatto cittadino di questa città di Treviso) e di Barbarina sua moglie doi figliuoli ad un parto, l’un maschio e l’altro femina, tanto simili d’effigie, quanto sappia o possa far la natura; il maschio nomato Medoro e la femina Angelica. E avenne ch’essendo li Cingani, popoli erranti, in quel tempo per transito, come soglion esser spesse volte, una Zingana, entrata nella casa di messer Acario, in quella colà, e trovando una fante sola alla custodia delli doi gemelli, ambi in una culla, essendone gita la madre a messa, levone il maschio, poi ch’ebbe con certa sua astuzia ingannata la fante, e poseli in luogo suo il propio figliuolo, qual avea in collo al modo loro.

Tacque il furto la fante, temendo la furia d’Acario, e crese esso che ’l zinganino rimastoli fosse Medoro rubatoli, così mutato da la Zingana. Questo, come volse la sorte, in pochi giorni si morì, e rimase la figliuola sola, crescendo nelle case del padre in bellezza, onestà e costumi; e d’essa ora n’è inamorato il gentilissimo m[esser] Cassandro, gentiluomo di nome come d’effetti, di questa città. Né potendo venire a fine bramato, ricorre in questo suo amore per aiuto e consiglio ad una certa Agata, vecchia, povera e ruffiana, la quale, com’è il costume di queste tali, cavandone non poco utile li promette il tutto senza sapere come condure la cosa a fine felice.

Ma ecco, come la Fortuna suole esser tanto favorevole agli animosi, quanto contraria alli timidi, essa conduce in questa sera Medoro, il fratello d’Angelica, dopo che quatordeci anni ha errato per il mondo, e la Zingana seco; tanto simile alla sorella, ch’essendo vestito da femina per consiglio d’essa, forse per far qualche suo tratto o inventiva, è incontrato nel s[ignor] Cassandro, che lo crede Angelica, la sorella tanto amata da lui. È dapoi certo contrasto fra essi; v’agiunge a caso Agata, la ruffiana, quale, vedendo il tratto bellissimo, reputandoselo a gran ventura, col mezo di xxv ducati e certa sua astuzia fa contentar la Zingana che ’l giovane Medoro, così travestito da donna com’egli era, entri a certo tempo in casa del padre, tanto ch’ella ne cava la sorella Angelica, pensandosi prima arteficiosamete traffugare il padre Acario e Barbarina, la madre, come li venne fatto facilissimamente. Ora qui s’ha d’aver piacere nel ritornar de’ vecchi a casa e nel cambiar de’ figliuoli.

Ma la Zingana al fin fine, preso il tempo e ’l luogo, li scuopre il furto ch’ella fece di Medoro fin nelle fasce, e Agata altresì l’assassinamento d’averli levato di casa Angelica e condotola al signor Cassandro, dicendo averlo fato a buon fine. Il tutto se li perdona sì a l’una come a l’altra, e il signor Cassandro, essendo gentiluomo come nel principio vi dissi, la piglia per moglie. Io non vi fastidirò altramente nel dirvi l’amor di Acario con Stella, l’astuzie di Spingarda suo servo, né meno la lite di Garbuglio villano e di Martino bergamasco, o pure li rubbamenti e tratti della Zingana, o quelli di Agata ruffiana, perché questi non sono membri della comedia; ma fate conto, madonne mie gentili, che siano quelle perle, quelle cattene, quelle cuffie e que’ gioielli che portate per parer più belle, più adorne e più graziate, ancora che senz’esse, belle, adorne, graziate sareste. Voi dunque farete il silenzio, mentre vi rapresentaranno la favola.


ATTO PRIMO


[1,1] Scena prima: Agata ruffiana sola
 
“E’ me ne vago fuora de casa la mattina in la bon’ora, de nissuna cosa strania no sia desiderosa, né in acqua né in terra no sia spaurosa, da bona zente sia saludà e con boni presenti sia ben cortizà...”. Mo donde hogio il cervello, grama mi? No hogio tolto la pignatella dal sguàrdolo in scambio per quella da buttar la cera? E sì aveva mo impromesso a madonna Viena d’andar stamattina a dezun da essa a butarghe la cera e dirghe la ’razion de l’Anzolo bianco...

[1,2] Orsù, a so posta, no vogio zà tornar indrìo certo. Mo daspùo che son qua, andarò a far un altro servisio, che pelerò ste mie amighe che vol andar stasera alla comedia che recita el Burchiella a San Stefano. Ah, ah! El me vien tanto da rider co ste comedie... Tamen le xé bone per mi, che anca gieri e’ ho vadagnao de boni soldi co sti mie sguàrdoli e perfùmeghi.

[1,3] Vu no averé zà per mal si rasono cusì con vu, care fie, perché el no xé pecao a cercar de parer pì belle che no se è; e quelle che no ’l fa per vanagloria, le ’l fa per far cognoscer a sto mondo a che modo xé fata la bellezza del paradiso; e de questo le ghe ne averà anca merito.

[1,4] Adunque, fie care, chi no ’l puol far per una via, el fazza per l’altra. Volévu che ve fazza pissar soto da rider co sto mio perfùmego? No ghe l’hogio scovegnùo far do volte a una vecchia, e ancora la no xé romasa ben contenta, tanto gièrela ustinà e mal contenta? De muodo ch’ho zurao su l’anema del mio confessor de no me impazzar mai pì co ste vecchie. Ohimè! Mo le xé pur rabbiose! Ghe l’ho fato a tante, a tante de ste vecchie, sto mio perfùmego, che ghe ne ha desasio cento zovene co’ sé vu, e ancora no ghe n’ho podesto contentar nissuna. Mo quando ghe pelo le ceie, no me fale danar l’anema? Chi le vuol grosse e chi sotile; tanto ch’ho zurao de no me impazzar mai pì con esse... se ’l debesogno no me fesse mo romper el sagramento. Guagia la prima che me vien soto! Ghe ’l vogio lassar mezo sul viso. Di’ puo che la vaga cusì davanti so mario! Vu ridé, an? Vardé, se Dio me aìda, che pì presto vorave aver da far co diexe de vu che co una de ste vecchie. Ohimè, le xé pur le stranie bestie da contentar!

[1,5] Oh, aveva pur no so che cosa da dirve... An, an! Sì, sì, e’ l’ho. Care fie, faséu per ventura una lemoxena per una povera zovene che se ha lassao chiapar alle belle parole de ste calaline de contrà? e, pervegnir alle poche, la meschina ha fato stanote fante in casa mia. Se vu avessé qualche fassa de meza vita, qualche pezzeta o panesello da revolzer quella povera creatura, vu fassé un’opera de misericordia; perché chi se ’l fa de qua se ’l catta po de là. Anca mi ghe ne ho aidae purassé per i mie dì, quando aveva la possibilitae, e ho speranza anca che me ’l cattarò tutto attacao a l’anema.

[1,6] Orsù, e’ vogio andar fina qua da m[esser] Cassandro, che sta colà a quella porta; de rason no puol star ch’el no vegna fuora de casa per far l’amor co la sua madonna Anzelica, che sta colà. Sté mo... Saràvelo questo, per ventura, che averze la porta? Me vogio sconder qua da drio, per bon respeto.


[2] Scena seconda: Fioretto ragazzo, cantando, e Falisco servo
 
FIORETTO

 “Quando el gallo canta[va]

 apresso le galine,

 e desmisiava

 tutte le mie vicine,

 e mi ghe le toccava

 quelle care tetine....”.
Oh, m’ho scordato! Falisco, o Falisco!

[3] FALISCO
Che sarà gionto, qualcuna delle nostre?

[4] FIORETTO
Dimmi, com’ho a dimandar che mi diano: zuccaro dolce o zuccaro garbo?

[5] FALISCO
Non lo diss’io? Odimi: dimandali pur zuccaro, e porta ciò che te daranno. Ma avertisci, non lo mangiar: tu sai bene ciò che te fecero le fritelle, l’altro giomo... se lo mangiasti, tristo te!

[6] FIORETTO
No, no, cope! Credi tu ch’io sia forse pazzo? No, no, ch’el mi faccia poi doler il corpo, an...

[7] FALISCO
E ricordati di tomar, sopra ’l tuto.

[8] FIORETTO
Io anderò a tutto corso, vuoi tu altro?

 “Canta (quasi) sempre avanti dì,

 canta ’l gal: ’Cucurucù!’.

 Par ch’el dica: ’Su, su, su,

 torn’al gioco e non star più!’”.


[9] Scena terza: Agata e Fioretto
 
AGATA
Ah, fio! A chi digo mi, an? Onde vastu, sangue?

[10] FIORETTO
Ohimè, ohimè, ohimè!;

[11] AGATA
Onde córristu? No aver paura.

[12] FIORETTO
Falisco! O Falisco! La strega che va in corso! Apri tosto!

[13] AGATA
No aver paura, no, e’ no son quella che ti disi, no! Son la nona, fio.

[14] FIORETTO
Falisco m’ha pur detto che voi mangiate li fanciulli.

[15] AGATA
Oh, che gramo el fazza Dio, sempio ch’el xé! To’, che te vogio donar sto bel pomo, caro.

[16] FIORETTO
Ma voi mi mangerete, poi?

[17] AGATA
No aver paura, te digo.

[18] FIORETTO
Voi mangiate pur li fanciulli, e li forate il corpo.

[19] AGATA
Sì, a quei che xé cativi, e che no vuol far servisi. Oh, grame nu quando che vegnemo vecchie, e femo paura a tutti, e tutti ne scampa, e altro che le dogie e la tosse, ohu, ohu, no ne fa compagnia. E’ no so zò che me diebo dir, se no che semo pì disgraziae che no xé i cavretti, che se i no muore zoveni, co’ i deventa vecchi i xé puo becchi; e cusì e’ no so che sia megio, o morir zoveni in dolcezza, o pur vecchi in gramezza.

[20] FIORETTO
Avete più pomi, o vecchia? Perché io ho mangiato quello.

[21] AGATA
No, mo e’ te ne vogio ben portar, co’ torno.

[22] FIORETTO
Lassatemi dunque andare.

[23] AGATA
Vien qua, onde vastu?

[24] FIORETTO
Io vo per un servigio in fretta, ch’importa.

[25] AGATA
Ti fa ben. Mo dimme: donde xé messer Cassandro?

[26] FIORETTO
Il mio padrone, dite?

[27] AGATA
El to patron, sì.

[28] FIORETTO
Egli è in casa.

[29] AGATA
Sì? Mo va con Dio, donca, che no vogio altro.

[30] FIORETTO
Odite, no mi mangiate, ch’io sarò ben bon fanciullo, sapete?

[31] AGATA
No aver paura, no.

[32] FIORETTO
Ma Aquilante sì, mangiatelo pur, ch’io ve l’accuso che il robba il formaggio e le pere e poi se le mangia di nascoso, né mai me ne dà pur un boccon.

[33] AGATA
Ah, ah, ah, ah! Oh, che puritae! Mo ti ha fatto ben a dirmelo.

[34] FIORETTO
O madonna vecchia, sète voi stata questa Epifania con la nave di vetro della Rodiana?

[35] AGATA
Ah, ah, ah! Ah, ah, ah! No ve l’hoggio ditto mi? Sì, fio, sì.

[36] FIORETTO
An, che mi metterete voi nel buco ov’io ho posto il dente ch’io mi trassi iersera?

[37] AGATA
Del confetto, fio.

[38] FIORETTO
Ma voglio anco delli soldi d’argento.

[39] AGATA
Mogia, chi usa i putti alle pèrseghe, el besogna puo cazarli via co le pèrteghe! E’ averò troppo da far con ti ancora.

[40] FIORETTO
Mo ditemelo, an...?

[41] AGATA
E’ credo che ’l m’ha per so zugàtola, mi.

[42] FIORETTO
Mo dite tosto...

[43] AGATA
Sì, sì, sì, zò che ti vorà’.

[44] FIORETTO
Quando portarete i pomi?

[45] AGATA
Mogia, mogia! “Qua duro e qua maùro, e qua fico ’l mio rasuro!”

[46] FIORETTO
Ohimè, ohimè, ohimè!

[47] AGATA
Si no feva cusì, e’ no me ’l despetava mai! Te par mo che ’l scomenzava a esser fastidioso? Infina un poco, credo ch’el m’averave domandao si piso int’el bocal o in la pignata... El serà megio che batta e che domanda de m[esser] Cassandro.
Tic, toc. Uuh, grama mi! Séu sordi?


[48] Scena quarta: Agata e Falisco
 
FALISCO
O che tu se’ pazo, o di casa. Chi picchia là?

[49] AGATA
Amigo, amigo!

[50] FALISCO
Indugia un poco.

[51] AGATA
Questo xé Falisco, el servidor, ch’el cognosso alla vose. E’ me son accorta l’altro zorno ch’el xé inamorao de mia fia Stella... Mi mo el tegno su le bacchette, perché e’ me ’l trovo spesso un bon amigo. Mo l’è ben vero ch’el va per luna anca esso, co’ fa i granzi.

[52] FALISCO
Oh, oh, sète voi! Non l’indovinai io? O pazzo, o di casa.

[53] AGATA
Che vusto mo dir? Che son de casa, an?

[54] FALISCO
Maisì, di punto! Ma aveti reccati i polastri così per tempo?

[55] AGATA
Te vegna el morbo, se vogio! Che diebo esser, pollastriera?

[56] FALISCO
Così, arisigo un pochetto... Ma fatevi pur anco di bona villa e fate ch’io sia pollo di quest’anno.

[57] AGATA
Ah, ah, ah, ah, ah! Eh, eh!

[58] FALISCO
O vecchia, vecchia...! Voi potreste ben farmi un apiacer, se voleste, e con poca spesa; e guadagnereste un schiavo.

[59] AGATA
Sì, che i me manca, a mi, s-chiavi in una crenza vecchia! Che tristo te fazza Dio! Mo lassa, che voggio dir a Stella ste belle zanze.

[60] FALISCO
Oh, bene! Ch’andate voi facendo?

[61] AGATA
E’ son vegnùa a véder i mie amisi.

[62] FALISCO
Vostri amici? E ove sono questi amici?

[63] AGATA
E’ credo che tutti che sta in sta casa sia mie amixi.

[64] FALISCO
E io credo di no.

[65] AGATA
Co, bonaventura, no?

[66] FALISCO
Non già. Ditemi, ch’avete voi sotto?

[67] AGATA
La mia zucchetta ordinaria.

[68] FALISCO
Piena, forse?

[69] AGATA
No, per l’anema mia.

[70] FALISCO
Ecco! Voi voreste empirla in questa casa; ed essendo così, io non vedo se non segno de inimicizia, se egli è vero che non è mio amico colui che vol el mio.

[71] AGATA
Mogia, e’ no me l’aveva gnanche impensao!

[72] FALISCO
Ponetevi un poco le mani in capo.

[73] AGATA
E puo?

[74] FALISCO
E poi dite così: “Dio m’aiuti!”.

[75] AGATA
Mogia, e’ vardava zò che ti volevi far! Védistu? Ti sta sempre sul bertizar. Così fa chi magna col cao nel sacco... Ma dimme un poco, caro Falisco, se porave parlar a m[esser] Cassandro?

[76] FALISCO
Potrete sì, ogni volta che possiate andar a lui, e poi ch’esso vogli ascoltarvi.

[77] AGATA
Mo no me menerastu in la so camara, tanto che ghe parla per un so servisio?

[78] FALISCO
Sì, se mi promettete menarmi in quella di vostra figliuola, per un suo e mio.

[79] AGATA
Sì, da un’ora che ti te lighi le man.

[80] FALISCO
Eccoci al punto!

[81] AGATA
Mogia, mogia, compi, e no me tegnir pì, caro fio, così in pie... Aah, aah!... Son tanto stracca dal sonno, ché no ho mai dormìo, stanotte.

[82] FALISCO
Che sète stata in frega con il collegio di Valcamonica, eh?

[83] AGATA
Gesù, santa Barbara! Mo che distu? Che cavali da mùnega? Sarà via mai striga?

[84] FALISCO
Che so io? Orsù, entrate, ch’io voglio servirvi per questa fiata, e poi basta.

[85] AGATA
An, o Falisco... Dimme, caro fio, per to fe’: avesséu axéo forte in casa?

[86] FALISCO
Perché mi dimandate voi?

[87] AGATA
E’ te dirò: vorave far una lissìa da cavelli con esso, per Stella, che i gh’è mezi cazùi.

[88] FALISCO
Ditelo in un fiato: vorreste ch’io empisse la zucchetta.

[89] AGATA
Ti l’ha indivinà, alla fe bona!

[90] FALISCO
Ma ditemi: tanta romanìa elletta non sarebbe ella così a proposito?

[91] AGATA
Anca meggio, perché la scalda pì la raìse da basso del cavello.

[92] FALISCO
Oh, io sarei il bon medico, ch’io conosco tosto e la complessione e la infirmità de le persone!

[93] AGATA
Credi che ti xé nassùo quando quell’altro se petenava.

[94] FALISCO
Orsù, lassate la zucca, entrate col vostro diavolo! Ad ogni modo un giorno sconteremo il tutto.


[95] Scena quinta: m[esser] Acario vecchio e Spingarda servo
 
ACARIO
Unde diavule xé chiesto pellelè, chesto matto Spigarda? Eh, Spigarda! Pù ise, unde xestu vu? Cacchì labernacchi! Chié no respundi?

[96] SPINGARDA
Ch’io non respondo? Perché io non era qui col cervello, padrone; ma fate conto ch’io era visibile e invisibile.

[97] ACARIO
Chié guxìgole? Dingo, onde giera vui?

[98] SPINGARDA
Io era in compagnia de’ mossoni.

[99] ACARIO
Mussoni?

[100] SPINGARDA
Signor sì, in caneva.

[101] ACARIO
Sul canava, ah?

[102] SPINGARDA
Al comando della Signoria vostra.

[103] ACARIO
Sì, sì, mio cummando, ah? Vostro cori è sembre là, an?

[104] SPINGARDA
Non sarà meglio, ch’io lo ponga nelle scole di scrima, ne’ libri di gramatica o di musica? Che mal abbia alla fretta che mi avete fatta a trarmi di casa, stamattina, senza bere... Io sto fresco! El non serà ben di me per tutt’oggi.

[105] ACARIO
Lassa chiesto ongio e chiesto beveri, per andesso, e’ tendi a chelo chié te vungio diri.

[106] SPINGARDA
Lasciar il bere? Troppo io l’ho lasciato, ma non col cuore. Vi dico che non sarà ben di me, s’io non bevo prima.

[107] ACARIO
Bevi tando chié schioppa la butta! Nà pai tà logia, pes-mo, stì bistimo, dime, per vostro fe’, xé mai stà ti ’namurao?

[108] SPINGARDA
S’io son mai stato inamorato? Oh, signor sì, e son ora più che mai fusse.

[109] ACARIO
Co’ te respundi vostro amuri?

[110] SPINGARDA
Benissimo, benissimo.

[111] ACARIO
Hastu conchistao cul suni? cul candi? cul bravaùra? cul dinari? o chié mundo?

[112] SPINGARDA
Ma sì! Ora mi accorgo che siamo fuora di proposito.

[113] ACARIO
Fraposito? Perchié?

[114] SPINGARDA
Perché voi giocate bastoni, e io rispondo in coppe.
ACARIO Chié cappe? Dègricò tà lògià-su, no ’tendo gnendi. Chiesto barlari xé calligo, pes-mo pali, di’ darecao.

[115] SPINGARDA
Signor sì: voi parlate di amor di donne, e io parlo de amor di vino. Oh, guardate a che termine siamo! Io son innamorato in caneva, nelle botte, nelle botte!

[116] ACARIO
Vah, diavule, vah! Egò milisso già tìs geneshi, parlo del donni, e ti me indra de drio sul botte! Grediva barlari cul Spingarda, e sì parlo cul crassì, cul vì, fina poco.

[117] SPINGARDA
Col vino non parlate voi già per ora, perch’io non ho veduto vino da iersera in qua.

[118] ACARIO
Te dingo se mai xé stao inamurao sul donni.

[119] SPINGARDA
E io vi dico che no, né meno penso innamorarmene mai, salvo s’io non impacisse.

[120] ACARIO
Perchié?

[121] SPINGARDA
Perché le donne sono peggiore del diavolo, ché quello si contenta de l’anima, ma esse vogliono l’anima, ’l corpo e la robba, ch’importa il tutto.

[122] ACARIO
Così no fusse! Mo che mundo hastu fatto?

[123] SPINGARDA
Oh, benissimo! Io vi dirò: avendo inteso ch’Amore entra per gli occhi e penetra al polmone, e dal polmone passa al core, io mi deliberai farli una buona armatura, e fecila di vino; di modo che ’l spensirato tentò ben più fiate di accenderlo e trappanarmelo d’una certa stomacosa mal fattaccia che solea vender radecchi quivi in piazza; ma sempre lo trovò così pieno di vino, che non solamente la face d’Amore, ma vi si sarebbe spento il fuoco di quatordici Mongibelli.

[124] ACARIO
Xé chindece, no cattordece! Aah, aah!

[125] SPINGARDA
Voi ve ne ridete, eh? Non ve ne fate beffe, padrone, perché questa è la paura mia, ad uscir di casa così sproveduto, che caso ch’Amore m’incontrasse, io starei fresco! Sarei propio un solfanello al suo fuoco. Fate conto che a me l’uscir di casa senza bere sarebbe propio come a un di questi sbricchi lo uscir senza zacco.

[126] ACARIO
Paracalo tò Theù, prengo Dio che chesto crassì te salda fora della testa: zé mettestì, rebriago!

[127] SPINGARDA
E come mi uscirà, se ancora non vi è entrato?

[128] ACARIO
Endrerà deboto. Gnorixis ena cati gria? Cognusi vui una vecchia?

[129] SPINGARDA
S’io conosco una vecchia? Sig[nor] sì, e più di due ancora.

[130] ACARIO
O Panagìa, Christè, mi zé ’trigao! Dingo se cognossi una vecchia chié nomi donna Gatta.

[131] SPINGARDA
Donna Agata, dite voi, quella che gettava la cera con le fave?

[132] ACARIO
Dèn icsero cava ’l cera cul fava: dingo una sgomba, piceglina, chié porta un mazetta...

[133] SPINGARDA
... e ha certi pelluzzi, così...

[134] ACARIO
Oh, oh, sì, chella pelluza chié respundi la messa cul zango e chié cava li vermi del culo a i fandulini, e chié fa anga cagar le fiuli a cheste scuzagne...

[135] SPINGARDA
... e sempre va per strada paternostrando, pis, pis...

[136] ACARIO
Nè, nè, sì, chella! Hastu calche ’mestae cu essa?

[137] SPINGARDA
Così così.

[138] ACARIO
Ides tine potè tecathera-tu? So fia Stela, avé visto mai?

[139] SPINGARDA
Tenete vostre parole a mente, padrone. Sapete di che mi soviene? Che mai non si è spinato il vino bianco in capo de cantina, e potrebbe bulire, per Dio, che sarebbe peccato, ché era gentil vino e delicato...

[140] ACARIO
Oh chié bel barlaùra, e a proposito... como ’l cà a l’asino! Afs’tò crassì, diavule! Lassa stari chieston vì. Dingo se ti avé visto mai chel fia del vecchia.

[141] SPINGARDA
Madonna Stellina, volete dir voi?

[142] ACARIO
Sì, madonna Sterlina, bella, dulci, cara, pulìa, fatta sul parandiso...

[143] SPINGARDA
Io la conosco, sì, perché? Sareste voi forse mio rivale?

[144] ACARIO
Chié stivali?

[145] SPINGARDA
Non dico “stivali”. Io dico mio “rivale”.

[146] ACARIO
Chié vol dir “rivali”?

[147] SPINGARDA
Mio concorente, se sète inamorato d’essa.

[148] ACARIO
Dunga anga ti xé ’namurao d’ella?

[149] SPINGARDA
Che non lo sapete se non adesso?

[150] ACARIO
Oimena tò cardia-mu! Ahimè la mio cori! Ah Spigarda, Spigarda, tradituro, ti me morto!

[151] SPINGARDA
Eh, ch’io burlo! Ove diavolo avete la memoria? Non vi dissi io poco fa che ’l mio polmone, per la umidità del vino, non puote mai scaldarsi di fuoco amoroso? Come volete dunque ch’io sia inamorato d’essa?

[152] ACARIO
Oh, cusì sta bé! Diavule, te me turnao la vida, andesso. E’ vuleva una sarvisio, mo perché vendo secco to pulmogni, no vungio aldro.

[153] SPINGARDA
Che serviggio è questo?

[154] ACARIO
Poco gnendi: che te andaro da ella.

[155] SPINGARDA
Non fate, diavolo, non fate, ora ch’io son atto a ricever il fuoco!

[156] ACARIO
Chié fongo?

[157] SPINGARDA
Sì, perché è assai che non ho bevuto.

[158] ACARIO
Oh, andesso ’tendo! Thelis nà m’ camis piazeri? Vusto fame lo piazeri? No adar de so casa via se prota, prima, no hastu bevùo bé.

[159] SPINGARDA
Come? Io vi servirò d’avantaggio, padrone! Ma che serviggio è questo vostro? Ditemelo, perch’io anderò a bere un tratto e poi farollo. E acciò che sapiate il tutto, io sono pratico con essa, e li vo spesso in casa.

[160] ACARIO
So casa... ti va spesso?

[161] SPINGARDA
Signor sì.

[162] ACARIO
Xé indrao mai dendro senza beveri?

[163] SPINGARDA
Senza bere? Signor no, ché mai più m’incontrò che ’l sole mi trovasse così disproveduto. Ma che voreste? Dite pur alla carlona.

[164] ACARIO
Vurave recumadarme de ella.

[165] SPINGARDA
Alla vecchia, dite?

[166] ACARIO
No diavule, ’cago la vecchia! Dingo a madonna Stella.

[167] SPINGARDA
Oh, oh, così sì! Lassatevi intender! Ma io vi dirò: gli è innanzi che adesso ch’io mi sono accorto che voi sète inamorato d’essa.

[168] ACARIO
A chié mundo te ’corto, dimi, caro Spigarda, chié mi xé ’namurao d’essa?

[169] SPINGARDA
Oh, a che, an? Agli occhi. Ma datemi un poco qua la mano, che io vi saprò dire se l’amor vostro averà effetto o pur no.

[170] ACARIO
Che xé vui caromandi, fursi?

[171] SPINGARDA
Si son chiromante, an? È ben da ora che lo sapete? Prima ch’io venisse a star con voi io vivea di quest’arte. Son anco astrologo.

[172] ACARIO
Sì? Mo varda poco, dunga.

[173] SPINGARDA
Oh, qua bisogna procedere spiritalmente. Ditemi, avreste per sorte un ducato d’oro da segnarvi la mano e scongiurar alcuni spiriti, qua al monte di Venere? Perché altramente sarebbero mendaci.

[174] ACARIO
Credo puri che zé ca, sul braghesse, se no me rubao co’ ha fatto chesto agusto li lari sul glesia del Manduna.

[175] SPINGARDA
Datemelo.

[176] ACARIO
Nà, pia, varda co’ zé russo.

[177] SPINGARDA
Volgete pur il capo in là e porgetemi il braccio qua dietro, acciò che qualche ombra non v’impaurisca. Ma odite: se nel venir de’ spiriti vi dolesse alquanto, non vi movete, ma gridate pure. Quando non gridaste, andareste a pericolo di rimaner così storto e sgraziato alla vita vostra.

[178] ACARIO
Àcusse, aldi poco: storzi mango chié ti pol, stì bisti-su.

[179] SPINGARDA
Or volgetevi così... più così...

[180] ACARIO
Aimena, aimena!

[181] SPINGARDA
Gridate pure, ch’io non ne fo caso.

[182] ACARIO
Ahi, aimena!

[183] SPINGARDA
Ancor più forte! Mandate pur fuora tutto il fiato, ché li spiriti saranno qui tosto tosto.

[184] ACARIO
Oh, diavule, tì camis?

[185] SPINGARDA
Malachiel, Rachiel, Zorobobel, Ravanel, Asenel... per virtù del calendario, questo ducato si parta da m[esser] Aca[rio].

[186] ACARIO
O belle barole!

[187] SPINGARDA
Avertite, padrone, che ’l ducato sarà la regalia de’ spiriti, che lo pongono poi nelli tesori ascosi.

[188] ACARIO
Sia de chi se vungia, per to fe’, spanza presto, perchié chesto trumendo farave cuffessari peninda clefti, cinganda lari.

[189] SPINGARDA
Calai alai, oli poli, buffalus, montonus et universa pecora campi... Ooh, volgetevi mo come vi piace!

[190] ACARIO
Spigarda-mu, aderfe, cacà steco, stango mali, s’ti no me ’ida...

[191] SPINGARDA
Eh, non vi curate, no! Ché, credete, è il spirto che si risente.

[192] ACARIO
Dingo che zé la mio branzo cul spalla chié sende, e no la spirido. Crendo chié bezognerà chiamari calche bò màstora chié me cunza li ossi.

[193] SPINGARDA
Signor no, datelo qua a me.

[194] ACARIO
Agalli, pià, diavule, chié vusto cavari fora del corpo?

[195] SPINGARDA
Che sentite ora?

[196] ACARIO
Chiròtera, penzo!

[197] SPINGARDA
El passerà ben. È un parasismo: non ci pensate e non vi dorrà. Porgetemi qua la mano: mirate bene, questa è la linea vitale; vedete com’ella è netta? Oh, voi averete longa vita, e giongerete alle sei croci.

[198] ACARIO
Che sarà cheste sie cruze?

[199] SPINGARDA
Ogni croce lieva dieci.

[200] ACARIO
Perchié non lieva undezi?

[201] SPINGARDA
Che volete mo dire, che l’avete passate? Eh, signor no, voi sète giovane ancora... di cervello! Orsù, saltiamo su l’amore, dunque. Questo è il monte di Venere, e mostrate per esso amori travagliati, martelli, doglie, passioni, cattari e mille diavoli e peggio. Ma io trovo che voi vi maritarete.

[202] ACARIO
No zé mi maridao?

[203] SPINGARDA
Si, ma moriravi questa moglie.

[204] ACARIO
Chié morirà mio mugieri?

[205] SPINGARDA
Signor sì. Lassatemi veder meglio... O voi, o essa.

[206] ACARIO
Cangaro, sarave gamberola? D[èn] ela ’dò pi[s]o, occhi, occhi, no, no!

[207] SPINGARDA
Adagio un poco... Voi morirete prima.

[208] ACARIO
Egò prota moriri, apotano? Mi morirò brima? Mo xé penzo! Ohi, oimena, oimena! Non vugio!

[209] SPINGARDA
Eh, state queto un poco, voi mi farete birlumar gli occhi! Essa, essa; e voi vi maritarete di nuovo.

[210] ACARIO
Oh, oh, cusì me pianze! Diavule, ti me l’ha tornao dendro la fiao in la panza! Varda mo se piarò la Stella per mungieri.

[211] SPINGARDA
Io credo che sì... Maisì, di punto! Vedete questi segni incrocechiati? Questo è il nome di madonna Stella. Volgetevi mo così. Sète stato in cattena, anco, parmi.

[212] ACARIO
Si, giera cainao como ’l cà sul Barutti. Orsù, langa stari, no vogio santir aldro. Ah, Stella mio matatina morphò! Hastu mistai con calche peota?

[213] SPINGARDA
Che diavolo volete far di pedota, ora che sète inamorato? Che volete navicar?

[214] ACARIO
No, diavule, no! Dingo de chelli compostaùri...

[215] SPINGARDA
Poeta, volete dire voi?

[216] ACARIO
Si, de chelli pota che fano li versi.

[217] SPINGARDA
Oh, benissimo! Signor sì che ne conosco.

[218] ACARIO
Nà, pia chesto marcello e famelo far una bello verso, stramorto, tundo del Stella, chié dinga: “Stella d’oro, Stella d’arzento...”, cseris, sastu?

[219] SPINGARDA
Signor sì, lassate far a me.

[220] ACARIO
Pes-mo, dime poco, cu’ faremo fina tando chié mio mungieri xé morta, a pratecari cul Stella e tegniri in zanze, chié calche aldro no pia per mugieri e me cazza a mi un carotta, e star como ’l cà, de fora?

[221] SPINGARDA
Padrone, io me delibero, vedendovi così inamorato, di porre per voi e l’arme e i cavalli, e fare il ruffiano, Dio sia qua!, e peggio, se può essere. Ma bisognarebbe che faceste conto ch’io fusse in casa un straordinario.

[222] ACARIO
Chié starnario? Dè gricò, no ’tendo gnendi.

[223] SPINGARDA
Io dico mo che niuno in casa non abbi a comandarmi, perch’io non potrei far tanto.

[224] ACARIO
Vungio che ti sia chello chié cumanda a tudi del casa. Thelis alo, vustu aldro?

[225] SPINGARDA
Oh, oh! Se farete così, lassate poi giocar le carte a me.

[226] ACARIO
Àcusse, aldi: min ali[s]mognìs nà pii, no te smentegar de beveri cando ti andéu dal Stella, gricàs, intendestu?

[227] SPINGARDA
Voi avete fatto bene a dirmelo; ricordatimelo pur spesso. Ma ora mi soviene che quel vino che si bee per la famiglia è calido e scalda il polmone, tal che non è molto al proposito, per esser al fondo. Questo ch’io dico lo fo per amor vostro, ché per me mi curo poco.

[228] ACARIO
Piè tù ’cchinu glicò, cseris? Bevi de chello dulci chié bevemo cul madona sul mattina.

[229] SPINGARDA
Ooh! Se farete così, lassate poi il carico a me.

[230] ACARIO
Cando saverò da novo, mi?

[231] SPINGARDA
Tosto, tosto.

[232] ACARIO
Orsù, thello nà pago stin Ai Saranda, vungio adar sul Sandi Caranta per una servisi, e bo tornarò cul buò speranza, ah?

[233] SPINGARDA
Andate, signor sì.

[234] ACARIO
Ah, Spigarda, unde xé chella carogna, chello scudo che te dao?

[235] SPINGARDA
Il scudo? Li spiriti se l’hanno portato, non ve lo diss’io?

[236] ACARIO
Ah, ah, sì, sì, ti ha razó, me avea smentigao... Sta’ cu Dio.

[237] SPINGARDA
Andate con cento moggia di malanni!

[238] ACARIO
Spigarda! Eh, Spigarda!

[239] SPINGARDA
Signore.

[240] ACARIO
No te scurdar del beveri, sora ’l tudo.

[241] SPINGARDA
Signor no, non ve dubbitate! Credete voi forse ch’io volessi assassinarvi?

[242] ACARIO
No dingo chesto, mi. Mo calche volda l’omo se descorda e no se pol ’cordar cusì presto... Orsù, sire, va’ via.


[243,1] Scena sesta: Spingarda solo
 
Oh, s’io me lo scordo, vada sopra di me e sopra de’ miei figliuoli! O Dio, fu mai stratagema o inventiva più bella di questa? Ditemi, di grazia, voi che n’avete pratica, credete ch’ella si potesse porre in una comedia? Ma io voglio discorrer un poco da per me l’utile ch’io n’ho tratto e trarò. Il primo sarà in quanto a l’anima, e troveròmello a l’altro mondo, ch’io avrò fatto una opera di misericordia, che sarà aver fatto impacir questo animalazzo del mio padrone; benché, ad ogni modo, gli avanza il cervello come la cresta a l’oche. Il secondo sarà il solazzo delle burle, e questo non sarà tutto mio. Il terzo, ch’io dovea dir prima, sarà l’utile ch’io gli caverò dalle mani: e di ciò me ne fa fede questo scudo che di prima s’hanno mangiato li spiriti. Dopoi, so non farò cosa alcuna in casa, se ben io la vedesse andar tutta sottosopra...

[243,2] Ma mi avea scordato il meglio, diavolo! Ch’io mangerò di buono e beverò a mio senno, e di qual vin più mi piacerà, e senza rispetto. E che ciò sia vero, io voglio andar or ora a far il saggio...

[243,3] Ma che cosa guarda quel fanciullo? E’ par che si nasconda... Sarebbe mai, per sorte, alcuno che ’l padrone mi mandasse dietro per spia? Vieni qui, che te nascondi?


[244] Scena settima: Spingarda senvo e Fioretto ragazzo
 
FIORETTO
Oh, caro signor, menatemi a casa, ché la vecchia m’ha voluto mangiar!

[245] SPINGARDA
Voluto mangiare, di’ tu? Che vecchia?

[246] FIORETTO
Quella vecchia vecchia, che mangia li fanciulli... Sapete, con quel bastone, e ha la barba...

[247] SPINGARDA
Questa non è altro che Agata, certo. E ove è ella?

[248] FIORETTO
Era poco fa qui, e dimandava il mio padrone, e poi dice: “Io te mangerò”, e mi corea dietro...

[249] SPINGARDA
Dov’èlla? Lassa pur, ch io l’amazzerò bene.

[250] FIORETTO
Sì, di grazia. Com’io sono in casa, non dubito più, perché vi è Falisco.

[251] SPINGARDA
Vieni meco, vieni.

[252] FIORETTO
Pur ch’ella non venga poi stanotte, quando io dormirò, a forarme la panza...

[253] SPINGARDA
Fate croce, e non dubbitar.

[254] FIORETTO
Me ne farò più di dieci, alla fe’ bona!

[255] SPINGARDA
Oh, va’ in casa!

[256] FIORETTO
Apunto la porta è aperta.


[257,1] Scena ottava: Spingarda solo
 
Ecco, ecco... io m’aviso che questa ruffiana di Agata sarà a ragionamento con m[esser] Cassandro, il quale è inamorato di madonna Angelica, figliuola del mio padrone, per contrattar il ruffianezzo. Ella viene in casa nostra domesticamente e procede cauta, di modo ch’alcuno non ci pensa, ma io l’ho ben veduta molte volte ragionar de secreto: né però ne ho mai detto cosa alcuna al padrone. Anzi, quando poco fa el mi dimandò s’io la conoscea, gli ho detto di no; perché non voglio esser delli servidori di oggidì, che fanno il fedele, il sviscerato alla casa, e poi in capo di sei mesi li padroni per benemeriti li bastonano e scacciano di casa spogliati. Io voglio attender a vivere, e chiuder gli occhi e l’orecchie, e mangiar da ogni banda; e chi vol delle volpi, se le vadino poi a pigliare.

[257,2] Ma ecco apunto la ruffiana e messer Cassandro seco. Vo’ udirli qui nascosto.


[258] Scena nona: m[esser] Cassandro, Agata, Falisco, Fioretto e Spingarda
 
CASSANDRO
E bisognandovi cosa alcuna, madre mia dolcissima, verrete a sicurtà, ché queste porte sempre saranno aperte per voi.

[259] AGATA
Gramarcè a la cortesia vostra, m[esser] fio bello; e non mancherò de quello che v’ho promesso, se Dio me salva questa misera anima, perché mi ho tanta compassion quando vedo un zovene com’è la Signoria vostra in sti travagi d’amor, che Dio ’l sa, Dio ’l sa...

[260] CASSANDRO
Questo viene dalla carità ch’è in voi.

[261] AGATA
Vu dixé ben el vero, e sì vogio che vu sapié, m[esser] fio, che questa nostra arte, che par cusì brutta parola a dir ruffianezzo, se porave azónzerla arente le sette opere de misericordia, e far che le fosse otto.

[262] SPINGARDA
Che vi pare, brigata? È conventata costei?

[263] CASSANDRO
Voi non avete mal pensato.

[264] AGATA
Oh, caro fio, mo no savévu quanti che se apica e se tòsega per desperazion de sto amor, che una de nu altre vecchiarelle sarave sufficiente a darghe agiuto con parole solamente, e salvarghe l’anima e ’l corpo int’una botta?

[265] CASSANDRO
È verissimo.

[266] SPINGARDA
Oh mitre, oh scoppe, oh berline!

[267] AGATA
Sarave altro che vestir un nuo e visitar amalai, sì ben sì... Orsù, e’ me recomandarò alla Signoria vostra, caro m[esser] Cassandro: se ve imbatessé a véder per ventura m[adonna] Barbina, la vecchia, savéu?, féghe pur buona ciera, azò che ’l para che passé de là via per essa; e lassé puo el cargo a mi con la vostra m[adonna] Anzelica.

[268] CASSANDRO
Non mancate voi, perch’io vi ubidirò del tutto.

[269] AGATA
Mancarvi? Grama mi! E gramarzè del vostro presente che m’avé fatto. El Segnor ve ’l merita! E’ sarò sempre obligà a pregar Dio per vu.

[270] CASSANDRO
Oh, non venite su questi ringraziamenti, cara la mia madre! Io vi replico che vi doviate servir di questa casa come di casa vostra. E odi, o Falisco!

[271] FALISCO
Signore.

[272] CASSANDRO
Non negare a d[onna] Agata qui cosa ch’ella ti chieggia, e queste porte sianoli aperte a tutte l’ore.

[273] FALISCO
Sarà fatto.

[274] FIORETTO
Ma, o padrone, ella mi mangerà poi?

[275] CASSANDRO
Sì, se non sarai buon putto.

[276] FALISCO
Ah, ah, ah!

[277] AGATA
No aver paura, fio, no, che te vogio portar de buone cose, co’ torno.

[278] CASSANDRO
Andate alla bon’ora, madre mia; e, di grazia, fate ch’io vi sia a core, perché la mia vita è in voi. Confortatime con qualche buona nuova, vi prego.

[279] AGATA
No me l’arecordé più, romagnì in paxe. Oh, oh! E’ me avea desmentegao la zucca della bionda, Fasclìo.

[280] FALISCO
Eccola.

[281] AGATA
Vegnirà’ in là, s’ti vorà’ la mostra de quei colari...

[282] FALISCO
Io verrò, io verrò.

[283] AGATA
Sté con Dio.

[284] FIORETTO
Madonna vecchia, io sarò ben buon putto, ma portatemi del confetto!


[285,1] Scena decima: Agata sola
 
Sia laudà m[esser] san Nichetto! E’ son insìa de ca’, stamattina, col buon pè ananti. E squasi squasi che me ’l pensava de sta ventura, perché ’l mio gattesin tutta sta notte sgraffava el storuol del cao della litiera, e quando dixeva le mie ’razion, el me licava el còmeo. E’ m’aveva partìo de casa, co’ vu savé, con la fantasia d’andar a buttar la cera a una mia amiga e pelarla, per vadagnar el viver per sta settemana, co’ fa le poverette; perché quel desviao de mio marìo no xé buon da niente, si no d’andar al magazen e all’ostaria. El no se vuol tuor altro fastidio ca quello, lu! Grama mi, l’ho tolto per esser zovene, credendo ch’el me farà, ch’el me dirà... E s[ì] ho tanto da esso quant’ho da sto muro!

[285,2] E l’è anca lu co’ xé purassé: pur che se porta robba a ca’, i no domanda donde che la vien. Pazienzia! E’ so ben che per sta settemana posso lassar star le pignatelle e le moletine da una banda, ché per la grazia de Dio m[esser] Cassandro m’ha fatto un presente assai onorevole: sie ducati, an?


[286] Scena undecima: Spingarda e Agata
 
SPINGARDA
Buon giorno, buon giorno, donna Agata!

[287] AGATA
Spingarda, fio! Dio te daga zò che ti desideri. Co’ stastu?

[288] SPINGARDA
Al piacer vostro. Egli è un galante uomo, questo m[esser] Cassandro.

[289] AGATA
Chi m[esser] Cassandro distu?

[290] SPINGARDA
Chi Cassandro? Oh, Agata, Agata! Io vorrei che fra noi, servi e ruffiane, si procedesse alla carlona. Non credi tu ch’io abbi avuto orecchie e occhi, e udito e veduto ciò che seco, collà su la porta, hai detto e fatto?

[291] AGATA
Caro fio, che vustu ch’e’ faza? E’ son poveretta, e sì posso dir vedoa de marìo vivo, tanto xello desviao; e sì ho apresso anche un peso sulle mie spalle, d’una fia granda da maridar. E per questo me xé forza a far un puoco d’ogni cosa per viver a sto mondo.

[292] SPINGARDA
E io te dico che fai molto bene, se lo fai; e se no ’l fai, io ti consiglio che tu lo faci. Che credi tu forse ch’io sia un di questi servi che vogliono pigliar con le reti tutte le mosche ch’entrano per le porte de’ padroni, e poi non prendeno le cornacchie che volano per gli balconi? Se tu il credi, tu t’inganni; perché oggi o dimane egli mi sarà nemico. Ma facendoti apiacer del suo, a me che costerà? Nulla. Onde sempre io averò animo di comandarti, bisognandomi. Non è così?

[293] AGATA
Se Dio me cava d’affanni, ti dixi pì ca el vero. Mo ben, el bexognerave mo che tutti i servidori fosse impastai della to pasta, che bià nu poverete e anca vu altri insieme!

[294] SPINGARDA
[Ch]e hai in quella zucca?

[295] AGATA
Falisco, per so grazia, me l’ha impìa de romanìa, perché son defettosa del mal de mare. La m’ha dà impazzo tanto, sti do dì passai, che no possé pensà’. Rohau, ru ru... La xé mo della bona, te so dir; la te somegia a ti de bontae.

[296] SPINGARDA
La prima fiata che vieni a casa nostra, vederai ch’io vincerò Falisco di cortesia.

[297] AGATA
Oh, che siestu benedetto!

[298] SPINGARDA
E ti vorrei far un altro piacer, che tu non me lo dimandi, ma bisognerebbe che fosti cauta e secreta; con questo, che l’utile s’abbia poi a divider fra noi.

[299] AGATA
Aldi, fio, fa’ conto che i servidori e le ruffiane sian tutti una manestra. No besogna far cerimonie fra nu: femo pur realmente el nostro officio tra nu, e lassemo la conscienza ai frati; perché e’ voio che ti sapi che [quel che] no se tuol a costoro, tutto è perso. Comanda pur quel che ti vuol ch’e’ faza, ché, intravegnandoghe utele, te partirà’ da buon compagno e torà’ suso primo, vustu altro?

[300] SPINGARDA
E così mi prometti da donna da bene?

[301] AGATA
No zà da dona da ben, perché te zurerave falso.

[302] SPINGARDA
Come?

[303] AGATA
Dime, caro fio: se te imprometesse da dona da ben, no te poravio mancar senza cargo de conscienzia, siando quella che son? E anche ti poravi far cusì a mi.

[304] SPINGARDA
Tu di’ il vero. Ma come si farà?

[305] AGATA
E’ te prometterò da vera ruffiana. No te contenterastu?

[306] SPINGARDA
Benissimo. Oh, tocala qua, donque! E io da falso servidore. Questo è altro sagramento che porre il petto sopra l’archibuso carco, col foco sopra la serpentina!

[307] AGATA
Orsù, di’ mo zò che ti vuol da mi.

[308] SPINGARDA
Io ti dirò: questo animalazzo del mio padrone s’è scoperto meco d’esser innamorato di Stella tua figliuola.

[309] AGATA
De Stella, distu? Uh, grama mi!

[310] SPINGARDA
Sì, odimi pure: e vuol a tutte le vie del mondo ch’io li faccia il ruffiano.

[311] AGATA
Che tu sii ruffian de mia fia? El sarave propio un andar a robbar a ca’ de’ lari!

[312] SPINGARDA
Considera mo tu...

[313] AGATA
E che vustu dir?

[314] SPINGARDA
Che col mezzo di questo amorazzo si veda di pellar il groppone a questo tordo.

[315] AGATA
Mo comuodo se porà far?

[316] SPINGARDA
Oh, tu me di’ le ladre cose! Non sei tu Agata?

[317] AGATA
E’ son pur dessa.

[318] SPINGARDA
E io Spingarda. Tu ruffiana e io servo; tu trista di nido e io di muda.

[319] AGATA
Ah, ah, ah! Ti me fa’ rider con ste to istorie imparae dal dottor dal privilegio! Fa’ pur ch’el sia presto.

[320] SPINGARDA
Pensati, Agata, ch’io non disidero altro, né ’l mio padrone altro, né tu altro.

[321] AGATA
Dime, per to fe’, a che muodo faremo, perché fina adesso el nostro rasonar xé stao, fa’ conto, el consegio d’i sorzi de picar la campanella alla coa della gatta. “Mo chi sarà quello po che ghe la metterà?” disse el sorze.

[322] SPINGARDA
Oh, oh! Qui te volevo! Ma non sai tu che ’l proverbio dice: “Servo d’altrui si fa chi dice il suo secreto a chi no ’l sa”? Ma perché questi non sono ragionamenti da far in strada, entramo in casa, e ivi faremmo collegio sopra la nottomia di m[esser] Acario mio padrone.

[323] AGATA
Ti disi ben. No stemo pì, andemo dentro.


[324] Scena duodecima: madonna Angelica e Anetta serva
 
ANGELICA
Che ’l refe sia bianco e sutile, sai?

[325] ANETTA
Madonna sì.

[326] ANGELICA
Odimi, tu agiungerai ancora fin da Agata, e portali queste due rnortatelle e questo pezzo di carne salata; e raccommandami a lei, sai tu?

[327] ANETTA
Lo farò volentieri. Volete comandarmi altro?

[328] ANGELICA
Sì, sta’ paziente, se vòi: piglia questi fazoletti e daglieli, e li dirai che li dia all’amico.

[329] ANETTA
Tutto farò, madonna.

[330] ANGELICA
Altro non voglio. Torna tosto, e rendimi la risposta secretamente, sopra ’l tutto.

[331] ANETTA
Oh, di questo non accade che mi avertiate!

[332] ANGELICA
Che so io?
Io vengo, io vengo! Oh, che maledetta vecchia! Ove credete ch’io sia gita?


[333,1] Scena terziadecima: Anetta sola
 
Veramente de tutte le persone che patiscono variamente, nisciuna sorte mi move a compassione più di quello che fanno l’innamorati. Ecco, questa povera giovane arde de l’amore di m[esser] Cassandro, si consuma, piange che farebbe compassione alla crudeltà istessa. E molto più m’ha fatto compassion per il passato, ché ’l vecchio suo padre è entrato in strania gelosia: a nesciun modo non consentiva ch’ella pur si mostrasse alla finestra. E non so per qual causa, da due giorni in qua non li fa guarda così stretta; ed è stato un bel caso che, passando m[esser] Cassandro de qui oltre per amor suo, la vecchia sua madre s’ha dato a credere ch’el sia innamorato di lei: mirate ben se nel venir degli anni fugge il senno! E qui m’ha tastata a la larga. Io mo anderò a seconda: vinca poi chi vuole.

[333,2] Ma così ragionando da me, io sono a casa di Agata. Io picchierò.


[334] Scena quartadecima: Spingarda, Anetta e Agata
 
SPINGARDA
Chi è lì che picchia?

[335] ANETTA
Ohimè, ohimè! Spingarda, servidor di casa nostra?!

[336] SPINGARDA
Chi è lì, dico? Oh, sei tu, Anetta! E che diavolo vai tu facendo de qui?

[337] ANETTA
Non altro; io ho fallato la porta.

[338] SPINGARDA
Aspetta, ove corri?

[339] ANETTA
Io non voglio nulla!

[340] SPINGARDA
Vien qui, ti dico, ché mal per te se non vieni! Aspetta ch’io scendi.

[341] ANETTA
Ohimè, io son ben disfatta afatto! E che scusa trovarò io con costui, che vaglia?

[342] AGATA
Anetta, vien qua, non aver paura, matta!

[343] ANETTA
Vi dirò, madonna mia, ch’io credeva esser in un luogo e son in un altro, che poco cervello!, e ho tolta la vostra porta in iscambio, perdonatemi.

[344] AGATA
No importa, no.

[345] SPINGARDA
Anetta, gli è gran fatica vender vesiche a’ beccai, o voler portar civette in Atene! Voglio che tu sappi che quando il tuo diavolo imparava la ABC, il mio faceva ritorno e latinava per tutte le regole.

[346] ANETTA
E che credi forse ch’io sia venuta qui a posta, dunque?

[347] SPINGARDA
Ancora fai fronte meco, ribalda?

[348] AGATA
Orsù, la xé vegnùa a trovarme! Che sarà per quello, caro Spingarda? È tanto gran mal?

[349] SPINGARDA
Io non dico per quello, ma m’incresce ch’ella vuol coprirsi e ascondersi meco nel prà segato. Credi tu forse, cara Anetta, che ancora ch’io sapesse cosa alcuna, ch’io lo facesse sappere al padrone?

[350] AGATA
Eh, la no ’l fa per questo, ella; mo la ’l fa perché no se cognosse cusì tutto el cuor delle persone, sastu?

[351] SPINGARDA
Io vi dirò, ella meritarebbe ch’io le facesse il peggio ch’io so, alla discortesia ch’essa di continuo m’ha usata e m’usa.

[352] ANETTA
Sì, dimandateli un poco ov’è la cuffia e le calze ch’el m’ha promisse tante fiate! Io so bene come sète fatti voi uomini: tutti sète promettitori; fatto che vi s’ha il piacer, non lo riconoscete, e chi ha di prima non va senza, dice il proverbio.

[353] AGATA
Orsuso, e’ vogio esser mezana in sta vostra custion. Voléu rameterla su la mia conscienzia?

[354] SPINGARDA
Che fa a me? E tu, Anetta?

[355] ANETTA
Madonna sì, ch’io la rimetto.

[356] AGATA
Vegnì qua tutti do con mi, andemo qua in sta camera da basso, che aldirò le vostre rason; e s[ì] ho speranza che no ve partiré un da l’altro, che vu romagneré d’acordo.

[357] SPINGARDA
Ah, ah, ah! O Agata gallante, ti fo la sicurtà che non andarai a casa del diavolo... ma vi sarai ben trascinata, tanti sono i tuoi meriti!

[358] AGATA
Aldi, Spingarda, tutti andaremo col so sacco al molin. Mo dime, cara Anetta, che hastu qua sotto?

[359] SPINGARDA
Ella debbe aver intramessi, che credi? Orsù, entriamo, perché le scritture sono in ordine per introdur el caso.

[360] AGATA
Intra pur, fia, e non aver paura, che no te lasserò far cosa che te despiasa.


[361,1] Scena quintadecima: Garbuglio vilan solo
 
A’ gh’he sempre mè aldù dire da i nuostri antessore che de i sproverbi d’i nuostri maore è da farne stima, perqué i dise el vero con fa el guagnelio. Mè Dio, in bona fe’, sì! A’ gh’he intendù, e si è an la veritè, che chi va con luvi impara a urlare: no èlla mo così?

[361,2] Mo, cancaro, a’ possé mo dirvu: “Garbuglio, perqué ditu questo?”. Mo a’ ve dirò: nu dalle ville, inanzo le guerre, a’ gierenu tundi co’ è una mescola. Perqué mo? Perqué e’ sparticàven se no co biestie: piegore, vache, buo’ e bichi. Ma da che è vegnù ste guerre, e che a’ som stè in campo an nu per guastaore e straca-artegiarie, e ch’agón spratichè con soldè e sbrisighiei e galiuti e altre zenie, a’ som deventè an nu scozzonè, e an scaltri e tirè dai can, de muo’ e via ch’el no ne besuogna suppiarpi sotto la coa, e sì no ne daré pì intendere que un sgareggio de noza supia un celegato. Adesso an [nu] a’ seón deventè cattivi osiegi!

[361,3] Mo a’ vuo’ dir de mi, ch’a’ son stò un molton inchina adesso, e a’ son sì muò de fato, e fato scozonò, ch’a’ no me cognosso pì s’a’ son mi o me’ frello... A’ son pur mi, mo guardè s’a’ son cattivo; ch’a’ gh’he archiapò un bergamasco fachin, che sotto el coare del sole no fu mè uomeni pì avezù e setile e stregnente a i denari de iggi; perqué i vola per tutto el roesso mondo con fa le célleghe, per guagnare. E pure e’ l’ho archiapè, ch’a’ gh’ho vendù un cavalo bonso e incastellè per cinquanta trun e vintiquatro marchitti, e me ne ha dò quarantrì... El me ’n resta dar cinque d’otto, e d’otto sbatti altri otto... el me resta sette tron e vintiquatro marchitti.

[361,4] A’ gh’ho mandò a scuòere el me’ tosato maore, Giaron, saìu?, e questo can fachin el no m’i vò dare, che a i santi e sagrà e domena dominata e Dei guagneli benedetti, ch’a’ vuo’ ch’al m’i daga, a so crepacuore! E perzóntena a’ son vegnù armò da palaìn, con ste arme aguzè, per farghe paura e an angossa. Ah, foéselo chive!, ch’a’ ’l farave...

[361,5] O cancaro! Mo vélo aponto che ’l vien in qua... El m’è vegnù la tremaruola in le gambe da scròlora... Oh, fùssio a ca’! A’ n’ho gnan paura, se ben a’ tremo.


[362] Scena sestudecima: Martin bergamasco e Garbuglio vilan
 
MARTIN
Orsù, l’è cusì com dis la canzó:

 “No ’l gh’è plù fe’ nel mond

 perqué tug è bararia;

 quel che dis plù la bosia

 è plù credest e plù giocond”.
Co’ m’ha facchg un vilà a mi, che me l’ha cazzada, ch’ho credest comprà’ u so caval les co i scarpi, e sì ho comprà una cavra arost co i zocoi. Pacenzia! E’ vòi andà’ dal podestà e fal retegnì’...
Oh, mo vél colà! Diavol, e’ vòi tornà’ indrè, mi.

[363] GARBUGLIO
Ti è chive, an? Castrapuorci, fachin, beco, laro! Dime un puo’, feto conto de statufarme, de rivarme de pagarme el me’ cavalo? Que dito? Di’ sì o no.

[364] MARTIN
Ah, vilanazz, poltró, ancora ti ha’ ardimentg de parlà’ e avrì’ la bocca? Te m’ha’ dacchg un caval da om da bé, e sì è zopp, incastellat, co i gnoch sì faccgh su i ongi! Sta bé?

[365] GARBUGLIO
A’ no so quel che te di’, mi. A’ te diè el me’ cavalo co’ ’l giera. No aìvitu uocchi, no saìvitu veere el fatto to?

[366] MARTIN
No, n’ho vist, perqué m’ho fidat semper ma’ in la to maledetta fe’ buzara!

[367] GARBUGLIO
Ma se te t’he’ infiò della mia fe’, an mi m’[he] infiò della toa; mo la me è andò, co’ disse Cochetto, busa. A’ te dighe ch’a’ vuogio i mie’ sette tron e vintiquatro marchitti, e perzónte[n]a a’ son vegnù con te me vi’ per fartela veer sta doman.

[368] MARTIN
Che malefin zanz’t, murló? Quanti armi fa Saraval e Bressa e Bergamo no armeràv un poltronazz com t’è’ ti.

[369] GARBUGLIO
Che son un poltron, ditu?

[370] MARTIN
Un poltron, sì!

[371] GARBUGLIO
Te me cognusi male.

[372] MARTIN
E’ te cognoso mal? Sì, che ti è un mal om! La volóm partì’ co i armi, sta differenzia?

[373] GARBUGLIO
Mo no ghe ’n vaghi gnan de manco, l’haistu zurò!

[374] MARTIN
Prova un po’ a vegnir a i facchg, ti vederà’ se ’l sarà azur o bianch!

[375] GARBUGLIO
Ma aspetta un pocolin, ch’a’ n’ho tanta pressa; perqué, a’ te dirò, a’ ho parlò a un ocato de sta noela, e perzóntena a’ no vorave guastare el fatto me’ de mi. A’ vuo’ anare a veere s’a’ ’l cato, e co’ a’ se cattóm pì, al sangue de la luciaquara!, a’ vuo’ che se cecolóm i casiti.

[376] MARTIN
O cassett o casett, chi arà mal, so dan. Da mi no mancherà mà, purché i gambi me serva.

[377] GARBUGLIO
Mo dàlla qua!

[378] MARTIN
Vélla za!

[379] GARBUGLIO
Moa, a’ vago, mi.


[380,1] Scena decimasettima: Martin bergamasco solo
 
Va’ pur via! Cancher, non ho vist l’ora che ’l sia partid, mi, sta bestia!, e dubbitava pur che ’l no comenzas adès a menà’ li mà e darme in sul mustazz, perqué adès no so’ trop bé in orden de forza... E po, no vedì che l’è un poltronazz plù fort de mi? E sì era anca armad, lu; ve so dì’ che stea fresch, i me’ budei no trovava via da svodàs...

[380,2] El m’ha zovat a fà’ bon anim e alzà’ la vos da crudelazz; e’ cred d’averlo un po’ spaurid co i paroi, ma co i faccgh el me vul fà’ angossa a mi, alla fe’! S’e’ pos, e’ vòi fà’ che ’l podestà facci fà’ una crida d’i armi, azò que no portandoi gné lu gné mi no se tagióm i carni. E si voróm combatter, e’ combatorém a pugn e capa, da boni fantacì, altramentg no gh’ ved l’orden de vadagnà’. L’è mei che no me lassi trovà’, e fa’ con dis colù, rumores fuge; perqué al temp d’adèss l’è mei esser vivo un poltró... que poltró? e’ dig un poltronazz, que mort un valentom.

[380,3] Ve pregh, de grazia, no gh’desì ch’abbia paura d’ess, perqué, co’ ’l savès, gram mi! E’ perderèv tutt quei rasó ch’ho con lu. Dizìghi pur che son valentom, e ch’ho faccgh una gran bravadura, e che manizo bé i armi da drett e da rovès e de stocada; e che, se ’l trovi, ho zurat de tagiarlo in pezz e in boccó, e darlo a mangià’ al me’ cà. Dizìghil, e fem sto servìs; e po comandém, che sarò tutt voster.

[380,4] E’ vogi andà’ in sto mez a imparà’ un po’ de scrimia.


ATTO SECONDO


[1] Scena prima: Anetta e Agata
 
ANETTA
Oh, li dirò il tutto, madonna sì. Ma, di grazia, avertite, cara madonna Agata, che ragionando con la mia padrona non ragionaste cosa alcuna di Spingarda.

[2] AGATA
Tapina la vita mia! M’hastu per cusì mata?

[3] ANETTA
Madonna no, ma che so io, che non lo diceste inavertentemente...

[4] AGATA
Aldi, fia, no ghe ’l far pur asaver ti, che dalla mia banda fa’ conto che la sarà sopelìa int’una tromba. Mo sastu zò che te vogio dir? e no aver per mal de ste mie parole, perché ti vedi ben che son pì vecchia ca ti, e de nu vecchi no xé bon altro che i consegi...

[5] ANETTA
Come, a male? Ohimè ! Dite pur ciò che vi piace, che tutto si torrà in buona parte.

[6] AGATA
Questo te vogio dir: che da qua ananti, ti ti faci pì conto de Spingarda che ti no ha fatto fina mo. E cerca de farghe più apiaseri che ti puol, perché chi sa che ancora questa no fosse la to ventura; contentalo de quello ch’el vuol. E si in casa te vien niente per mezo, con to commodo - come sarave a dir tovagioli, fazoleti, qualche camisa e qualche linzuol vecchio -, no restar de tuorli. L’è ben vero che sto zuogo no besogna farlo troppo spesso, azò che to madonna no se ne accorza, perch’ella farave el demonio. No te far conscienzia de questo, si ben i no xé toi, ché ad ogni modo sti patroni no puol mai pagar tutte le vostre fadighe; e s’ti no avessi donde liogarli, no te manca la casa de sta to vecchia, che è vostra sacretaria. E cusì, ancùo tuo’ una cosa, doman un’altra, tanto che in cao de l’anno se ha sunao una meza massaria senza spesa. E quando ti no la volessi adoperar, no te mancherà venderla; e a sto modo se fa le visture, le maneghe e le scuffie che fa parer belle le donne. Che distu de sti mie consegi? Te piàsei?

[7] ANETTA
Madonna sì.

[8] AGATA
Adonca fa’ che ti i metti in opera. Aldi: peltri, cusilieri, pironi, cortei, saliere... tutto è robba.

[9] ANETTA
Volete altro? che il vostro conseglio mi quadra; che vedrete che no lo averete detto a sorda né a disubidiente.

[10] AGATA
Orsù, va’ via, donca, con la mia benedezion. Aldi, la mia casa, co’ t’ho dito, è al to comando, e da ora e da strasora.

[11] ANETTA
Rimanete in pace. Gramarcè a voi.


[12] Scena seconda: Spingarda, Anetta e Agata
 
SPINGARDA
Odi, odi, o Anetta, aspettami!

[13] ANETTA
Che vuoi tu, fastidioso?

[14] SPINGARDA
O diavolo! Fin a poco sarai come le mosche, che mangiano di continuo con noi a tagliere, né mai si vogliono domesticar.

[15] ANETTA
Eh, ch’io son già tanto partita, che madonna farà il foco! E la colpa è stata la tua, che m’hai intertenuta e non fínisci mai.

[16] AGATA
La dixi ’l vero. Làssela andar; no ve mancherà tempo né luogo da rasonar, no.

[17] SPINGARDA
Basciami prima che parti, boccucia mia melata!

[18] ANETTA
Noi saremo veduti, in malora!

[19] SPINGARDA
Ah, gaglioffa, gaglioffa!... ba ba ba.

[20] ANETTA
Ah, trista me! Mira come m’hai disconcia.

[21] AGATA
Orsuso, mo contentalo, e no esser cusì fastidiosa! E’ te l’ho pur ditto.

[22] SPINGARDA
Or va’ a casa, e se ti dimandano di me, dirai che non m’hai veduto, sai?

[23] ANETTA
Farollo. Rimanete in pace. O Dio, che dirò io mai, per esser stata tanto?

[24] AGATA
Spingarda, vien un poco qua in casa, che te vogio dir una parola.


[25] Scena terza: Anetta e Angelica
 
ANETTA
...E, s’io vo per accia, el vi è ancora un bon pezzo di strada, di modo che non torno tutt’oggi. A sua posta! Io dirò che la maestra non era in casa, e così sarò scusata. Oh, questa donna Agata è la solenne ruffiana, e l’ha fatto romper il collo a quelle poche!... In ogni modo mi conforto, ch’io non son né la prima né l’ultima. Orben, a sua posta, l’è fato, come si dice, il becco a l’oca. Tinc, tinc, toc. Oh, di casa, aprite, aprite, dico! Tic, toc.

[26] ANGELICA
Tu non hai avuto freta, fínora! che già sono quatr’ore che sei fora.

[27] ANETTA
Ecco ch’io lo dicea! Dio me la mandi buona. Fa’ pur buon fronte, Anetta.


[28,1] Scena quarta: messer Acario solo
 
Chiesto chién digo xé barola sanda: Eros paraplisios td csylo indicò: osper gar ecchino mèn tàs cacochymìas, uch anef giatìs [t]ù lamvànodos alg[h]isìas, catherì, utos dè chié tàs frondidas aferì. Chiesto amur xé sumegiao prombio a chel legno de mal franzoxo, perchié, sì come chiello legno cava tudi candi li cattivi umori, le dongie, le brunze, le gume, le sfedaùre, no senza dogia de chiello che ’l pia, cusì anghe l’amur cava fora del cori tutte candi li pensieri fastidiosi. Comodo sastu, Acario? Savé mi perchié brovo e sendo andesso sul mio persuna chié tude le mie dogie, la mio martelli, la mio sosbiri viè da chiesta mia Stella, veramende mio tramundana.

[28,2] Forza xé andesso passar de so casa via. Donna Gatta, so mari, mio ’minga, e se mi vedo, vogio barlari poco e diri chié mi xé so zenzero per rason del caromanza, chié sul mà me visto Spigarda. Oh, andesso me recordo chié me dol la mio brazzo! Diavule, sarà forzo mustrar a calche buò mendego che me lo drizza presto.

[28,3] No so zò chié averà fando Spigarda del mio cosa. Me trema la buelli... Mo no xé chiello chié xé sul paratiri, sul fenestra? Sì che xé chiello, e xé anca el mio Stella cu esso... Me par chié me cigna cul mà chié turna den drio.



[29] SPINGARDA
Andate in là, diavolo! Oh, a chi dico?

[30] ACARIO
Calcosa xé de gnovo sul casa. Oimena, canda zelosia me rùsega la mio cori, andesso chié mi visto sul balcó cu ella! Megio zé chié venda sul balcó chié su la crevati... Me cuforto chié averà bevùo, perchié sarà sturno... Oh, mo varda chié ’l vè fora! O Christè, came calà mandata!

[31] SPINGARDA
O padrone mio amoroso, ditemi, che vi par di quella Stella? Splendono a questo modo quelle del cielo?

[32] ACARIO
Oh, Spigarda, se ti sovessi!

[33] SPINGARDA
Che cosa, padrone?

[34] ACARIO
Ti me brusao tundo del zelosia, cando ti giera cu ella sul paratiri, sul balcó, chié cagava cuconi!

[35] SPINGARDA
Oh, voi avete fede in me o no? Vah, sì, voi mi fareste, fina poco...

[36] ACARIO
No te scuruzà’, chié mi te avé fende d’alvanzo. Mo no sasdu chié o eros p[h]overòs chié i pistis sphalerà, che chi vuol bé ha baura e chi crede xé ganao? Lassemo adar chiesto. Hastu fando per mi gnendi?

[37] SPINGARDA
Buono, buono.

[38] ACARIO
Fa’ poco che sapia, stì bisti-su.

[39] SPINGARDA
Io ho conzo il tutto, volete altro?, che voi entrarete in casa.

[40] ACARIO
Egò tò spiti-tu? Mi in casa?

[41] SPINGARDA
Voi, signor, nella sua casa.

[42] ACARIO
Cando?

[43] SPINGARDA
Oggi.

[44] ACARIO
Angùo? O Spigarda-mu caro, dulci, gramarzè! Te vogio basar de ’legriza, e anga far dio saldarella, eh?

[45] SPINGARDA
Non entrate in questa spesa, per ora.

[46] ACARIO
Mo chié modo indrarò? Dime, te’l priego, perchié me viè adesso indosso la zuvendae de vinticatro ani, per cheste to baroli!

[47] SPINGARDA
Attendetemi, ch’io vi dirò il tutto. Stella, la qual vi ama tenerissimamente, né adora in terra altro Dio che voi... Ma non piangete, padrone!

[48] ACARIO
Chié? No bianzo, no; mo me viè tenero la mio cori... Va’ bur drio.

[49] SPINGARDA
... ha ordinato di mandar oggi sua madre qua fora in Borgo per alcune facende, ov’ella starà occupata fín sera. Lupo, il patrigno, per esser in pratica di pigliar alcuni banditi, non può esser a casa per tutt’oggi; onde la fanciulla sarà sola, e voi sarete un cavallo.

[50] ACARIO
Mi xé cavalo?

[51] SPINGARDA
Io dico che sarete a cavallo, perché la fanciulla sarà sola.

[52] ACARIO
Sula? O Dio, mo chié vendura sé chesta! Mi ghe ’l farò bé combagnia, se vulesse...

[53] SPINGARDA
Adaggio un poco, non vi anegate nel mèle come le mosche. Ma perché lo entrare in questo abito li porrebbe qualche biasmo, gli ho detto che voi andarete travestito da taglialegne, gridando, da casa sua; ed essa fíngerà voler far spezzar alcuni zocchi, acciò che gli vicini non sospettino, e vi chiamerà in casa. Il carico del resto lascio poi alla Signoria vostra: che buon pro vi faccia.

[54] ACARIO
Ti avé urdinao bé.

[55] SPINGARDA
Ma odite, ancora non siarno al punto. Io gli ho promesso che, tosto che sarete giunto ad essa, per segno d’amore voi li farete un presente conveniente a voi e ad essa.

[56] ACARIO
Non me desbiazi. Dime poco, che presendi se puol fari?

[57] SPINGARDA
Mah! Io vi dirò... ho disegnato ad una di quelle vostre cattene antiche che portavate... ad ogni modo non s’usano più.

[58] ACARIO
Una caena? Mo ’vertissi chié una caìna no val mango de cincanda carogne, cincanda scundi!

[59] SPINGARDA
Ma che volete voi darli, manco di cinquanta scudi? Una cordella da capo, forse?

[60] ACARIO
Cincanda scundi xé troppo gran dinari, diavule!

[61] SPINGARDA
Sono troppo e non sono troppo; e a me paiono pochi, ad una fanciulla così fatta. E poi fate conto che date a vostra moglie: non sapete s’abbiamo veduto sopra la mano ch’ella v’ha ad esser moglie?

[62] ACARIO
Calà leis, ti dizi bé. Mo de chiesto hastu barlao gnendi?

[63] SPINGARDA
Signor sì.

[64] ACARIO
E chié dinze ella?

[65] SPINGARDA
Ohimè, ciò che dice? Tacete, di grazia! Ella non cape nella camiscia! Dice: “Sposetto mio, marito mio, vita mia, vecchietto mio!”... Sète tutto suo, tutto suo! Ma non piangete, in malora!, che farete piagner me ancora.

[66] ACARIO
No piazo mi, xé la mio l’occhi chié cava lagrime de dulcezza... Mo chiestin drappi del taglialegne, chié mundo se truvarà?

[67] SPINGARDA
Come si troverà, dite voi? Con danari. Lasciate pur il carico a me, e spendete voi, che a tutto si provederà.

[68] ACARIO
No dubitari, chié no starò per spesa.

[69] SPINGARDA
Io voglio che andiamo fín a’ Guasti, ragionando di questa cosa così domesticamente insieme. Che ne dite?

[70] ACARIO
Sì, sì, sarà mengio.

[71] SPINGARDA
E vi darò la voce del taglialegne. Gridate un poco: “Taglialegne, taglialegne!”.

[72] ACARIO
Taglialegne, taglialegne...

[73] SPINGARDA
Più alto, più alto!

[74] ACARIO
Tagialiligne!

[75] SPINGARDA
Tenete la voce più longa di drieto.

[76] ACARIO
Tagiaaaligne!

[77] SPINGARDA
Non, dite così: “Taglialegneee...!”.

[78] ACARIO
Tagia... Tagiaaaligneee...!

[79] SPINGARDA
Non si faciamo più nasar qui in strada. Andiamo qui fuori fin alli Guasti, ove potremo e gridar e bragiar a nostro modo.

[80] ACARIO
Sì, per to fe’, perchié chiesto criari cu mesura xé de gran impurtanza.

[81] SPINGARDA
Grandissima. Ma voi gracchiate tanto sgraziatamente, e mostrate que’ vostri denti che paiono tasti d’un organo rotto... Se voi sapeste di musica, noi saressimo a cavallo.

[82] ACARIO
Mi savé bé poco musicari cul basso, mo de chiesta sordi alto mi no savé gnendi. Se calcheun me ’l mustrarà, bé, mi ’pararò presto... As pame, ademo.


[83] Scena sesta: Agata, Lupo e Stella
 
AGATA
Metté ben a mente tutti do a quel che digo. Ti, Lovo, ti starà’ in questa strada scoso, àldime ben, e subito che ti sentirà’ a criar: “Tagialegne”, sta’ aparecchiao. E ti, Stella, lassalo criar quatro volte, m’hastu inteso?

[84] STELLA
Madonna sì. Ma s’io lo lasciasse gridare quindeci o venti, non sarebbe già peccato.

[85] AGATA
No, tante no, perché quatro sarà el segnal.

[86] LUPO
Com’io sento le quattro volte, che vòi tu ch’io faccia poi?

[87] AGATA
Che t’indusi tanto che ti parà ti ch’el sia intrao.

[88] LUPO
Entrato ch’el sarà, ch’ho io a fare?

[89] AGATA
L’ordene xé questo: ch’el dieba darghe subito el presente, che xé una caena d’oro da cinquanta scudi.

[90] LUPO
Cinquanta scudi? Oh, così sì ch’io incomincio a beccar la rasa!

[91] AGATA
Essa po, quando che la l’averà abùa, la se la metterà al collo, e sì tosserà; e ti, co’ te senti tósser, salta presto alla porta e di’: “Che fa costù qua?”.

[92] LUPO
Fermati qui un poco. Ho io a giocar de mani con lui?

[93] AGATA
No, in bon’ora! Aldime pur, Stella dirà: “E’ voleva far tagiar sti zocchi”; e ti in quella volta scomenza a sbuffar, fazando vista d’esser ziloso de Stella, e manazandolo ti ’l spenzerà’ fuora de casa senza la caena. Del resto po lassa la briga a mi.

[94] LUPO
Questo fin qui farò benissimo, non ti tôr fastidio.

[95] AGATA
Mo donde vastu adesso?

[96] LUPO
Io serò qui a vintidue ore, vuoi tu altro?

[97] AGATA
Mo no far fallo.

[98] LUPO
Come far fallo? Non ci entrarebbe il mio interesse.

[99] AGATA
Basta, dunca. T’ha’ inteso el besogno.

[100] LUPO
Ponete pur ad ordine il resto, ch’apartiene a voi.


[101] Scena settima: Agata e Stella
 
AGATA
Tutto xé in ordine, e co’ te digo, Stella, besogna star sempre in speranza, finché se xé vivi. Quante venture me xé vegnùe ancùo in le man! E’ credo che ’l sia vero, co’ dixe el Scapucin, che tutti ha un dì venturao in la so vita. Credo che questo sia el mio, perché m[esser] Cassandro m’ha donao sie ducati, Falisco una zucca de romanìa, m[esser] Acario me ha promesso, e madonna Anzelica, Spingarda e Anetta, tutti me darà offerta int’el bossolo.

[102] STELLA
Io considero, madre, che voi dite il vero. Ma voi mi farete pur la mia vesta, con questi danari?

[103] AGATA
Te la farò certo. Fa’ pur tu sii accorta a cavar la caena de man al vecchio.

[104] STELLA
Lasciate pur far a me. Pur che la porti, ella è nostra: e quando tutto mancherà, io gliela torrò per forza, volete altro?

[105] AGATA
Ti no averà’ miga sta fadiga, no te dubitar. Sta’ pur onesta, sora el tutto, che delle vestidure e delle altre belle cose no te mancherà, e forsi che no passerà ancùo che te farò novizza.

[106] STELLA
Voi fate bene a ricordarmelo, benché non accade, sapendo la natura mia; né anco a l’arte vostra si convengono questi documenti.

[107] AGATA
Co’ no? E’ te digo questo, che a tutti, e sia pur tristi quanto se voglia, piase tanto l’onestà a casa soa quanto la desonestà in casa d’altri.

[108] STELLA
Io prego Iddio che vi conservi in questo pensiero, ch’è buono per voi e per me.

[109] AGATA
Orsù, torna pur in casa. Varda no averzer nessun fina che torno.

[110] STELLA
Ove andate, ora ch’è tempo di desinar?

[111] AGATA
E’ vago qua da madonna Barbarina, e sì farò tri servisi int’una botta.

[112] STELLA
Io vi ricordo il tornar tosto.


[113,1] Scena ottava: Agata sola
 
O Dio, quanto xé grando sto amor de’ fioli, quante fadighe patisse el pare e la mare a [a]levarli! E tanto pì patisse una povera vedoa co’ son mi. Pensé, care donne, che so pare me morì che la giera ben picenina, sta mia puta, s’el m’ha besognao zugà’ de scrimia! E tutto per so amor. E si ho fatto anche delle cose che no xé cusì da far, diebo esser scusà, perché no l’ho fatto co’ fa alcune, per morbezzo, ma per besogno, e per veder d’acquistarghe tanto che la podesse metter col so onor in casa soa. Mo sia regrazià Dio, che vedo che no ho butà via tutte le mie fadighe, che la xé tanto obediente a i mie comandamenti; e anche le cose desoneste ghe despiase tanto che no possé pensà’. Quante volte credéu che la me reprenda, digandome: “Cara madonna mare, quando voléu lassar queste vostre strigarìe, ste vostre imbassae, sti vostri belletti? No vedéu che vu sé oramai col pè in la fossa, che vu dissé: l’è una vecchia de sessanta anni?”; e tanto, che la me cava le lagreme da i occhi.

[113,2] Mo cusì pian pian son zonta alla casa de m[esser] Acario. Oh che bella comedia vu sé per veder stasera! El marìo, la mogier, la fia, el servidor e la massera, tutti xé alla mia barbaria, e mi ho el cotal, el rasaor in man, parecchiao per radarli. Tic, toc.


[114] Scena nona: Anetta e Agata
 
ANETTA
Chi è lì? Oh, sète voi, donna Agata?

[115] AGATA
Sì, fia, sì, Anetta mia. È madonna in casa?

[116] ANETTA
Madonna sì. Voi sapete bene, madonna, ch’io vi ho ubedita. Come vi partite, fatemi moto, sapete?

[117] AGATA
Sì, fia, sì. Mo che vogi da mi, an? [Si] madonna vegnesse zoso co mi, co’ la suol far, co’ se farà?

[118] ANETTA
Vo non vi scostate de quinci oltre, finch’ella va di sopra.

[119] AGATA
Ti ha’ ben pensao, farò volentiera.

[120] ANETTA
Induggiate qui, ch’io li dirò che voi la dimandate.

[121] AGATA
Sia in bon ora.
Eccote che le mie parole averà fatto dottora questa massera a danno de so m[esser]. E a la fin la colpa sarà soa, e l’utele mio: perché, cusì co’ essa denegherà a so madonna de no aver tolto niente, cusì anca mi ghe ’l denegherò a ella, e sì dirò che no so zò ch’ella diga.

[122] ANETTA
Entrate, madonna Agata, che la padrona el dice.

[123] AGATA
E’ vegno, fia. Uoh, uoh...

[124] ANETTA
Volete bere, prima che montate le scale?

[125] AGATA
No sarà fuora de preposito.

[126] ANETTA
Venite, che lo torrete con le vostre mani, e di qual più vi piacerà.

[127] AGATA
Sia col nome del Signore.


[128] Scena decima: messer Cassandro, Falisco e Fioretto
 
CASSANDRO
O ch’io m’inganno, o ch’io straveggio, o che gli è pur così: tu non dèi aver batuti questi panni, oggi, Falisco.

[129] FALISCO
Io non li ho battuti, dite voi? S’elli sapessero parlar, voi udireste le querele che farebbeno, dolendosi della bacchetta e di me.

[130] CASSANDRO
Donde vien dunque che paiono così smariti nel colore?

[131] FALISCO
Due cose ne sono cagione, padrone.

[132] CASSANDRO
Quali?

[133] FALISCO
La prima è ch’Amore vi fa veder quel che non è e non può esser.

[134] CASSANDRO
Questo non se te niega. Ma quale è l’altra? Averò molto caro a saperla.

[135] FALISCO
L’altra è che vorebbeno mutar padrone.

[136] CASSANDRO
Come mutar padrone? Fa’ ch’io t’intenda meglio.

[137] FALISCO
Signor sì, vorebbono, sì, come hanno ornato voi duo mesi, ornare il vostro Falisco sei. Che vi par del mio discorso?

[138] CASSANDRO
Benissimo, discorri molto sotilmente.

[139] FALISCO
E dirovi più, ch’io mi meravigliavo che voi indugiaste tanto a porli giù, non essendo costume vostro portarli così al lungo. Ma io n’ho incolpato Amore, e non voi.

[140] CASSANDRO
Egli è propio come tu dici. Anderai dunque per il sarto dimane, acciò ch’io faccia onore al discorso tuo, e tu goda questi per amor mio.

[141] FALISCO
Veramente con gran ragione v’ha fatto la Natura nobile e la Fortuna ricco: così Amore vi faccia felice! Io non ringraziarò la cortesissima S[ignoria] v[ostra], perch’io vi son tenuto di maggior obligo.

[142] CASSANDRO
Non dir così, Falisco, perché un gentilomo non può con tutta la facultà sua premiar un fedel e amorevol servidore, e per contrario un vero servidor non può con la servitù sua sodisfar alle cortesie d’un buon padrone. Ma non voglio che si perdi il tempo in queste dispute; anzi voglio ire alla casa di quella Angelica, veramente angelica, mercè della qual io vivo, felicemente sperando.

[143] FALISCO
Padrone, ecco gente al balcone, e mi par Agata.

[144] CASSANDRO
Egli è Agata per certo, e parmi seco la vecchia.

[145] FALISCO
La vecchia, signor sì.

[146] CASSANDRO
Ecco come è forza stomacarmi e finger di far l’amor seco. Ma come potrò mai far?

[147] FALISCO
Padrone, voi sapete ben che quello infermo che non ubedisce il medico, il più delle volte suole o morire o patire infirmità longa.

[148] CASSANDRO
Che vòi tu inferire?

[149] FALISCO
Che Agata è ’l vostro medico. Ubeditela dunque, e fate conto che questa sia una delle medicine amare al gusto che danno i medici per purgar il corpo de l’infermo.

[150] CASSANDRO
Ecco, ecco il mio sole, ecco che ’l cielo è ralluminato, ecco quel’angelo che mi scorge al cielo!

[151] FALISCO
Oh, questo è bello, che la vecchia si darà a creder che voi faciate il morto per conto suo! Vedete com’ella nuota nel latte. O trista, o gaglioffa, ti possa uccider la giandussa!

[152] CASSANDRO
Che debbo far, o Falisco?

[153] FALISCO
Circa a che?

[154] CASSANDRO
Io mi sento venir meno.

[155] FALISCO
Venir meno, dite voi?

[156] CASSANDRO
Venir meno, sì. Tu non consideri la bellezza d’Angelica com’io.

[157] FALISCO
Oh, signor no! Questa è la parte che tocca a voi, padrone.


[158] Scena undecima: Garbuglio, Cassandro, Falisco e Fioretto
 
GARBUGLIO
Oh, ’l can...can...caro alla paura! Que sarà lomà morire? Mo a’ dirè co’ dise la slieza de raso[n] calònega in giura zoìle: “Beatis smorti ch’in Domina moriata”.

[159] CASSANDRO
Che musica è questa?

[160] FALISCO
Parmi Garbuglio.

[161] CASSANDRO
Intendi un poco. Che pensiero sarà il suo?

[162] FALISCO
Garbuglio!

[163] GARBUGLIO
Chi sìto? Stami tanto da lonzi co’ a’ posso menar sta spà, per to megio.

[164] FALISCO
Odimi un poco, Garbuglio. Il mio padrone è qui e ti vorebbe dir due parole.

[165] GARBUGLIO
Chi xé sto to paron?

[166] FALISCO
Messer Cassandro, non lo conosci? Quel che ti sol pagar tanti balli alla villa, e che ti donò la beretta e le penne.

[167] GARBUGLIO
Ah, an! Messer Sgassandro, te vuo’ dire? Moia, ove séllo?

[168] FALISCO
Eccolo là.

[169] GARBUGLIO
Oh, messer lo seg[n]ore Sgassandro! Mo Dio ve stracontenta! Dèla zà... Potta, a’ si’ agiazò! Mo con stèvu?

[170] CASSANDRO
Benissimo. E tu, Garbuglio?

[171] GARBUGLIO
Ben, de sanitè.

[172] CASSANDRO
Che si fa alla villa?

[173] GARBUGLIO
A’ digóm male e sì a’ fagón pezo. Pooh, a’ la fagón anare a polenta e a rave.

[174] CASSANDRO
Oh, che vuol dir queste arme a questo modo, e queste furie?

[175] GARBUGLIO
Mo le vuò dire ch’a’ vuo’ far a un della panza un crielo.

[176] CASSANDRO
Come, diavolo, un crivello?

[177] GARBUGLIO
Mo cancar’è! E la no sarà gnan capelleta né fundonia.

[178] CASSANDRO
Chi è costui? E perché? Si può sapere?

[179] GARBUGLIO
Mo a’ ve ’l dirè int’un fiò. A’ he vendù guanazzo, a quarantatrì d’ottore, un me’ cavalo morelo, negro, stelò in le neghe, a un can apicò de un bergamasco fachin, per cinquanta trun e vintiquatro marchiti. El me ne ha dò quarantatrì, e sì a’ gh’he fatto termine alle vencege. Orben, l’è passò, co’ a’ saì, e mi mo a’ he mandò el me toso maore, Giaro[n], a scuòere el resto. E lu dise qu’el no m’i vò dar, perqué l’ha cattò che ’l cavalo è rostìo, borso e incastelò; e perzóntena a’ se ’on dò la man tutti du, da zentiluomini, co’ a’ se catón, da smenuzarse a muo’ ravi. No gh’hoio mo rason, caro massiere Sgassandro, d’esser imbavò?

[180] CASSANDRO
Tu hai ragion, sì; ma voglio che la rimetti.

[181] GARBUGLIO
Meesì, a’ no la desmetterè mè, fin che no seón collegà un de nu.

[182] CASSANDRO
Oh, non vuoi tu per amor mio deponer la collera per adesso e cantar una di quelle tue canzoni che cantavi là sotto l’olmo, ti ricorda?

[183] GARBUGLIO
Massier sì.

[184] CASSANDRO
Orsù, comincia dunque, che poi voglio che andiamo a desinar insieme.

[185] GARBUGLIO
O cancaro, gh’aìsio un tenore, che la manderave in l’àiara...

[186] CASSANDRO
Fa’ al meglio che puoi, per ora.

[187] GARBUGLIO
Volìu che smenzoni la tosa? Co’ hala lom?

[188] CASSANDRO
No, no, canta pur qualche cosa a tuo modo.

[189] GARBUGLIO
Que vuotu che canta, an, Favischio?

[190] FALISCO
Canta: “El mi è stà detto che tu dormi sola”.

[191] GARBUGLIO
cantando

 “El m’è stò dretto che ti druomi sola:

 e no staristo miegio accompagnata?

 E s’ti aìsi el to moroso acanto,

 ti parerisi pur do volte artanto.

 La femena xé fata co’ è la nula,

 che no val ninte senza la fegura.

 Mi sarè la fegura, el conto è fato,

 Che a’ seón du, e sì faronte quatro”.
V’hegie mo contentò?

[192] CASSANDRO
Sì! Mo fa’ una riverenza a quelle signore per conto mio, poi andiamo a desinar.

[193] GARBUGLIO
Vontira. Al vostro anore, belle pute! E viva l’amore!

[194] CASSANDRO
Oh, tu m’hai servito! Entriamo dunque.

[195] GARBUGLIO
Dame la me’ spà e la roella, Folletto. Oh, s’a’ scontrasse sto bergamasco, a’ me verissi ben menar le man!

[196] FALISCO
Ma io ho speranza di vederti oggi a tavola senza il bergamasco.

[197] GARBUGLIO
Cancaro che te me veerè! Fuosi mo che è quatro dì ch’a’ n’he magnò solamen polenta e pan de sorgo tent[o] e pan scafettò. An, Favischio, quando vuotu vegnire alla villa an ti? Ch’a’ vuogio ch’a’ la fagón anare, ve’, a buon e meggiore.

[198] FALISCO
Come la faremo andare, se mangi polenta e pan de sorgo?

[199] GARBUGLIO
Mo a’ venderè una veela, mi; sì, al sangue de tristo!, per farte raceto e anore.

[200] FALISCO
Entra in casa, che parlaremo poi con più agio.

[201] GARBUGLIO
Sì, anón pur a magnare.

[202] FIORETTO
An, quando io verrò alla villa, mi donerai poi un galletto?

[203] GARBUGLIO
Sì, fraelo, vontiera. A’ te donarè an un cuco e un scardelin dal cao rosso que canta.


[204] Scena duodecima Cingana e Medoro
 
CINGANA
Ci mi no ’gana, Armeli, dei beled betach, chesta star to terra.

[205] MEDORO
Dunque voi non lo sapete certo.

[206] CINGANA
Insalà! Ane ma barf, mi no saber serta, perché mi passata campstaser sene, chindez ani, che sercata tanta tanta, che mi no ricorda ninta serta. Mo se mi trobar el-beith, el casa, unde mi rubata tia, pur che no star mudata el so faza, mi conoscer.

[207] MEDORO
E che segno gli avete?

[208] CINGANA
Chista segna, che star de sora el porta d’ella un figura meliè meliè, belo bela, del marmora, bestìo del nostra besta cinganesca. Ricordo cando mi intrata fi’l-beith, sul casa, debota mi l’ha tolta bel mia ben, ’ponta.

[209] MEDORO
Non manchiamo dunque di cercar la città. Forse trovarete la casa, conoscendola a questo contrasegno.

[210] CINGANA
Ane intrab amel chiede, cusì mi deliberao fari.

[211] MEDORO
Sapete de ch’io mi maraviglio, e già più fiate ve lo volsi dir?

[212] CINGANA
Es sicule? Di che cosa?

[213] MEDORO
Come vi poté sofferir il core di lasciar il propio figliuolo, uscitovi del propio ventre, e portarne me, ch’io vi ero nulla?

[214] CINGANA
Enti domanda bel mi gran cosa. Cando mi entrata fi’l-beith abuch, sul casa del to pari, che me chiamata una to fanta che stari sola in casa, bel che to mari rai fe ’l-muschea, andata sul giesia, e ella star cubanìa del tia e ’l to surela zemeli, che tutti do star sul cuna, e che ’l massera pregata mia se mi saber far martela al so inamorata, mi dito de sì e promessa far gran cosa: e presta mi insegnata a ella un ’razion e mandata ella sul copi del casa a dir telete taich, tre bolte el ’raziun; ed ella andata presta, e mi romasa sola, e presta mi piata tia del cuna e messa mio figlion cinganì cul to sorella in chel to loga.

[215] MEDORO
Veramente fu bella trovata. Ma se per sorte mio padre o alcuno di casa v’avesse incontrato, come sarebbe ella andata?

[216] CINGANA
Se mi trubar el to pare, mi dita che ti star mio figlion, e pua mi pensata far cu ello un barata de tia col mio figlion, como star nostra ’zanza, per cavar flus chitir, danari assai, enti saber?

[217] MEDORO
Ma perché non lo facesti, poi?

[218] CINGANA
Mi no ’l fata bel do rason: ’l-uad, el brima, star che mi beder enti meliè meliè, bello bello, bianca russa; mi presta data bel tia la mio cori, arabdule, e purtata l’amor del mio figlion in tia, e no boler pì ben la mio. L’alta, mi pensata che mio figlion ogna moda star megia fi’l-beith abush, in casa del to pari, che star rica, che in la mio, che star poberita.

[219] MEDORO
Buona ragione. Ma ditemi, ricòrdavi aver udito nomarli?

[220] CINGANA
Già mi sentir el to massara chiamata bel ti Medoro, e ’l to sorella Azelica.

[221] MEDORO
Voi dite che cresero che il figliol vostro, che li lassaste, fosse così tramutato da una febre mortale.

[222] CINGANA
Ane arf chide, cusì mi saber.

[223] MEDORO
E ch’egli morì. Ma come sapeste poi tutte queste cose?

[224] CINGANA
Ei, sì; e mi luzata sul bila, codem codim el-beled, presa presa el tera, etene mia, do mia, bel do meza, e ’scusa tia drento el buza, come se scunder chel chiamata armelin bianca, enti saber? Per chesta mi no chiamar enti Medoro, mo chiamar bel ti Armelio.

[225] MEDORO
O Iddio! Pure che trovamo vivi il padre e la madre e la sorella...

[226] CINGANA
Lè tachaf, no aber paura, no, che trubar, perché star zubeni chel bolta, ché dita bel mi el massara.

[227] MEDORO
Tutt’è che me voglian creder suo figliolo; e massimamente essendo voi cingana, non vi si crede con settanta pegni.

[228] CINGANA
Lè tachaf, no dubita ninta, perché mi dar per ella tanti el contrasegna che tutti beder el beritae. E se star biva el sorela, ti beder che star como el to biza bropia, e anche chesta ti beder bel te debotta benir smorta, bel sangue che star tutta un cosa: perché enti stato ’levata tetenin sene men de luoc, del do ani fina ’dessa con nui, de ca, de là, mai ti beata el nostro linga. Ma uei andor, no bedestu como zé to linga che ti parla, che par zia inzi de luoch men beith abuch, che ’dessa ti begna del casa del to pari?

[229] MEDORO
Oh, non sapete voi che nelli luoghi civili e abbitati il comercio mio sempre è stato con persone nobili, né praticava con voi mai se non quanto mi sforzava l’amor quasi materno o il bisogno?

[230] CINGANA
De meliè, che[sta] star bon. Enti arf de ’l-calem men? Inti saber de che mi boler dir?

[231] MEDORO
Di che?

[232] CINGANA
Star megia che ti bestir metel mara, como dona, a chesto modo come andar cheste ca.

[233] MEDORO
Perché questo?

[234] CINGANA
Mi sene cul el-nes andor enti, per far che tutto ’l gente bardar bel ti: oh se anche calche chi ’menta benir con chesti zubeni rabiozi del ca, e mi pudessi far el mio arti fina tanta trobar bel mi el to parenti, che biata tia e mia!

[235] MEDORO
Io vi son stato obediente dodeci anni, e serò anco questo poco di resto. Ma come farassi d’abiti?

[236] CINGANA
Taib, ben. Ma fis giudi auni fi ’l-beled, no star del zudei ca in chesta tera, o calche altra che brestasi la drapi cul danari? Magari, erat itrub chitir, magari boler parasai, che da chesti aberema, perché col danari se aber tuto ’l cosa, e[n]ti saber?

[237] MEDORO
Cerchisi dunque d’essi.

[238] CINGANA
Star megia talera. Già rai fi ’l-beith el-giudi, andemo sul casa del zu-dei, e cercar und’ella star.


[239,1] Scena decimaterza: Martin bergamasco solo
 
A’ so’ pur chilò, che no credea, con un anim da un conì... Pur che no me daga da drè, a tradiment, segond l’usanza, denanz n’ho pagura, perqué ho un scritarì adoss, incantat, ch’el no me porà nueser gné far mal alcù. E’ m’ho fatgh anche segnà’ i veni a una grega me’ ’miga, che s’el vegnìs con trenta barber con tuttg i so lanzeti el no m’ caverèf da dos un mastel de sango.

[239,2] E po anche e’ so’ armad sì bé com’è Rofeio, che no poss avì’ pagura; e s’el me vegnìs pagura, starò drè sta targa afadà che fo de Mambrì, ol ser de me’ pader, che fu squartà per San Marc, ch’el no m’ porà tocà’. E perqué e’ dubitava, combattant, id’ol voltà’ el pass della scrimia, che no me des una ferida ind’al... perdoném, zoè ind’ol cul, an quel e’gh’ho provist, che l’ho covert con un cadì de legn segurissim, vardé. Fé cont che sia in fortezza, qu’è un temp vegnut ch’el besogna armare fina ol cul, ch[i] vul stà’ segur.

[239,3] Orsù, e’ me vòi provà’ un po’ a menà’ li mà mi sol, e far cont che sia lu de là e mi de zà, e vedì’ s’e’ so’ valentom. “Ven via, poltró!”: e l[u] vè via, e defatg me mena un mandrét a sto muod, e mi un rovès, e lu un stramazzó; mi una ponta sotto mà, e lu rapara co la targa, e mi rodopi la ponta e vado stort, scorro fra i gambi e no fo nient; e lu debot inalbora un fendét, e sì me ’l mena e no m’azóz; e mi col pass indrè ghe do in sul col e butt la testa in terra, e digo a un tratt: “Vate fa’ medegà’!”. E salto a caval, e sì scampo via da valentom, e cusì avanzerò i sette tró. Mo se ’l spogiass, no avanzarèf anca i armi, che sarà mei?


[240] Scena quartadecima: Garbuglio, Martin, Falisco e Cassandro
 
GARBUGLIO
Cucù, sbio! A’ t’he ben aldù, si, arloto. Pooh, ti m’aìvi bello e amazzò! Aldi: a’ magnava al desco, e sì n’ho possù soffrire de magnar se lomè tri pan; ché, co’ a’ t’he aldìo, a’ son vegnù a veere s’te è’ così sbraoso con te te fa’ da to posta. E te me pariv[i] porpio quel’orbo dalle do spà che va per Venesia.

[241] MARTIN
Aldi, fradel, va’ pur compi da mangià’, qué no t’ vogi amazzà’ a dezù, mo te vog amazzà’ pié com un porch! Va’ pur via, che ti m’ troverà’ bé qua, sì!

[242] GARBUGLIO
Maesì, a’ no porae pì magnare una vaca, fín ch’a’ no t’he cecolò. Aspieta che vegno!

[243] MARTIN
Cancher! Dal dich al fatg el gh’è un gran tratg. Son gram d’esser vegnut, mi. Se reìns in bé, a’ faci vod de dà’ ol me’ cadì de legn ch’ho da drè, pié de fava, ogni dì per tri mis a un poltró.

[244] FALISCO
Ove diavolo corri, Garbuglio?

[245] GARBUGLIO
Mo n’het[u] aldù sto altro bergamasco, che m’aea amazzò, magnò e cagò, desquanto magnava?

[246] MARTIN
No védestu che ti è’ vivo, che no t’ho ancora amazad? E’ me provava bé a que muod farèf [a] amazarte, perqué m’ho fat insegnà’ al schirmulador.

[247] GARBUGLIO
Moa, vàtegi a cazzà’ in lo cullo, [el] scrimiaor e ’l to scrimuare! E po amaza de i porci, con t’è’ uso. Moa, la vogión rivare? Mite man.

[248] MARTIN
E’ ho mess, mi.

[249] CASSANDRO
Che volete far? State indietro!

[250] GARBUGLIO
Caro segnor massier Sgassandro, laghène far.

[251] MARTIN
Sì, sì, laghélo fa’ el buel pur, la Signo[ria] vostra, zentilom.

[252] CASSANDRO
Io non voglio per niente, ma ditemi le vostre querele, perch’io vo’ veder di conciarle.

[253] GARBUGLIO
Mo ch’el me daghe i me’ sette tron e vintiquatro marchitti, e tri smarciegi che a’ he dò a l’ocato: la sarà po bella conza.

[254] MARTIN
E anca mi, fé ch’el me dagh i quarantatri livri ch’a’ gh’ho datg, e un da dodes ch’ho dà al scrimulador, e ch’el togia el so caval indrè, che la sarà po conza.

[255] GARBUGLIO
Mo tuo’ int’i uogi!

[256] MARTIN
Mo tò ti int’ol mostaz!

[257] GARBUGLIO
Oh, potta de la squarciaquara! Che no te stergolerè?

[258] CASSANDRO
Sta’ indietro! Tien quel’altro, Falisco.

[259] FALISCO
E tu, sta indietro!

[260] GARBUGLIO
Mo laghène fare, m[assier] Sgassandro!

[261] CASSANDRO
Io non voglio a modo alcuno. Ma fate così: dapoi che non volete rimetter le vostre querele in me, decide[te]le a qualche modo più piacevole.

[262] GARBUGLIO
Mo a que muo’?

[263] FALISCO
Giocatele alle carte.

[264] MARTIN
E’ no zueghi a carti, mi, e’ zueghi a dà’ d’i mostazzó!

[265] CASSANDRO
A correre, dunque!

[266] GARBUGLIO
Mo no gh’in vaga de manco!

[267] MARTIN
E’ no so’ caval da corer, mi.

[268] CASSANDRO
Vah, tu se’ cattivo da contentar!

[269] GARBUGLIO
A’ digo da picare, che ’l no vorave lassarse storzer el colo. Zuogónla a brazza.

[270] MARTIN
A que mued, a brazza?

[271] FALISCO
Alle braccia: chi va sotto perde le sue ragioni.

[272] MARTIN
Oh, cusì sì, a so ben contét, mi!

[273] GARBUGLIO
Moa, a fatti.

[274] CASSANDRO
Ma volete giocar così armati?

[275] GARBUGLIO
A’ zugherè agni via, mi.

[276] CASSANDRO
Su, dunque, valentomeni!

[277] GARBUGLIO
Orsù, vè via.

[278] MARTIN
Vè via anca ti.

[279] GARBUGLIO
Laga ch’a me pigia...

[280] MARTIN
Mo pia, s’ti vuo’, d’i pedocch! Chi te ten?

[281] GARBUGLIO
Ghe val a fà’ sgambaruola?

[282] MARTIN
E’ no fo gambarei, mi.

[283] GARBUGLIO
Mo regòrdate que te l’he ditto, mi.

[284] CASSANDRO
No, no, procedete pur realmente.

[285] GARBUGLIO
$4o$ Te ghe anerè, s’te crepissi!

[286] MARTIN
Crepa pur ti, che mi no ghe anderò.

[287] GARBUGLIO
Te ghe si’, an?

[288] MARTIN
Sì che so’, ma de sora de ti. Sta’ pur sott, che ti ha’ pers li to rasó!

[289] GARBUGLIO
L’è stò torta...

[290] MARTIN
Che torta? L’è schizada ind’i braghi, la torta! E’ digh che gieri de sott.

[291] GARBUGLIO
Mo domandóm.

[292] CASSANDRO
Oditemi: la cosa è andata pari. Tornate.

[293] MARTIN
No vui pì tornà, ch’ho guadagnat.

[294] GARBUGLIO
Ti menti per la gola! Dame la spa, Foletto.

[295] MARTIN
Dame anca [a] mi la mia.

[296] CASSANDRO
Prendilo, Spingarda!

[297] FALISCO
O Spingarda, tu sei gionto a tempo.


[298] Scena quintadecima: Spingarda, Cassandro, Martin, Garbuglio e Falisco
 
SPINGARDA
Che rumori sono questi, signor Cassandro?

[299] CASSANDRO
Partìmoli, che lo saprai.

[300] MARTIN
Lasséme fare, no m’ tegnì!

[301] CASSANDRO
Sta’ indietro!

[302] GARBUGLIO
Potta de la squa[r]ciaguera!

[303] FALISCO
Tenetelo!

[304] SPINGARDA
State queti, se ’l vi piace. Ditemi, caro signor Cassandro, che novità è questa?

[305] CASSANDRO
Ti dirò, Spingarda. Parmi che Garbuglio qui ha venduto un cavallo, già più giorni, a questo bergamasco, per cinquanta libre: e restando a dargliene sette, ha trovato il cavallo ch’era incastellato. Sopra questo s’erano armati di modo ch’avrebbono posto paura alla morte.
Io li avea adagiati e accordati che giocassero alle braccia le differenzie luoro, e così hanno abbracciato, e caduti ambidoi in terra, e non sono d’accordo, perché e l’uno e l’altro dice esser vincitore; onde di novo sono saltati alle arme. Questa è la differenza luoro, e volevo accordarla.

[306] GARBUGLIO
A’ no vuo’ pì accordo, a’ no vuo’ pì accordo, mo a’ me vuo’ amazzar co ello!

[307] SPINGARDA
E tu?

[308] MARTIN
Mi? Mi no me vogi amazà’ co el, ma e’ ’l vogi mazzà’ bé lu e salvarme mi!

[309] SPINGARDA
Tu hai ragione, e la sai dire. Ma che si farà, s[ignor] m[esser] Cassandro? Questa è una gran lite, e parmi che siano caldi nell’armi bestialmente.

[310] CASSANDRO
Gli è ’l vero. Ma vorrei pur veder di porli d’accordo.

[311] GARBUGLIO
Mo sì, cancar’è! A’ seón bel’accordò, s’el no me dà i me’ sett[e] tron!

[312] MARTIN
E a mi quarantatré lire.

[313] SPINGARDA
Eccola qui! El serà forza che li conduchiamo al podestà per dicider il caso.

[314] GARBUGLIO
A’ te ne incago a te e al poestò, ghe dia ’l bondì!

[315] SPINGARDA
Oh, tu bestemi in nostra presenzia!

[316] CASSANDRO
Eh, el non è nel calendario il podestà, ancor ch’el si scriva in letera rossa! Ora atendete a me.

[317] SPINGARDA
Dite, signor Cassandro.

[318] CASSANDRO
Per schivar li scandoli che potrebbono intervenir, m’ho pensato di rifar del mio al danno di Garbuglio e darli li suoi sete troni. Vuoi tu così?

[319] GARBUGLIO
Mo perqué, cìgoge, mi?

[320] CASSANDRO
E tu, Martino, tenirai il cavallo sì com’egli è; e io m’offerisco insegnarti una medicina, ch’el diverrà sano. Piaceti a questo modo?

[321] MARTIN
Messer sì.

[322] SPINGARDA
Oh, signor Cassandro, e chi vorrà negar che voi non siate gentilomo? Certo nisciuno.

[323] CASSANDRO
Ma a casa nostra non si fanno mai paci, accordi o mercati senza bere. Però sarà buono ch’entriamo in casa a far questa pace; e ivi potrassi star con più agio, e vi sarà forse alcuna reliquia della cena.

[324] GARBUGLIO
Mo cancar’è, che l’è miegio!

[325] CASSANDRO
Entriamo dunque.


[326] Scena sestadecima: Spingarda, Falisco e Cassandro
 
SPINGARDA
Odimi un poco, Falisco. Dimmi, non sarebbe buono veder de imbriacar uno di costoro, per aver un poco di solazzo?

[327] FALISCO
Sarebbe buono sì. Ma come si farà?

[328] SPINGARDA
Hai paura forse? Io ho qui in scarsella una polvere ch’ha più virtù che la bettonica, e a questo è a propositissimo.

[329] FALISCO
Ov’èlla?

[330] SPINGARDA
Eccola.

[331] FALISCO
Che diavolo fai tu d’essa, così in scarsella?

[332] SPINGARDA
Oh, non cercar più altro.

[333] FALISCO
A chi vogliamo noi caricarla? Al vilano?

[334] SPINGARDA
No, diavolo, no, perché è pericoloso, e potrebbe giocar de mani.

[335] FALISCO
Tu ricordi bene. Al bergamasco, dunque, ch’è soggetto più apropiato. Oh, quanto vol rider il padrone!

[336] CASSANDRO
Falisco!

[337] FALISCO
Signor, io vengo. Entriamo, Spingarda.


[338,1] Scena decimasettima: Lupo ruffiano solo
 
Le ventidue ore non ponno essere troppo di lontano, né ’l taglialegne molto discosto. S’io ti giungo e non te fo stellar un de quei zocchi, poss’io esser stellato da’ villani! Cinquanta scudi saranno un saporito boccone; ecco che sarà pur venuto il tempo che mi muterò di tappo e di bastian e di tire, ché queste omai sono aventurade.

[338,2] Ma chi è ch’esce di casa? Vo’ nascondermi, ch’intenderò forse qualche cosa di novo...


[339,1] Scena decimaottava: Stella sola
 
Mai, mai questa vecchia sta in casa! E’ mi conviene star tutto il giomo sola com’una eremita, di modo che spesso la vita mi viene a fastidio. O Dio, quando dicono alcuni poi che d’un legno cattivo non esce buona stella, né di tristo albero se non tristo frutto! Io credo ch’ormai, care le mie donne, voi debbiate saper chi sia donna Agata mia madre. È ora tal qual ella fu nella sua gioventù, di punto, di modo ch’io non credo che sia cosa alcuna così illicita, che la sua conscienzia licitissima non gliela facesse. E pur io son nata d’essa, benché io sia di natura al tutto contraria alla sua; e tanto piacemi la onestà, quanto la disonestà [a]d essa.

[339,2] Non credete voi, madonne, che l’ozio il più delle volte apporti cattivi pensieri? Sì ben sì! Onde poi li pensieri cattivi partoriscono effetti peggiori; e benché la soletudine me li dimostri, io non me inchino punto, anzi resesto ad essi non altramente che suol far la palma alla gravezza de’ pesi. Io son venuta fora a sfogarmi così con voi e ricrearmi nelle vostre bellezze, che Dio ve le conservi; e insieme quelli che felicemente le godono, che ben possono chiamarsi felici, essendo possessori non di donne, ma d’angeli.


[340] Scena decimanona: Lupo e Stella
 
LUPO
Che diavolo ragioni così da te? Sei tu spiritata?

[341] STELLA
Ohimè, voi m’avete ispaurita.

[342] LUPO
Ragionavi con qualche tuo favorito, forse?

[343] STELLA
Favorito non ho io già, né anco lo vorrei aver.

[344] LUPO
Perché?

[345] STELLA
Perché non fanno per me.

[346] LUPO
Stella, Stella, tu faresti meglio a prender e li consegli e le venture, quando elle vengono. Io t’ho raccordato tante fiate quel forestiero, che ti farà una signora, volendo esserli amica; ma tu ancora sei a darmi risposta. Io te ricordo che ’l tempo vola, le bellezze mancano e li partiti rifutati non tornano.

[347] STELLA
Orsù, andate, andate, che mi fastidite e assordite con queste vostre cianze.

[348] LUPO
Cianze, di’ tu?

[349] STELLA
Cianze, di punto.

[350] LUPO
Basta, ho fatto il debbito mio, fa’ tu il tuo.

[351] STELLA
Mai più diceste meglio.

[352] LUPO
Dimmi, che risposta mi dai?

[353] STELLA
Quella ch’io vi diedi la prima fiata che me ne ragionaste. E vi prego, se bramate farmi apiacere, che mai più non mi parlate di cotai cose. E dirovi più, che prima lucerà la notte il sole che se contamini la mia onestà. E con questo vi lascio.

[354,1] LUPO
Va’ pur là, che tu te ne pentirai.

[354,2] O diavolo! S’io potesse esser mezano a questa mercatanzia fra costei e quel forestieri, io beccherei di buono; ma io non posso volgerla a modo alcuno. Pur non mancherò di tentarla, ché spesso quello che non si fa per volontà o per amore fassi poi per fastidio. Orsù, io voglio ire fin qui in bettola; ad ogni modo ella è qui vicina, che venendo l’uomo da bene vestito da taglialegne io l’odirò.


[355] Scena ventesima: Barbarina, Agata e Anetta
 
BARBARINA
E ringraziatelo della sua matinata per infinite volte.

[356] AGATA
Lassé pur far a mi.

[357] BARBARINA
E diteli ch’ogni fiata ch’el si asciuga il volto e le mani con questi fazuoli, ch’el se raccordi della sua affezionatissima Barbarina; e che io l’amo a par della vita mia, e solo desidero di ragionar seco.

[358] AGATA
Ghe dirò pì de quel che me dixé, voléu altro? Che per tanto amor che ve porto me impenso fina de notte, quando dormo, del fatto vostro, e sì vago smaniando per el letto se podesse trovar qualche muodo o via de contentarve.

[359] BARBARINA
Odite, donna Agata, portate due sacchette, come tornate, ch’io vi darò de’ legumi; e anche se aveste un bariletto, io lo farò empier di vino.

[360] AGATA
Oh, gran marcè alla vostra larghezza! I sarà buoni per sta quaresema. E no me agrieva d’altro, si nòme che ve sarò po tanto obligà, che Dio ’l sa se viverò tanto che possa meritarve.

[361] BARBARINA
Andate alla buon’ora, e tornate tosto a rivedermi.

[362] AGATA
Col nome de l’anzolo...
O vecchia matta, o vecchia matta! Varda s’ti xé matta a creder che un zovene tanto bello, polìo, zentil, ricco e cortese se pensa del fatto to! Made in bona fe’, sì, el no averave altro da far! E per questo chi ha depento Amor orbo no ha fallao. E’ vago fazzando cusì i passi pìzoli, a posta fatta per veder quel che me vuol dir Anetta. Ah, ah! Porterò presenti a m[esser] Cassandro da do bande: per madonna Anzelica sti fazoletti, e per madonna Barbarina sti fazuoli.

[363] ANETTA
O madonna vecchia, madonna vecchia, vedete, prendete dui tovaglini e una camiscia. Sapete, v’ho mo ubidita...

[364] AGATA
Sì, fia mia dolce.

[365] ANETTA
Andate in pace.


[366,1] Scena ventesimaprima: Agata e Stella
 
AGATA
Sta in bon ora.

[366,2] Tanto ho vadagnao, al fin i sarà mie. Vogio andar a casa de bon passo, ché ’l tagialegne no puol star troppo a vegnir. E sì metterò zoso anche ste cose che m’ha dao Anetta, e porò po andar fina un poco da messer Cassandro.

[366,3] Tic, toc, tac. Averzi, Stella.

[367] STELLA
Madonna.

[368] AGATA
Averzi, fia mia, averzi. Che v’hogio dito, mi? Col so offizio in man... la fa vita propio de una munegheta. La no saverave tir pur: “Mal te vegna!”.

[369] STELLA
Voi sète qui, e molto carica.

[370] AGATA
Che vustu, cara fia? Chi va si lecca, e chi sta si secca. Tuo’, va’ luoga sti tovagioli e sta camisa.

[371] STELLA
Parmi ch’avete una massarizia!

[372] AGATA
Eh, questi no xé nostri, no! Quel’omo da ben no xé vegnùo?

[373] STELLA
Madonna no, è a bon’ora. Entriamo in casa.


[374] Scena ventesimaseconda: Acario da taglialegne, Lupo e Stella
 
ACARIO
Tagiolin, tagiolin, tagiaoslignos! Tagia, tagia! Longhi, curdi, gronsi, mezani, sodili, zuveni, venchi, de tude ’l sordi... Tagia, tagia, tagiolegneee!...

[375] STELLA
O taglialegne!

[376] ACARIO
Chi chiama ca?

[377] STELLA
Venite alla prima porta.

[378] ACARIO
S[t]a’ cu Dio! O porta mio vendurao, felizao, che fa mi ben indrao! Vungio parechiari la caìna de l’oro, e prima botta metter e butarghello in collo alla mia Stella matatina.

[379] STELLA
Sète qui?

[380] ACARIO
Mandona sì, mi xé ca a vostro cumando. Spunza mio cara, nà, pia cheste presendi chié te duna vostro spunzo, perché mi visto su la mà.

[381] STELLA
Gran mercè alla cortesia vostra! Entriamo in casa.

[382] LUPO
Che cosa fai qui tu?

[383] STELLA
Ohimè! M’avete fatto tremar di paura.

[384] LUPO
Che fai qui? Che non rispondi?

[385] STELLA
Egli è un taglialegne, ché mia madre m’ha commesso ch’io faccia spezar questi zocchi.

[386] LUPO
Ah, tu sei il taglialegne? Or prendi questa capa, tu, e va’ di sopra. In bona fe’, ch’io ti farò star nella tua camera, o ch’io ti spezarò le braccia, o ancor non è sera!
Ben, che di’ tu, fratello? Sono tre zocchi, che vòi ch’io te dia a spezarli?

[387] ACARIO
Al san vagnel, no vungio spazzar vostro zucchi! Vu xé troppo culàrico, no porrò mai cundentarte.

[388] LUPO
Che colerico? Poltrone, gaglioffo, che sì ch’io ti spezzerò un legno su le braccia! Va’ là, cavali fora.

[389] ACARIO
No vungio cavar fora, ch’io non pusso. Vusto chié te lavura per furza?

[390] LUPO
Sì ch’io voglio, asinazzo! Non sei venuto qui per lavorare?

[391] ACARIO
Sì, per lavurari, ma...

[392] LUPO
Ma che?

[393] ACARIO
Mi xé pendìo che xé vegnùo ca.

[394] LUPO
Pentito, an? Cava quel zocco! El par che non ti possi mover. Fa’ così. Oh, mira bene! Che vòi tu ch’io ti dia de l’uno?

[395] ACARIO
De luna?

[396] LUPO
De l’uno, sì! El par che tu sii novo in questo mestiero.

[397] ACARIO
Cusì no fusse, in mio malura!

[398] LUPO
Dimmi, che pòi tu guadagnar al giomo, sotto sopra?

[399] ACARIO
Sutto sura, messer? No so chié diavulo vadagna. So bé chié angùo mi averò perso tando che catro tangialegni no vadagnerà per catro mensi.

[400] LUPO
Perduto, di’ tu?

[401] ACARIO
Cusì avesse mi gadagnao!

[402] LUPO
Come, perduto? Orsù, finiscila! Comincia con la manara, ch’io ti veggia come ti accommodi. Tu m’hai ciera che tagliareste volontieri altro che legne.

[403] ACARIO
Caro miserin belo, varda da truvari calche aldro, perchié andeso no pusso, chié xé ura del fivre, chiella che viè cul tremarola. Varda chi, xé zunda: ba, ba, ba, ba, ba...

[404] LUPO
Oh, tu m’hai ciera del venerabil asino! Va’ col tuo diavolo!

[405] ACARIO
Perchié me dastu del cul col pio?

[406] LUPO
Per il mal che Dio te dia, poltrone!

[407] ACARIO
Vu avé rasó, gra marcè!
Ah, poldró, cà mastì, lassa pur, chié vungio adar chiamar Spigarda chié mel ’ida, chié te vongio vegnir ’mazari fina i letto!


[408,1] Scena ventesimaterza: Lapo solo
 
Sì, sì, va’ pur là, che te sei abbattuto in buone mani! Egli se n’è andato leggiero de la catena, ma carco poi de piedi nel culo, talché la gionta del male è stato il malanno. Ma el mi dispiace che Spingarda vuol la parte sua, ch’io non potrò far tanto, e veste e giupponi. Ma el si vol osservar la fede a tutti, per quel che die’ venire; ché per il resto, promesse a sua posta.

[408,2] Io mi muoio delle risa, ora ch’io mi raccordo: e stava in gran pensiero, quando io li minacciava di bastonarlo s’el non spezzava quei zocchi! Cosa possibil a lui come il saltar in un salto sopra quei tetti.

[408,3] Orsù, voglio andar fin in Palazzo per un servigio importante; ma bisogna tornar tosto, per esser alla division della cattena, ché Spingarda, subbito ch’el sa che siano finite le profezie, non tarderà a venire.

[408,4] Stella, dammi la mia cappa.

[409] STELLA
Eccola.


[410] Scena ventesimaquarta: Cassandro, Martino imbriaco, Garbuglio, Spingarda e Falisco
 
CASSANDRO
Conducetelo fora com’il toro.

[411] MARTIN
No tiré, che ve vegna el cancher! Onde diavol me menéu? Vu dizì che andóm ind’un bel ort pié de cogumer e de meló... El me par pié de ravani e salata, misianzi, a lus de candeloti.

[412] GARBUGLIO
Candeluoti, an? Sta’ fremo!

[413] CASSANDRO
Ah, ah, ah! Ah, ah, ah!

[414] MARTIN
Tira in là l’asen, che ’l no me tira dei calz ind’ol cervel...

[415] GARBUGLIO
Moa, moa, te ’l he’ pigiò, te!

[416] CASSANDRO
Ah, ah! Questa deve esser stata opera tua, Falisco, eh? Orsù, stiamo un poco a veder.

[417] MARTIN
O fradel, avì vist ol gastald del me’ paró, che se menava ol ca... ol car inaz i buò?

[418] GARBUGLIO
Mo cancher’è, che te l’he’ mandò ina[n]z’i buo’!

[419] MARTIN
Fé largo, fé largo, e no m’ toché, che ve vegna ol cancher! Chi sivu, el potta da Modena, che no s’ vul muer? No vedì che gran cargo ch’a’ gh’ho adòs, che pesa?

[420] CASSANDRO
Sì, sì, e de che sorte!

[421] SPINGARDA
O fratello, o fratello!

[422] MARTIN
Chi è quel che ch[i]ama, là? Olà, che dit, che i è undes?

[423] SPINGARDA
Sì, con il gallo.

[424] MARTIN
Se l’ha cantad ol gal, l’è meza nottg al far del dì. Sì, sì, l’è dì... Aldì i campani de San Lorenz, che no tase mai, che Torana i tira: don, din don, din don, dilindon... Cancher! I ha el battocch gross, che i sona fort... Ov’est, toso? Vien zà.

[425] CASSANDRO
A proposito!

[426] MARTIN
Cantóm un po’: la sol fa... su; fa mi re re... mur. Don don don, fa mi re... mur. Don don, fa mi re... mur. Don don...

[427] GARBUGLIO
Guarda che no te spale. E lieva su!

[428] SPINGARDA
Tu ne darai più de dieci, che non le sentirai afatto.

[429] MARTIN
Diavole, ch’ho fattg dolcement colazió... Mo que diavol de giaza è questa? No s’ puol stà’ in pè, tant è slisega. Orsù, e’ vog andà’ segur, mi.

[430] GARBUGLIO
Que vogión fare?

[431] MARTIN
El buel... rut, uch, uoch...

[432] GARBUGLIO
A’ gh’arò ventura, mi, sta botta, ch’al me farà porciegi senza scrova.

[433] FALISCO
Ecco quanto poco vino, con un poco di “ochus con mochus” (disse maestro Bernardo) ha confetato costui.

[434] MARTIN
Rut... och, ouch... che soffugazz!

[435] SPINGARDA
Oh, oh! Il gioco comincia a esser spiacevol, [a] toccar di porco.

[436] CASSANDRO
Così par a me. Che dovemo fare? Lasciarlo qui in strada è male.

[437] SPINGARDA
Ooh, signor sì.

[438] GARBUGLIO
Fagón co’ ve dirò mi: portènlo a l’ospeale.

[439] CASSANDRO
S’el fusse pazzo l’accetterebbeno, ma essendo ebro non so.

[440] GARBUGLIO
Laghè far a mi. Àgiamelo in spalla, Favischio.

[441] FALISCO
Questo non farò io già, ché non voglio puzzar tutt’oggi di vino.

[442] GARBUGLIO
Pooh, t’he’ ben paura! El par ch’el sipia amorbò...

[443] SPINGARDA
È peggio ch amorbato.

[444] FALISCO
Aspettami, ch’io li farò provisione.

[445] GARBUGLIO
Mo a comuo’?

[446] FALISCO
Tu lo vedrai.

[447] MARTIN
Aldi, aldi, traghe tri ponti int’una botta: do co le mà e un col ca... calcagn, a sto mued, in la po... in la porta de l’ort, e intra deter.

[448] GARBUGLIO
Cancher! Che t’è’ intrò in orto, e an te si’ montò su la via.

[449] MARTIN
Ooh! El ciel è da bas, che i stelli lus per terra. Oh, varda, varda quanti ca... capó ch’ho chì, e tanto grassi e gross, ch’i no s’ pol mover, che i sta a vardà’ el Bucintor! O capó, chi diavol v’ha portà là? Aspettém, che ve vogi meterve ind’ol lavez! Rut, rut...

[450] CASSANDRO
Garbuglio, eccoti li tuoi sette troni, com’io ti promisi. Sei sodisfatto?

[451] GARBUGLIO
Massier sì, a’ di’ el ver.

[452] MARTIN
Ooh, mo varda el nos cont Normandì, col lavùt in tasca e i spiró in mà! Ben andaos, signoros de Casteglias! Vultis me vobiscum descargare vesicam? Disì o sì o no. Se no volì, laghé stà’.

[453] GARBUGLIO
Guarda s’te viìsi una simia, e pìgiala.

[454] MARTIN
Ch’a’ m’insoni? Sì ch’a’ m’insoni, ch’ho pres un grancipor co i ongi cusì... rut, rut...

[455] FALISCO
Eccomi qui.

[456] GARBUGLIO
O’ [he]to cattò sta cariola? La puzza da loame! Que vutu, ch’a’ ghe ’l metta entro?

[457] FALISCO
Così voglio.

[458] SPINGARDA
Che dite, signor Cassandro, non è stato accorto Falisco?

[459] CASSANDRO
Accortissimo.

[460] MARTIN
Che volì fà’, an? Volì andà’ in caretta? A’ gh’ vogi vegnì’ anca mi. Ariva, ariva, te dighi, poltró, ariva bé, che no vaghi in canal! Rut, ouch...

[461] GARBUGLIO
Àgiame, diavolo!

[462] FALISCO
No vedi com’io mi consumo di vino?

[463] SPINGARDA
Ooh, così sì! Odi, raccommandalo a Muschio.

[464] GARBUGLIO
Sì, sì, laghè far a mi. A’ ve servirè vontiera.

[465] FIORETTO
Io credo che sia morto. Guarda ch’el non si move.

[466] GARBUGLIO
Mo magari, ch’a’ ’l portarae al teragio, on se porta le biestie morte!

[467] SPINGARDA
Beato lui, s’el fusse morto così imbriaco, perché el no avrebbe veduto il diavolo. Ma ’l dorme: non senti tu com’il russa?

[468] GARBUGLIO
Moia, a vago, mi.


[469] Scena ventesimaquinta. messer Cassandro e Spingarda
 
CASSANDRO
Che ti è parso, Spingarda, di questo intertenimento?

[470] SPINGARDA
Benissimo, signor Cassandro, e perciò è bello il mondo; e gli accostumati non si conoscerebbono, se non fussero li scostumati e dissoluti.

[471] CASSANDRO
E così li buoni sono il paragone delli tristi.

[472] SPINGARDA
Così è propio.

[473] CASSANDRO
Se voleti, o Spingarda, usar una cortesia di venir a far collazione meco, io te ne avrei obligo perpetuo.

[474] SPINGARDA
Eh, non dite cotai parole, il mio signor Cassandro, che io sono schiavo delli vostri schiavi. Ma io non posso far ciò che voi mi dite, per esser un poco occupato in un maneggio; e dubbito aver tardato troppo.

[475] CASSANDRO
Io non voglio sforzarti con parole a far ciò che non puoi. Ben ti raccordo questa casa esser la tua, sanza addulazione.

[476] SPINGARDA
Io l’accetto, e ne fo un dono a vostra S[ignoria] con me insieme.

[477] CASSANDRO
Va’ dunque al tuo viaggio. Falisco, sei tu in casa?


ATTO TERZO


[1] Scena prima: messer Acario e Spingarda
 
ACARIO
Tin imera-mu cach[ì], o chié cattivo zurno chié stao chesto per mi, Spigarda.

[2] SPINGARDA
Perché?

[3] ACARIO
Perchié, an? Perchié mi avé perso el caìna, mi avé ’buo pugni, pie del culo, mi vilagnìa, mi tagià ligne e penzo. Che ghe vegna la cartana, a chel Luvo cu la biribandulla, eccattò trianda volès tìn imera, cendo e trenda voldi per zurno! Ademo, chié vungio ’mazzari.

[4] SPINGARDA
Come lo volete amazzar, senz’armi?

[5] ACARIO
Cul sassi.

[6] SPINGARDA
Non fate, diavolo! Ma vi dirò ben il vero, ch’io non posso credere che vi abbia batuto como dite.

[7] ACARIO
Chiròtera, penzo chié no ten digo. Varda chié bestia! Vuleva stragnoto-mu, per forzo, a mio despetto, chié tagiasse uno de chelli zucchi, e far como ’l curezola, purdar dendro e fora; chié pezava tando, chié catro omegni no puleva moveri. No ten digo de l’“aseno, puldronazzo” chié men dito.

[8] SPINGARDA
Eh, quello era il minor male! Peggio era quel lavorar de piedi atorno il culo.

[9] ACARIO
E per culo, e per schina, e per panza, e per gambi, e per tudo cando el mio persuna.

[10] SPINGARDA
E com’andò della cattena?

[11] ACARIO
La caìna? Glìgora, presto, debotto, mi la dao; crendo chié sarà persa.

[12] SPINGARDA
El non importa, no. Non l’avete data a vostra moglie?

[13] ACARIO
Alìthià ’ne, zé bé vero. Mo mi avé baura chié chesto Luvo no ghe magna, perchié l’ha vista.

[14] SPINGARDA
Che volete mo fare, caro padrone? Si perdono anco delle città, s’affondano delle navi, s’abbruggiano delle case, né per ciò l’uomo dee desperarsi.

[15] ACARIO
No curo tando de chiesto, mo me dol perchié ha manazzao de batter ella.

[16] SPINGARDA
È possibile? Sarà meglio ch’io vadi fin là, dunque.

[17] ACARIO
Sì, caro Spigarda, va’, mo fa’ chié mi te zé recumadao.

[18] SPINGARDA
Come? Non vi pigliate fastidio, che la Stella è vostra, non mi conoscete?, s’io dovesse farmi bandir. Ma lasciate pur far a chi sa. Meglio sarà ch’io vadi. Ove sarete voi?

[19] ACARIO
Stò spiti, sul casa, chié vungio poco repusari, perchié mi xé stracao.

[20] SPINGARDA
Orsù, andate.

[21] ACARIO
Ah, Spigarda, vustu adari senza beveri, e ruvinarmi la fado mio?

[22] SPINGARDA
Voi dite bene, per Dio. Vi dirò ch’in questa colera io me l’avea scordato.

[23] ACARIO
Stan ben, te scurdao perchié no te tuca. Mo mi poberito no me scurdao, perchié me tuca.

[24] SPINGARDA
Or andate innanzi, ch’io verrò a casa con voi.

[25] ACARIO
Se no fusse per vergugna, turave la chinta volda l’a[ca] de chel legno ’zenduro per chieste storti del braci chié me fado la spiriti, e anghe per chelli pugni e pie del culo de chel cà de Luvo tradituro, chié angora me dol la mia vida.

[26] SPINGARDA
Ooh, se voi foste con la vostra Stella, non vi dorreste, poi...

[27] ACARIO
Alìthià ’ne, xé vero, chié tando zé la mio vungia de piar in branzo chel mio Stella, e basar chiella bucca, e tucar chelli tettamelo belli, chié no sendo dogia...

[28] SPINGARDA
Adagio, padrone, credo che andati in estasi! Vi par ora esser a’ fatti, voi sète nel latte e nel mèle, mentre raggionate d’essa.

[29] ACARIO
Oh, diavule! Ti me rutto la bello, morphìtero pianzeri. E’ giera andà sun l’àstazi, cando, cando, presso so bucco per basari... vustu aldro?

[30] SPINGARDA
Io me ne accorsi al volger degli occhi che voi facevate. Ma entrate in casa.

[31] ACARIO
Àcusse, aldi poco, ame stìn caneva, va’ su[l] canava e bevi brima, e bo va’ da chel ’mingo e varda zò chié zé fando e se besogna gnendi. Butta vostro zervelle in menzo e cunza la cosa, e portame glìgora, presto, respusta.

[32] SPINGARDA
Lo farò.

[33] ACARIO
Pissa cu ella calche mundo, calche via seguro de adar truvari; e di’ chié mi zé morto per ella, del tando martello chié me badi li ossi, la schina e tudo cando...

[34] SPINGARDA
Sarà fatto il tuto. Entriamo pure; voi andarete di sopra, e io in cantina.


[35,1] Scena seconda: Stella sola
 
Volete altro, le mie gentilissime madonne? ch’io sono innamorata delle presenzie vostre, vedendovi così belle, così modeste, accostumate e ornate. Così durassero eterne le bellezze e la giovanezza vostra, acciò che ’l mondo eternamente fusse ornato e onorato da voi! Ma quello che non può ottenersi non si deve desiderare.

[35,2] Io poco fa era uscita di casa, quando Lupo mio padregno m’interrupe, ché volevo dirvi, se voi vi diletate di queste camisciole, maneghetti e camiscie, io vi saprò servir a tute le vostre voglie, perch’io ho tutti li punti famigliarissimi: il tagliato, il furlano, il punto rizzo, il punto in stuora sopra la rete, moreschi, rilievi, e de quanti mai fece donna con ago; oltre ch’io dissegno di mia mano lavori groteschi, arabeschi, azèmini, a concorenza de qual pittore si voglia. De quelle nostre conciature di capo e rizzi, fate conto ch’io abbia insegnato alle maestre: cartolini, ori tirati, ricami, rami dorati, carte dorate, e di qual sorte è in uso oggi. Le fogge de’ cassi vengono poi da me, e saprovi dire, subbito ch’io vi guardo, chi compare con li cassi lunghi e chi con gli incantonati, e a quale riesce il bianco, a chi ’l turchino e a chi l’incamato, e dove si richiedono le perle, ove cattene e li pendenti. Conosco gli atti e li gesti che vi fanno parer più graziate nel parlare, nel rider e nel caminar, e per finir in un fiato, io mi vanto di conoscer e saper ciò che bisogna ad omar una donna.

[35,3] Ma sento aprir la porta di quel scempio di m[esser] Acario... Vo’ tornar in casa, che s’el mi vede, egli entrerà nelle sue sciocchezze.


[36,1] Scena terza: Spingarda solo, di cantina
 
Io vorrei che ’l venere amazzasse il sabbato, acciò che l’uno morisse e l’altro andasse in bando; e a questo modo tutti li giorni della settimana sarebbero d’una istessa lega. Oggi, per esser sabbato, ho perduto una bella ventura: ch’essendo in cantina, alzai gli occhi e vidi una salsizza di questa fatta, la qual rendea un odore miracoloso, e per questo rispetto me l’ho lasciata fuggir dalle mani; dimane poi Dio sa ciò che sarà d’ella... Ma ho fatto le mie vendette con una botte, ch’ho bevuto quasi d’avantaggio. Oh che vino! Suscitarebbe un morto. Mentre che beendo l’omo vuol considerar il dolce e il moscatello che vi sente dentro, li spiriti vanno a spasso e l’uomo in estasi. Io ho tracannato, ti so dir, senza discrezione, tanto ch’io credo avermi cotto le budella nel vino. Oh che sonnifero, per chi avesse smarito il sonno!

[36,2] Ora io parlerei volentieri con alcuno che di fuori via avesse veduto il scempio mio padrone atorno quel zocco a travagliarsi; in ogni modo non deve esser stato brutto spettacolo. Orsù, voglio andar a trovar Agata per partir il bottino, e poi mi voglio imaginar qualche novo modo da uccellar questo animalazzo.

[36,3] Tic, toc. Aprite, olà, oh! Ma che diavolo vol dir la finestra chiusa? Sarebbe bello che la vecchia, beccata la cattena, avesse levato il campo. Per Dio, che non si sente alcuno... Che sì, che sì che la vecchia avrà fatto casa da fittar: che mi bisogna cercar certezza? A me, an, a me, an? Duolmi ch’io non mi potrò vendicar seco, e avrò perduto il piacer e l’utile insieme. O ribalda! Ella mi giurò ben, poco fa, da vera ruffiana... Seme maledetto di Caim, possela andar dove le se[r]pi fan nido!


[37] Scena quarta: Agata e Spingarda
 
AGATA
Ah, omo da ben, o’ se va cusì in pressa? Te se porave dar ad intender che un aseno svola.

[38] SPINGARDA
Tu sei la mala robba!

[39] AGATA
Ah, ah! Te ho dao martello, an? Védestu che anche de le bolpe se pigia?

[40] SPINGARDA
Tu di’ il vero, che mai fu un tristo, che cercando non si trovasse un peggiore. Ma credo ch’a cercar una peggior di te bisognerebbe cercar la tristizia istessa. Ma vieni, apri, se vòi.

[41] AGATA
A la fe’, che ti ha parlao ben: se vogio. M’orsù, aspetta.

[42] SPINGARDA
Per Dio, ch’ella m’ha ingannato! Io credea ch’ella avesse fatto la rasa doppia, e desideravo esser morto per veder chi mi piangesse... Ma ella non è restata per sua bontà, no, ma sì ben per la speranza del resto. Non è così, Agata?

[43] AGATA
De che cosa rasónestu?

[44] SPINGARDA
Entriamo, che lo saprai.


[45] Scena quinta: Angelica e Anetta
 
ANGELICA
Anetta, Anetta, mentre che la vecchia è occupata in quelle sue acque e lambichi, odimi un poco qui di fuora.

[46] ANETTA
Perché di fora, madonna?

[47] ANGELICA
Perché, ora che gli vecchi mi concedono questo poco di tempo, voglio uscir di pregione e aprir gli occhi. Ad ogni modo in questa strada remota non passa alcuno, da quest’ore.

[48] ANETTA
Voi avete pur ragione, e mi meraviglio di queste guardie così strette: di che hanno da dubbitar?

[49] ANGELICA
Ma ora è un piacer, che mi lasciano pur un poco libera, e me ne maraviglio; e veramente sono talora stata a rischio d’invidiar el mio fratello Medoro, che nacque meco ad un parto, e poi di due anni, in un attimo trasformato, si morì.

[50] ANETTA
Eh, cara padrona, sopportate, che tutto si fa per vostro bene.

[51] ANGELICA
Dimmi, facesti la mia imbasciata alla vecchia?

[52] ANETTA
Non ve l’ha ella detto?

[53] ANGELICA
Sì, ma ti dirò, tanto sono dolci li ragionamenti nelli quali si mescolano m[esser] Cassandro, ch’io vorrei sentirli replicar a tutte l’ore.

[54] ANETTA
Ma che direte de vostra madre, che n’è impacita?

[55] ANGELICA
Che ne par a te? Non studia in altro se non lambicar acque da viso, bionde da capelli, fogge di colari, di modo che ’l più delle volte la m’assimiglia a una bertuccia vestita per gioco da’ putti.

[56] ANETTA
Oh, grideranno poi, e vorranno por in croce una povera giovane, perch’ella amerà un giovine suo pari! Oh, io vorrei aver libertà per una settimana sopra queste vecchie riffatte, che vogliono parer giovani al dispetto degli anni, e mescolandosi con le giovani vogliono esser a tutti li spettacoli, feste, giostre e comedie, vestite e imbottite de feltri, di bombagio, di cartoni e di lame di ferro per dar forma a quell’ossa coperte di una pelle più dura che non era quella di che li Gicanti si faceano le corazze. Oh, s’io avesse libertà, che farei!

[57] ANGELICA
Vòi tu altro? Ch’io stava incantata ad udire questa pregantègola, e attendea ove voresti arrivare. Ma alla conchiusione, essendo tu signora sopra esse, che sarebbe?

[58] ANETTA
Sarebbe ch’io le spogliarei ignude, acciò che si vedesse la nottomia, e le darei nelle mani a’ putti, pagando chi meglio le frustasse per tutti li giorni della settimana.

[59] ANGELICA
Tu faresti una bella festa.

[60] ANETTA
Ma lasciamo andar queste baie. Che vi promette Agata?

[61] ANGELICA
Cose assai, e in ultimo che messer Cassandro sarà mio marito.

[62] ANETTA
Oh, oh, questo mi piace!

[63] ANGELICA
Eh, Dio volesse ch’un giomo potesse abracciarlo a mio senno! Dimmi, o Anetta, non è egli bello? non è egli gentile? non è egli accostumato, tutto grazia e tutto divinità?

[64] ANETTA
Più che non dite.

[65] ANGELICA
Non mi potrò io tenir felice, avendo per marito, se Dio me lo concederà, un tal uomo? Non mi meraviglio già se le donne antiche si sono uccise col ferro, col foco, con li serpi e altre varie sorti di morti, se li loro amanti erano, io non dirò tali como è ’l mio Cassandro, ma quasi tali. Qual strazio non mi sarebbe seco contentezza? O Amore, quant’ho da ringraziarti d’avermi accesa, io non dirò d’uomo, ma d’angelo, e ch’egli concorra ne l’amor meco!

[66] ANETTA
Madonna Angelica, ho udito la vecchia, entrate tosto!

[67] ANGELICA
Uh, trista me!


[68] Scena sesta: Agata e Spingarda
 
AGATA
Vustu altro, Spingarda? Che ti te chiamerà’ ogni dì pì contento de aver tolta per mogier mia fia Stella.

[69] SPINGARDA
Dio lo voglia.

[70] AGATA
E s[ì] ti averà’ ben una zentil fia, e da ben, e vertudiosa.

[71] SPINGARDA
Faccia mo Dio: l’è fatta.

[72] AGATA
Mo che dirà Anetta?

[73] SPINGARDA
A sua posta!

[74] AGATA
Mo dimme, caro fio, per che cosa vustu far sta berta a to messer? Che utilitae ghe ne caverastu?

[75] SPINGARDA
Oh, stiam freschi! Come tu non gli vedi utile, non ti curi. L’utile sarà il solazzo ch’io mi cavarò del fatto suo, e tu ancora, se gli vorrai essere.

[76] AGATA
E’ non m’incuro de solazzi de sta sorte. Fa’ pur ti solo, la mia casa no te mancherà; fa’ pur alto e basso co’ te piaxe, benché ti m’ha’ fatto cattiva parte della caena.

[77] SPINGARDA
Oh, s’io te l’avesse lasciata intiera intiera, trovaresti anco da lamentarti.

[78] AGATA
Orsuso, me contento de quel che ti vuol. Mo dime, no te basta l’anemo che pellemo ancora sto to messier griego?

[79] SPINGARDA
Pooh, benissimo! Che ne dubbiti, forse?

[80] AGATA
Che sogio mi? Vien deboto tempo da confessarse, aveva paura che ti no te avesse pentìo.

[81] SPINGARDA
Pentito, an? Gioca pur secreto, acciò ch’il padron non se ne aveda, e lascia poi operar a Spingarda.

[82] AGATA
Con mille bone venture! E, co’ t’ho ditto, la casa xé toa.

[83] SPINGARDA
Ma dimmi, ove potrei trovar Lupo?

[84] AGATA
Lovo, an? Si ti no ’l trovi a l’ostaria del Cavaletto, che xé el so riduto, no ti so dir altro. Mo che vustu da lu?

[85] SPINGARDA
Ch’el m’aiutasse in una certa mia burla.

[86] AGATA
Credo certo che ti el troverà’ onde t’ho ditto. Orsù, sta’ con Dio.

[87,1] SPINGARDA
Va’ in pace.

[87,2] Tanto ha saputo costei cicalarmi nella testa, che, stimulato dalle sue frappe, ho preso per moglie sua figliuola Stella, della quale n’è così impazzito il mio padrone: e ho fatto come fanno li buoni servidori, ch’io gliel’ho caricata. Ma, come il sapprà, son certo ch’el fornirà d’impazzire; e spero anco, col mezo delle mie truffe, de far sì ch’el mi pagherà la dote... e che ciò sia ’l vero, eccovi la caparra.

[87,3] Ma voglio andar a trovar Lupo, per porre ad ordine una truffa bellissima, e poi vorrò far un assalto con Anetta; innanzi ch’io sposi Stella, tutto sarà avanzato. Ma acciò che alcun di casa non se n’aveda, entrarò poi per l’uscio della stalla.


[88] Scena settima: Agata e Stella alla porta
 
AGATA
Stella, vien a sera la porta, fia. Ti no me aldi?

[89] STELLA
Madonna, che vi piace?

[90] AGATA
Vien a sera la porta, fia.

[91] STELLA
Ove andate voi ora?

[92] AGATA
Infina da to madonna santola per un servisio, e ghe vogio dir che t’ho fatta novizza in Spingarda, perché la ne promesse, co’ te feva novizza, da donarte un per de belle camise lavorae.

[93] STELLA
Ma tornate tosto, di grazia, che bisogna che m’acconciate quella alceta prima che si faccia più sera.

[94,1] AGATA
Sarò qua adesso adesso.

[94,2] El besognarave cercar sempre mai de far secrete le so cose, savéu, fie?, e massime quelle che xé pericolose, co’ ho fato mi. E’ ghe ho dà da intender a mia fia Stella che vago da so santola, e sì vogio andar da m[esser] Cassandro a portarghe i presenti de madonna Barbarina e de madonnaAnzelica, e sì ghe farò la imbassà de una e de l’altra.

[94,3] Mo vardé come son zonta a ora: véllo là a punto che l’inse de casa. Oh che caro zovene! E’ no vogio desturbarlo, perché certo el di’esser insìo con la fantasia de far qualche cosa. Vogio ascoltarlo qua da una banda.


[95] Scena ottava: messer Cassandro e Falisco
 
CASSANDRO
Dunque tu mi reputi felice, o Falisco, essendo amato da madonna Angelica?

[96] FALISCO
Più che la felicità istessa.

[97] CASSANDRO
E più sarei, s’io fosse el possessor d’essa. Tu non rispondi, eh?

[98] FALISCO
Io non so risponder a questa parte, che non son atto a capire tanta considerazione .

[99] CASSANDRO
Hai forse veduto la più bella, a’ tuoi giorni?

[100] FALISCO
Come la più bella, se la bellezza sua è immortale e divina?

[101] CASSANDRO
E, Falisco, vede, machina, opera ch’io possa tenirla in queste braccia; ché ti farò conoscer quanto il tuo padrone Cassandro sia cortese.

[102] FALISCO
Oh, signor Cassandro, non accade che me ’l facciate conoscer altrimente, poi ch’essendo io un minimo verme a paro della altezza vostra, mi trattate non da servo, ma da fratello. Per il che desidero mille vite, per sacrarle tute al servizio vostro.

[103] CASSANDRO
Io conosco il tuo bon volere. Ma quella mi par Agata; vedi un poco s’è dessa.

[104] FALISCO
Agata, che fai qui?


[105] Scena nona: Agata e Falisco, messer Cassandro e Fioretto
 
AGATA
“Da nobis in quotidianum... tentationem... panem nostrum...”. E’ compiva da dir la mia corona, che me l’ho desmentegà stamattina.

[106] FALISCO
Non ti scordasti già il bere.

[107] AGATA
Ohimè! Che songio mai imbriaga?

[108] FALISCO
Il padrone ti dimanda.

[109] AGATA
Onde xello?

[110] FALISCO
Non lo vedi tu?

[111] AGATA
No, per l’anima del mio papao griego... La vista no me serve tropo ben.

[112] FALISCO
Il gusto, volesti dir.

[113] AGATA
Messer Cassandro, e’ ve saludo da parte della vostra salute, madonna Anzelica vostra, vostra, pì vostra ca soa; e la se manda a recomandarse e ve priega che vogié contentar d’amarla e volerghe ben. E per segnal, tolé sti fazoletti che la ve manda, fatti con le so care manine, insieme con el so cuor.

[114] CASSANDRO
O Dio, ti ringrazio sommamente, poi che m’hai fatto degno d’udire parole così dolci e così soavi! E accetto questo dono non altrimenti che s’egli fosse di valor infinito, ringraziando voi, madre mia dolcissima.

[115] AGATA
El no accade tanti regraziamenti, caro sangue. Mo aldì st’altra: madonna Barbarina, dapo’ le recomandazion e le offerte, ve manda questi fazuoli.

[116] CASSANDRO
Ohimè, ohimè, non mi stomacate! Teneteli, che ve ne fo un presente. Non mi sconciate il stomaco, di grazia, questi saranno vostri...

[117] AGATA
Ah, ah, ah, ah! Gramarzè, messer fio, gramarzè, signor mio...

[118] FALISCO
Tu non perderai in tutto, Agata!

[119] AGATA
Caro Falisco, che vustu che faza? I me besogna a ponto per Stella, la i galderà per so amor. E ve dirò ben la veritae, che son intrà int’un liberinto con sta madonna Barbarina vecchia, che tutto ’l dì la me stimola che ve fazza parlar con essa.

[120] CASSANDRO
Oh, questo è il bel umore!

[121] AGATA
Ohimè, se avessé aldìo le scempietae che la diseva con mi, quando el vilan feva quei soi atti, vu saressé crepao da rider! Mo, de grazia, no ve desmenteghé da farghe bona ciera co’ la vedé, azò che no desconzemo la coa al fasan, intravegnando madonna Anzelica.

[122] CASSANDRO
Lasciate pur far a me, madre mia. Ma avete voi desinato?

[123] AGATA
Segnor no.

[124] CASSANDRO
Andate di sopra. Falisco, ove sei?

[125] FALISCO
Signor, son qui.

[126] CASSANDRO
Fa che donna Agata desini.

[127] AGATA
Gramarzè alla Signoria vostra. No posso, per adesso, che vago da una mia amiga per un servisio. Perdonéme...

[128] CASSANDRO
Donna Agata, le proferte sian fatte per sempre. La casa è vostra senz’altro.

[129] AGATA
E’ ve regrazio, m[esser] Cassandro caro. Romagnì in pase.

[130] CASSANDRO

[131] Andando da la mia dea, fateli voi la risposta. AGATA
Lassé pur l’impazzo a me.

[132] FIORETTO
An, madonna vecchia, del mio confetto vi sète scordata?

[133] AGATA
An, an, sì... Ti ha’ fato ben a recordarmelo: tuo’, fio.

[134] FIORETTO
Gran mercè, madonna, vi bascio la mano.

[135] AGATA
Basa pur el confetto, che xé pì dolce.

[136] CASSANDRO
Che ti par, o Falisco?

[137] FALISCO
A me par ben, padrone; che fra li felici sète felicissimo.

[138] CASSANDRO
Della vecchia che faremo noi?

[139] FALISCO
Lasciatela nelle mie mani, e lo vedrete.

[140] CASSANDRO
Oh, s’io potesse, quanto lo farei volontieri! Ma andiamo fino al Duomo, seguimi. Odimi, o Fioretto.

[141] FIORETTO
Signor, che vi piace?

[142] CASSANDRO
Non ti partir di casa, e se la vecchia tornasse, dilli ch’ella ci aspetti.

[143] FIORETTO
Signor sì.

[144] CASSANDRO
Ma avertisci, non ti partir di casa.

[145] FIORETTO
Volete ch’io merendi, fin tanto?

[146] CASSANDRO
Sì, sì.

[147] FIORETTO
Lasciate far a me.


[148] Scena decima: Spingarda e messer Acario
 
SPINGARDA
Potta della luna! Io mi dubbito ch’in questo vostro innamoramento, che mandarete il cervello in posta agli antipodi.

[149] ACARIO
Perchié men dizi pesta ’tnipuli la cervello?

[150] SPINGARDA
Ancora mi dimandate perché? Ditemi un poco: s’io avesse narrato il caso del taglialegne, com’è successo, in presenzia di vostra moglie, m’interrogavate come sarebbe ita la cosa?

[151] ACARIO
Sarate fitto mali, no staraven bé. Bezogna ’culpar chel tranditor del ’mure; per chiesta brima xé perdunao, ali volà, aldra volda, averzarò li occhi mengio. Dime poco, chié respusta me porta vui del mio Stella?

[152] SPINGARDA
La risposta è così fatta, che s’io non m’abbatea a ora, il ruffiano già era intorno a madonna Stella con un pugnale e col dire: “Io voglio saper chi è costui, perché egli non è taglialegne, ma ’l debbe esser qualche tuo innamorato”; ed essa negava. In quello io giunsi, e con il miglior modo ch’io seppi li posi d’accordo, ma non potei far sì ch’ella non tocasse alcune piatonate. Al fin fine, il tristo diede di mano alla cattena e se ne andò col malanno; ma se non era la ingordiggia d’essa, non potea tanto esser mediator ch’el non li facesse qualche gran male.

[153] ACARIO
Zé possibelle?

[154] SPINGARDA
Anci, è pur certo.

[155] ACARIO
Certo?

[156] SPINGARDA
Certissimo.

[157] ACARIO
As ene, ela opisso mettà ’mena, viè co mi den drio, chié vungio dari una carella.

[158] SPINGARDA
Una querela? E come?

[159] ACARIO
Una carella, sì, perchié no vongio che batta mia mungieri nova a chiesto mondo.

[160] SPINGARDA
Oh, adaggio, ancora essa non è vostra moglie.

[161] ACARIO
No? Mo chié cosa manga?

[162] SPINGARDA
Li manca assai. Direte voi al giudice ch’ella sia vostra moglie?

[163] ACARIO
Misier sì chién dirò.

[164] SPINGARDA
Ecco come uscite del seminato e cercate di farvi abbruggiare.

[165] ACARIO
Perchié brusari?

[166] SPINGARDA
Oh, secondo la legge meritareste il foco.

[167] ACARIO
Fongo? Diavule, chié xé mi, banzarioto?

[168] SPINGARDA
Il foco, sì, perché non potete aver più d’una moglie.

[169] ACARIO
E chié no savarò mustrarghelo la mio caromanza sul mà a chelli Segnuri, pellelè, mato chié ti xé?, e fari vederi per rason del ’baco, de l’una in fia una, chié ella xé mio mungieri?

[170] SPINGARDA
Voi dite meglio di me, ma s’io fossi in voi non darei questa querela, per ora.

[171] ACARIO
Perchié no?

[172] SPINGARDA
Non già. Fate così, consigliatevi con vostro compare messer Arnaldo iurisconsulto, che è uomo intelligentissimo; e ad ogni modo egli sta qui vicino, acciò che non gite come le mosche senza capo.

[173] ACARIO
Callì millìs, vu barla bé; ame tora stò spiti-tu, va’ a batti so porta andesso, dumanda se ello xé sul casa.

[174] SPINGARDA
Io vado.

[175] ACARIO
Como diavule, se xé mia mungieri su la mà, chiesto tradituro scelerao la batterà, e la zustizia no farà raxun? Nà nomotethis càchistos... Cupeli moròs chié Ligurgos chié Solo, cangaro!, tutti do lenzaùri chié fando le lenzi...

[176] SPINGARDA
Venite, padrone, che m[esser] Arnaldo è qui da basso e v’aspetta.

[177] ACARIO
Sì? Oh chié vendura! Ademo.


[178,1] Scena undecima: Lupo solo
 
Io non so s’io sarò stato tardo, che forse Spingarda averà fatto il diviserunt della cattena con Agata; e se così è io vo a rischio di non restar di fuori, over toccar tanto poco del bottino, ch’io non potrò poi far ciò ch’io avea designato. Meglio sarà ch’io vadi in casa, e veder ciò ch’ha da esser, overo ciò ch’è stato.

[178,2] Debbono esser morti, overo che per il guadagno della cattena si saranno tanto insoperbiti che non mi conosceranno, o non voranno conoscermi. Ma poi che non conoscono il picchiar con le mani, mi vo’ porre alla prova co’ piedi. Toc, tac, tac!


[179] Scena duodecima: Stella e Lupo
 
STELLA
Chi è che vol gettar giù le porte?

[180] LUPO
Oh, non lo diss’io? Aprite, madonna Stella, aprite! S’el vi piace, però.

[181] STELLA
Indugiate un poco, tanto che scenda le scale.

[182] LUPO
Per Dio, ch’io mi credea cantar quella canzone che dice: “Io son serà di fuori”. Dimmi, è stato qui Spingarda?

[183] STELLA
Messer sì che v’è stato.

[184] LUPO
Ben, tua madre halla diviso la cattena?

[185] STELLA
Sì, Spingarda l’ha divisa, e fattasi la parte a suo modo.

[186] LUPO
È possibile? Oh, in mia malora! Sei tu sola in casa?

[187] STELLA
Sola. Ma venite di sopra, che bisogna che facciate un servigio.

[188] LUPO
Per conto di chi?

[189] STELLA
Oh, non cercate più oltre. Venite di sopra, s’el vi piace, però.

[190] LUPO
Orsù, entriamo.


[191] Scena decimaterza: Spingarda e messer Acario
 
SPINGARDA
Ecco come vostro compadre v’ha risolto in due parole sole.

[192] ACARIO
Anzi, me cuffundao.

[193] SPINGARDA
Come? Che mi dite? Non v’ha detto egli: “Compadre, io non m’intendo di linee di mani; ma io mi riporto a chi sa più di me, volendo mo dire del fatto mio. Ma se per sorte vi lasciate intender d’aver due moglie, e vive, va a rischio che non fate affumicare le stelle, un giorno”?

[194] ACARIO
Bé, mo chié mundo ’tendistu, dunga?

[195] SPINGARDA
Potta... che mi farete dir! Sète voi così fuor di mente che non l’intendiate com’io?

[196] ACARIO
No, mi, chié no ’tendo.

[197] SPINGARDA
Madonna Stella è vostra moglie e non è vostra moglie.

[198] ACARIO
Chiròtera, penzo ’tendo andesso.

[199] SPINGARDA
State paziente, se volete: è vostra moglie in quanto alla raggione delle costellazioni e della mano; ma non può esser vostra moglie fin che vive madonna Barbarina vostra moglie.

[200] ACARIO
Mo se morisse mi prima che ’l mio mungieri?

[201] SPINGARDA
Oh, questo no so poi! Cercate, s’è possibile, di non morir, e così ella sarà del tutto vostra moglie. Ma sapete ch’io credo? Che non potendo ella esservi moglie a questo mondo, vi sarà a l’altro ad ogni modo.

[202] ACARIO
Chié diavule vusto chié fanza a l’altro mundo, se no se zoga col doni né se magna e bevi?

[203] SPINGARDA
Ch’io voglio che ne facciate? Oh, oh, siamo in ordine! Voi non penetrate fino al midollo. A l’altro mondo, an?

[204] ACARIO
Sì, a l’aldro rnondo.

[205] SPINGARDA
Oh, a l’altro mondo... Coppe! Ma cancaro a l’altro mondo! Queste sono parole; vi dico che viverete dopoi madonna Barbarina e che sarete marito di madonna Stella.

[206] ACARIO
De madonna Stella? Oh, te vogio crederi, perchié xé sul mio praponsito. Mo chié cosa vulévastu diri del mi? Pes-mo, stì bisti-su, di’ presto, caro mio Spigarda, bello, dulci, zucherao, cufeto...

[207] SPINGARDA
Oh, siamo gionti ove io volea. Vi dirò, mi ho deliberao che voi siate oggi con la vostra stramontana, con la vostra Stella, s’io dovesse por sottosopra tutto ’l mondo.

[208] ACARIO
Eh, sì, de granzia!

[209] SPINGARDA
Sapete, come v’ho detto, che Lupo ha battuto sconciatamente madonna Stella; e perciò m’ho consegliato con lei che voi fingiate esser un medico greco, venuto novamente da Corfù, e che sua madre v’abbia mandato a medicarla. Ma se per sorte Lupo fusse in casa, voi lo mandarete alla speziaria a pigliar qualche onzione, e fra tanto vi chiuderete in una camera con la vostra Stella; e se non saprete poi far, vostro sarà il danno.

[210] ACARIO
Oh, chié bona pissaùra! Calà stecchi, stan bé. Zenòcchiati, che te vongio dar mio benedizion per chesto. E puo te vungio fà’ mio nicocurendi del casa, e date la clidìa, la chiavi del frumento e del cànova, e casi chié non dingo, del scrigno!

[211] SPINGARDA
Voi lo potevate pur dir, in malora!

[212] ACARIO
Puleva sì, mo no vungio, chié ’porta troppo. Bezogna chié salva indoso per mi a chesti bezogni.

[213] SPINGARDA
Oh bene, io accetto la fattoria e il magistrato. Ma le chiavi della cantina e del granaio ove sono?

[214] ACARIO
Zé ’scuze, no se puol trovari andesso; e’ sugiava, da chielle in fora ti farà zò chié vusto vui.

[215] SPINGARDA
Dunque io non avrò guadagnato altro che la benedizione? Vah, sì! Voi mi disvenite nelle mani.

[216] ACARIO
No zé vero, anzi cresce sul mà. Ma cando farastu chello che ti ditto?

[217] SPINGARDA
Or ora.

[218] ACARIO
Sì, caro Spigarda, no perder tempo.

[219] SPINGARDA
Andiamo; ma avertite, padrone, ch’ella è giovanetta, che non la mandaste in fascio.

[220] ACARIO
Chié fasso? No te ’tendo.

[221] SPINGARDA
Voi non m’intendete perché non volete intendermi. Che procediate piacevolmente e temperate la colera, acciò non vi bisognasse il barbier da vero...

[222] ACARIO
Oh, oh, sì, sì, andesso te ’tendo! Ah, ah, no dubitari, chié no zé furioso mi, zé bò, molesin, no zé aspro, cattivo, mi...

[223] SPINGARDA
Ma tacete mo, ch’io odo rumor in casa.

[224] ACARIO
Rumor sul casa?

[225] SPINGARDA
Sì, e grande.

[226] ACARIO
Ohi, oimena ! Te recumando mio persuna, Spigarda, no me ’bandunari, caro frandello...

[227] SPINGARDA
Ove diavolo correte? Odite... oh, oh, ove correte?

[228] ACARIO
Dèn icsero, no so unde curo... Oimena, mi zé ferìo!

[229] SPINGARDA
Come ferito? Non ho già veduto alcuno.

[230] ACARIO
Me ha ferìo sul schina del sanso...

[231] SPINGARDA
È possibile? Eh, v’ingannate, è la imaginazione!

[232] ACARIO
Che magnizió! Magnizió no fa dongia.

[233] SPINGARDA
Come non? La imaginazione duole, signor sì.

[234] ACARIO
Dunga zé stà chella?

[235] SPINGARDA
È stata quella certo. Non vi sanarete così per poco! Venite meco.

[236] ACARIO
Te dingo, Spigarda, mi no zé unzo su cheste scaramuzze del donna. Icango, cazi chié no dingo, a chiesto amuri, mi.

[237] SPINGARDA
Eh, sì? Mi maraviglio di voi. Fidatevi sopra di me, non mi conoscete?

[238] ACARIO
Te cognuso troppo, mi; mo ti no cognusi mi, fursi.

[239] SPINGARDA
Vi conosco d’avantaggio... Andiamo, orsù, fate buon anirno. Votatevi al dio d’Amore e prometeteli qualche cosa.

[240] ACARIO
Chié vusto chié prumetta?

[241] SPINGARDA
Una dozina di bolzoni fatti di vostra mano.

[242] ACARIO
O phil’Eros, o pè tiphlè chié ch[ris]ìs oplis chiecosmimene, èrisòn-me apò tòn pogniròn! O dio del ’mur, o fanduglì orbo cul frizze armao, cava mio persuna de chieste angusse, de chiesti travasi, e fame aver chiesta Stella per mungieri, chié te prumetto dari una mazo del bulzuni mè tò duxari, cul arco del frizzi. Vusto chién dinga cusì?

[243] SPINGARDA
Cusì di punto.

[244] ACARIO
Spigarda! Remuri darecao...

[245] SPINGARDA
Lasciate far rumor a sua posta. Ma io m’ho pensato d’assicurarvi ad altro modo.

[246] ACARIO
A chié mundo?

[247] SPINGARDA
Voglio vestirmi questi vostri panni, fíngendo d’esser quel medico greco ch’io v’ho detto; e anderò di sopra per veder ciò che si fa, e assetato ch’avrò ’l tutto, dirò che m’ho scordato la lanzetta e verrò giù; ove poi vi vestirete e andrete di sopra sicuramente, ritrovando il boccone masticato. Che ne dite?

[248] ACARIO
Dingo chié no stan bé.

[249] SPINGARDA
Perché?

[250] ACARIO
Perchié cognosserà mi chié no xé ti, perchié ti avé el barba russa e mi bianga tavarao.

[251] SPINGARDA
Oh, diavolo! Credete voi che porranno mente alla barba?

[252] ACARIO
Tì csero egò? che sogio mi?

[253] SPINGARDA
Signor no!

[254] ACARIO
Fa’ co’ te pianzi.

[255] SPINGARDA
Orsù, spogliatevi dunque.

[256] ACARIO
As ene, mo fa’ pià, chié chiesti malendetti spiritai me fado mal al branzi, chesta mattina.

[257] SPINGARDA
Ancora ve n’aricordate?

[258] ACARIO
Si recordo, ah? Tuda chesta luna me recurdarò, cachì nicta nachi...

[259] SPINGARDA
Non mi volete anco dar la borsa?

[260] ACARIO
Anga la bursa bezugna dari?

[261] SPINGARDA
Signor sì, bisognerebbe anco la borsa.

[262] ACARIO
Se fusse in la dulimà te darave, mo zé in la braghesse.

[263] SPINGARDA
Orsù, faremo senz’essa, dunque... Ma gli anelli sì, bisognariano ad ogni modo, per darmi credito.

[264] ACARIO
O Christè! Mo chié cosa me fa fari chiesto amur verzo...

[265] SPINGARDA
Che volete mo far? Egli è depinto cieco. Ora mo che sète spogliato voi, aiutate a spogliar me ancora.

[266] ACARIO
Chié vusto, chié mi te ’l spongia?

[267] SPINGARDA
È forza, sì, se volete ch’io faccia quello ch’è da far.

[268] ACARIO
Dunga mi sarà to fanmegio? O Theòs, mo canto punderi ch’ha chiesta bestia fandulina...

[269] SPINGARDA
Lasciate queste parole e spogliatemi, se volete.

[270] ACARIO
Metà charàs, volendera. O chié pundo del cumondia xé chesto... Mo xé poco ’bratao.

[271] SPINGARDA
Io non starò molto ad affibiarmi, ad ogni modo io non sono per star molto in questi abiti. Orsù, porgetemi il caftano, aiutatemi... Oh, diavolo, s’io servesse così voi, io sarei l’asino e il gaglioffo! E voi, che diavolo sète?

[272] ACARIO
Mi xé mi, no védestu? Di’ penzo chié ti sa, per to fe’.

[273] SPINGARDA
Datemi mo gli anella.

[274] ACARIO
Vustu da seno?

[275] SPINGARDA
Vah, diavolo! Mi fareste dar delle stampe contro ’l muro.

[276] ACARIO
No te scurazzari, no... Véli ca, nà, pìali... Per to fe’, turna tosto, chié cumenzo tremari, ba, ba...

[277] SPINGARDA
Di che avete voi paura?

[278] ACARIO
No baura gnendi, mi; mo mio carni xé ’debelìo poco, e per chiesto trema del frendo.

[279] SPINGARDA
Ah, ah! Ora sì ch’io conosco che mi burlate! Ove vedeste mai uno innamorato freddo?

[280] ACARIO
Chié no ha frendo ’namurai?

[281] SPINGARDA
Non già!

[282] ACARIO
Mi avé puri frendo.

[283] SPINGARDA
Voi non sète innamorato, dunque.

[284] ACARIO
No zé ’namurao, mi? Ah, ti avé rasó, mi zé tudo cando amur, ’namurao como ’l gatta e como ’l cà che curi drio el chinza!

[285] SPINGARDA
S’è così, non dite mai più d’aver freddo. Passeggiate, passeggiate fin ch’io torno...

[286] ACARIO
Èrchiete glìgora, stì bisti-su, viè presto, per to fe’.


[287] Scena quartadecima: Spingarda, Stella, m[esser] Acario e Lupo
 
SPINGARDA
Pios en’apano, chié zé can desuzo?

[288] STELLA
Chi è lì che picchia?

[289] SPINGARDA
Zé mèndego grego.

[290] STELLA
Venga di sopra l’Eccellenza vostra.

[291] ACARIO
La cosa va bé, doxa-ssi, o Theòs... O Christè, ba, ba... se me ’ba... bato trova... vari co mand[on]a Stella in so casa, gramo ella! Magnarò como ’l cuffetto... Oh, diavule, mi avé gran frendo, ba, ba, ba... Farò cu’ fa ’l pescaùri cu le branze per scaldari. Oh, vegna el cangaro... bo, bo... all’amuri! Almango me stessen bé chiesti so drampi. Aimena, zé pìzuli! Chié diavule farò mi? Butarò sul ’marcolo... No vungio star fermo, chié me ’birarave, ba, ba... Chiesto amur me cumenza a cagar indosso.

[292] STELLA
O vita di questa mia vita! O marito mio melato, inzucherato! Quanto mi duole a perder quelle carni ch’io ho a goder fin ch’io vivo... Patir a cotal modo per amor mio!

[293] ACARIO
No ’porta gnendi... Eh, ca... ca... cara sberanza, no fé chié stanga plio ca, bu, bu, ba... Féme tirar la corda, chié indra dendro, perchié dubito de cagarola... Ohimè, la panza!

[294] STELLA
Induggiate, ben mio, induggiate, colombo mio, zucarino mio...

[295] ACARIO
O barola dulci cu’ ’l zucaro melao! Deh, deh, be... bo...

[296] STELLA
Oh, scaldatevi con quel foco amoroso che vi arde dentro per la vostra cara Stella!

[297] ACARIO
O Sterlina mia dreta, tarversa, d’oro, d’arzento... Deb... debio stendar per vui sembre, mi, poberi[t]o, mal truvao?

[298] STELLA
Non piangete... Perché piangete voi? Per freddo?

[299] ACARIO
No per frido, no, mo se descula la mio l’occhio perchié vu me fa dulci la mio cori.

[300] STELLA
Soffrite, soffrite, ch’io spero indolcirvi in breve d’un’altra dolcezza.

[301] ACARIO
Glìgora, presto puri, fé purdar ’mango la mio drampi zuso, ve ’l prigo, chié no mora de fora.

[302] STELLA
Oh, povero Spingarda! Eh, donateli la vita, el non è per mal alcuno...

[303] ACARIO
Mi zé spazzao mal del Collegio, Spingarda zé ’tramesso... Pasenzia, o poberito!

[304] LUPO
Anco a te ne toccherà.

[305] ACARIO
Aimena, aimena, no plio, chié mi zé morto! Ahi, aimena! Cul cingia del cavalo!... Ah clefte, assassin!

[306] SPINGARDA
Ohimè, confessione, confessione, ohimè!...

[307] ACARIO
Spigarda!

[308] SPINGARDA
Io ho perduto il lume... Ohimè, per voi, padrone, io moro, per voi!

[309] ACARIO
No zé vero. Aldi, caro Spigarda, nà, pia to drampi.

[310] SPINGARDA
Dareteli pur per l’anima mia, s’io moro.

[311] ACARIO
Nà, pìali, ten digo, dè fovase, no aver baura de moriri, no... Pesmo, dime, cun che t’ha dao?

[312] SPINGARDA
Con una cengia da cavallo.

[313] ACARIO
Anga mi cusì me dao, e sì no moro. Pu ’ne tà rucha-mo? unde zé la mio drampi?

[314] SPINGARDA
Me gli hanno spogliati.

[315] ACARIO
Despungiao?

[316] SPINGARDA
Tutto m’hanno svaliggiato...

[317] ACARIO
E gli anelli anga?

[318] SPINGARDA
E l’anella... Puuh, m’è scampato lo freddo! Puuh, oh che caldo, puuh!

[319] ACARIO
O gramo mi, o desgraziao, o tristo, doloruso! Cu’ farò mi, poberito?

[320] SPINGARDA
Io moro, dico... Lasciamo l’anella, e attendete a me, raccomandatemi l’anima!

[321] ACARIO
Chié anima? ’Cago to anima! Dè fovasse, no baura, ten digo. Cusì avesse la mio romba cu l’anelli idrìo como ti no morirastu de chiesto mali!

[322] SPINGARDA
Io dico ch’io sto male...

[323] ACARIO
Canti gierano?

[324] SPINGARDA
Sette.

[325] ACARIO
Sette?

[326] SPINGARDA
E di prima giunta mi bindorno gli occhi perch’io non li conoscesse, poi spoglioromi, e spogliato m’acconciorono come potete veder.

[327] ACARIO
Oh, gramo mi!

[328] SPINGARDA
E più misero me!

[329] ACARIO
Chié mondo farò, mi?

[330] SPINGARDA
Dite pur come farò io!

[331] ACARIO
Ti farà ben, no morirastu, no... Indremo ca in casa del mio cumbara, e truvaremo calche vestìo, o chié cumbraremo de novi, zà chié me zè rumazo la pung[h]ì, la bursa, chié no te dao.

[332] SPINGARDA
Aiutatemi, ch’io non posso caminar... Lasciate che m’appoggi. O tristo me, o sgraziato me! Per voi, per voi sono a questo, per saziar gli vostri appetiti maladetti...

[333] ACARIO
Sicosimbati, perduname, caro Spigarda, no me dar plio doluri, ché tropo me fa dongia chelli anelli persi cu li drampi.

[334] SPINGARDA
Se voi eravate in mio cambio, v’uccidevano certo.

[335] ACARIO
Certo, zé vero, me ’mazzavano.

[336] SPINGARDA
Ma ancora che m’abbino acconcio così, ch’io non spero guarirne, son contento con la mia vita aver salvato la vostra.

[337] ACARIO
Spolaìti, gramarzè, Spigarda, cusì fatti bezogna esser li servitori... Bià la mundo, s’avesse de chiesta sorte un per casa! As pame; se ti no vol moriri ti farò cognuseri chié ti no averà’ salvao la vinda a una poldró, a una desgrato.

[338] SPINGARDA
S’io moro, mandate a San Giacopo di Galizia per l’anima mia.

[339] ACARIO
Dè thelis nà pais esì? No vustu adar cul to gambi? No dubitari. U’ zé la vostro l’àgnimo? No baura... Monta sul mio schina, chié te purtarò dendro a cavallo, se ti no pol caminari.

[340] SPINGARDA
Ohimè, ch’io sto male... Oh, portateme via, presto, che m’affannate troppo.


[341,1] Scena quintadecima: Medoro vestito in abbito di donna
 
Veramente grand’ è l’amor della patria, e credo ch’essa tenga alquanto di consanguinità con li corpi nostri; e che ciò sia vero, ancora ch’a l’entrar di questa città non fusse certo questo esser il luogo nel qual io nacqui, pure, vinto da una incognita e secreta operazione, mi sentì’ accender il core di certo orrore e riverenza mista con affezione e amorevolezza, che divenni quasi indovino d’essere al luogo tanto e tanto tempo da me desiderato.

[341,2] O quanto parrà novo a mio padre, e a mia madre ancora, quand’io gli dirò essergli figliolo, non avendo mai pensato ch’una Cingana, di età di due anni, me avesse potuto levar da canto d’un’altra fanciulla, nata meco gemella e tutta simile a me!

[341,3] Ora io ho lasciato la Cingana fra un cerchio di giovanastri, e facea il gioco della coreggiola, a simil gente familiare; e io mi sono tirato qua da un canto, né vorrei esser veduto da persona così solo e in questo abito.

[341,4] Ma ecco di punto gente che viene di qua. Voglio nascondermi e serrarmi in questo drapo fin che passano.


[342] Scena sestadecima: Falisco, m[esser] Cassandro e Medoro
 
FALISCO
Padrone, o che la immaginazione m’inganna, o pur quella è la vostra madonna Angelica.

[343] CASSANDRO
Sarebbe gran cosa se la immaginazione ingannasse me ancora, perch’io volea dirloti. Ma sarebbe caso grandissimo ch’una cottal fanciulla fusse uscita di casa sola.

[344] FALISCO
E poi, nascondersi da noi...

[345] CASSANDRO
Che dovemo fare, o Falisco? Vedi com’io son in tutto mutato.

[346] FALISCO
Non vi smarite, padrone. Che fareste dunque incontrandovi in un vostro nemico armato, quando essendovi abbattuto con colei che tanto amate sète così fuori di voi che tremate?

[347] CASSANDRO
O Falisco, così fa Amore.

[348] FALISCO
Ecco come ella si nasconde.

[349] CASSANDRO
Questo è, o Falisco, quel che mi pone la vita a partito, perciò che da un canto mi combatte il desiderio di gir a lei e chiederli la cagione di cotal caso, da l’altro poi m’affrena il timor e il rispetto, vedendola così schifa di noi.

[350] FALISCO
Qui bisogna prender partito, padrone.

[351] CASSANDRO
Io non son buono, se non mi consegli.

[352] FALISCO
Ma se volete, il conseglio mio e l’aiuto ancora non vi mancherà.

[353] CASSANDRO
Che debbo far, dunque?

[354] FALISCO
Deponer tutti li rispetti, perciò che tutte le donne desiderano esser pregate e desiderate; e apresentandovi a lei, con quel rniglior modo che v’insegnarà Amore, chiederli umilmente la cagione di cotal novitade. Il resto non son buono a insegnarvi, perch’esso ve ’l detterà.

[355] CASSANDRO
E così mi consegli?

[356] FALISCO
Signor sì. Di che volete aver paura?

[357] CASSANDRO
Ora io vo.
O gentilissima fanciulla, mercè della quale io vivo, s’è lecito all’umilissimo servidor vostro di sapper la cagione che vi fa così sola uscir di casa, pregovi, per quello iddio che mi traffisse il petto il giorno ch’io vi donai la mia libertà, che non vogliate asconderlomi, essendo certa che nesciuno al mondo più volontieri di me s’affatticherebbe nelle occorrenzie vostre e che dolcissimo mi sarebbe il morire per voi, quando fia bisogno, quanto ’l viver per altra.

[358] MEDORO
Gentiluomo, voi mostrate a l’abito e alla effigie esser cortese e accostumato; ma le parole vostre sono tutto al contrario. Non è atto da persona gentile dar fastidio ad alcuno, e massime a donne; però vi priego, s’è in voi scintilla di cortesia, che vogliate andar al viaggio vostro.

[359] CASSANDRO
Dunque questa repulsa sarà il premio di tanto amore ch’io v’ho portato, porto e portarò mentre ch’io viva?

[360] MEDORO
Ecco che quanto più procedete ragionando, più discortese e importuno vi dimostrate. Andatevene, vi priego.

[361] CASSANDRO
Fatemi almeno una grazia, prendete questo pugnale, e questa vita, che tanto mostrate che vi spiaccia, vogliatela finir, che così contentarete voi e me.


[362] Scena decimasettima: Cingana, Medoro, Cassandro, Falisco e Agata
 
CINGANA
Ex amel auni enti? Che far tia con chesta ca?

[363] MEDORO
Io non fo altro, se non ch’egli è gran pezza che costui m’affastidisse.

[364] CASSANDRO
Ohimè, “affastidisse”!

[365] CINGANA
Ehi, zendiloma mia, enti no saber l’usanza, che no star bon far mal al dona, cando star folistera come star auni?

[366] CASSANDRO
Forestiera potete esser voi; ma io non la conosco per forestiera.

[367] CINGANA
Ti star ’ganata, senor mia cara. Armeli, tucalem suggie, aldi poca un parola...

[368] CASSANDRO
Che te par, o Falisco?

[369] FALISCO
Io sono fuori di me, io rinasco!

[370] CASSANDRO
E io dubbito non siano spiriti o illusioni diaboliche. Vedemo il fine.

[371] AGATA
Oh, Dio ve contenta, m[esser] Cassandro!

[372] CASSANDRO
O Agata, quanto sei venuta a tempo!

[373] AGATA
Che buone nuove?

[374] CASSANDRO
Eccovi là la mia vita, la mia Angelica.

[375] AGATA
Madonna Anzelica? Ohimè, mo che me dixéu? Grama mi! Chi xé con ella?

[376] CASSANDRO
Io non la vidi mai più. Né per tanti preghi che gli ho fatti, mai ha dimostrato di conoscermi; anzi me scaccia da sé col dirmi discortese, importuno e villano. Andateli un poco voi, di grazia, e mi starò qui da parte.

[377] AGATA
Volentiera.


[378] Scena decimaottava: Agata, Cingana, Medoro, Falisco e Cassandro
 
AGATA
Dio ve salvi, fia bella, Dio ve daga zò che ’l vostro cuor desidera, colombina mia dolce. Ve piaxe che ve diga do parole qua da una banda?

[379] CINGANA
Es trintub enti, che boler ti ganar? Ane bettach auni, chesta ca? Che aber ti marcunzia, o ’l zenzibil, o ’l filfel del partir? Enti tezer chibir ? Enti marcudanta granda, o bon femena?

[380] AGATA
E no parlo con vu, bona dona.

[381] CINGANA
E mi boler enti razunar bel mi, se ti boler razunar con chesta ca.

[382] AGATA
Che avéu da far con essa, vu?

[383] MEDORO
Andate, andate, madre, perch’io non sono forsi tale quale vi pensate.

[384] AGATA
Adonca così presto ve avé desmentegao della vostra Agata, e anche de l’amor del vostro galante messer Cassandro? A che muodo ve soffre ’l cuor a destruzerlo e consumarlo così?

[385] MEDORO
Andate, andate.

[386] CINGANA
Ro, ro fi ’l-beith, andar, andar to casa, bon femena, no tantar el gente che star desperata.

[387] AGATA
Che desperà, desperà? E’ credo esser pì desperà de vu, mi.

[388] CINGANA
Dunca star desperata cul desperata, rai!

[389] AGATA
Andé in là vu.

[390] CINGANA
U-dini, ane cruzu ainach, per Dia, mi cabar l’occhia bel ti, stregga!

[391] AGATA
Striga xestu ti, e strigazza, e arbera! Varda co’ la se fa bravosa, sta porca... Vustu far de cortelli, ti e mi? Meza camisa, al sagramento...

[392] CINGANA
Ti sgraffa l’occhio bel mi? Zerbul!

[393] AGATA
Ti chiami Belzebù? Ohimè! “A demonio meridiano...”

[394] MEDORO
E che farete? State quete...

[395] FALISCO
Signor Cassandro, e’ se vuol parar questa zuffa.

[396] CASSANDRO
Io dubito non dispiacer a madonna Angelica, s’io me l’interpongo. Vali tu, caro il mio Falisco.

[397] FALISCO
Lascia, ribalda, che te voglio far incoronar, che chiami i diavoli! E che vergogna è questa vostra, fra voi donne, per un niente, venir alle mani a cotal guisa?

[398] MEDORO
Eh, fratello, di grazia, dipartisile!

[399] AGATA
La me ha fatto saltar la spienza e mover el mal de mare, sta trista...

[400] CINGANA
Enti chilebe, ben e-canzir, ti chizza, fia del porca, trista, cattiba star enti, non mi!

[401] FALISCO
Padrone, fattive innanzi, di grazia, e vedete voi di porle d’accordo. Faravi forse egli spiacer, madonna?

[402] MEDORO
Anzi, piacer grandissimo.

[403] CASSANDRO
Quala cosa non farei io per piacervi?

[404] MEDORO
Pur lì, sugli umori?

[405] CASSANDRO
Di grazia, o madonne, vogliate poner la furia e l’ira da un canto e proceder ciascuna di voi più pensatamente.

[406] CINGANA
De chileb, chesta chizza aber anema dar bel mi una mustanza sul biza.

[407] AGATA
Ti no dovevi bravar cusì, te dovevi rasonar pì umele.

[408] FALISCO
Eh, di grazia, rimòvavi la presenzia di tant’uomo dalle liti, e procedete più consideratamente.

[409] CINGANA
Mi stata sembre curteza, se ben mi nasuda al monte del Barca, sul Barberia, che no star si no ’l gente bestial, marfus, cattiba; ane ma uchide, mi no star cusì... Rai, perdunata tutta chi far mal bel mi, mi no far cunta ninta.

[410] CASSANDRO
E voi, donna Agata, non volete per amor mio pacificarvi con questa donna?

[411] AGATA
Ohimè, mo che diséu, signor Cassandro? Vorave esser ben gran cosa che no fesse per vu.

[412] CASSANDRO
Dunque, poiché l’una e l’altra dimostrate esser così pronte a compiacermi, compiacetemi di questo, acciò ch’abbiate fatto acquisto oggi d’un schiavo, e di venir fin qui a casa mia a far collazione; imperò che le paci non si fanno senza bere.

[413] CINGANA
Mi no mancata mai el mio fede, e per ’mur del ti, zendiloma mia, e canda mi poder, mi far chel che ti boler.

[414] AGATA
E anca mi son aparecchià a far zò che ve piase.

[415] CASSANDRO
Piace così a voi, signora?

[416] MEDORO
Signor sì, piacendo a mia madre.

[417] CINGANA
Ei, ei, sì, sì, fia belo zendiloma. U-dini, rai, pregar enti, bel to Senoria, la mio onor star bel ti recumandata.

[418] AGATA
No, no, no ve dubbité, vegni pur segura, senza sospezion e paura.

[419] CASSANDRO
Andiamo. Va’ fa’ aprir, Falisco.


[420] Scena decimanona: m[esser] Acario e Spingarda
 
ACARIO
Ti fovasse, chié hasto baura del to umbria? Sire ombròs, va’ inandi, se te vol.

[421] SPINGARDA
Dite pur la vostra. Andate innanzi voi, che sète il padrone. Vi dico ch’ancora mi par di vedermi que’ staffili d’intorno...

[422] ACARIO
No te far così amalao, no. No sastu chié anga mi avé ’buo el mio pardi? Pes-mo, dime poco: chién dirà mio mungieri cando vederà mi vestìo del drampi del cumbara?

[423] SPINGARDA
Io voglio che le dite ch’egli s’è mascherato per andare a certa festa, e che li avete prestato li vostri drappi.

[424] ACARIO
O chié bona pissaùra! Ti avé pisao bé. Sastu de chié me maravengio, Spingarda?

[425] SPINGARDA
Di che?

[426] ACARIO
Chié ti no ha’ visto sul mà le bastunae chié mi avé ’buo sìmera.

[427] SPINGARDA
Ma io vi dirò: li spiriti non hanno possanza di dimostrare se non quello che è intervenuto un giorno avanti o interviene un dopoi. Dimane potrassi veder.

[428] ACARIO
Pistevo, crendo mo ti vederastu mengio andesso, se ti vol vardari sutto ’l mio camisa, den drio el schina... Mo chié faremo?

[429] SPINGARDA
Che faremo? Voi che sète il padrone...

[430] ACARIO
Vulemo adar per mezo del raxun?

[431] SPINGARDA
E poi che farete? Mi parete smemorato: non v’ha detto poco fa vostro compadre che, facendolo, farete beffarvi al popolo e farete nulla?

[432] ACARIO
Calà leis, ti dixi vero. Perdùname, no giera ca mio cervello, giera sul ponda del Stella a veder mia forduna. Mo dime poco, no te basta l’agnimo chié femo calche vedetta cundra chel Luvo cà malendetto, chié xé stao casó?

[433] SPINGARDA
Oh, se direte così, io sarò con voi! Signor sì che mi dà l’animo di vendicarmi.

[434] ACARIO
Mo chié mondo?

[435] SPINGARDA
Con l’armi!

[436] ACARIO
Mè t’à[r]mata, cu l’arma?

[437] SPINGARDA
Con l’armi, signor sì.

[438] ACARIO
Chi farà chesta vedetta cu l’armi?

[439] SPINGARDA
Chi, dite voi? ... e m[esser] Acario, ch’io dovea dir prima.

[440] ACARIO
Egò, mi? Occhi, occhi, no, no vungio vendicar altramente, no...

[441] SPINGARDA
Perché?

[442] ACARIO
Giatì escròn tin ’amìpsaste, chiron d’oleste; perchié malamendi vendica so uffesa chello che pia so penzo e fa crescer so danno e vergogna, como fando chel dona chié alza so pelizza per scunder so viso e mustra la panza e resta vergunao... No, no vungio, mi.

[443] SPINGARDA
Non vi dà ’l cuore di far come farò io?

[444] ACARIO
Occhi, credo chié no.

[445] SPINGARDA
Non sète voi un omo come son io?

[446] ACARIO
Mi zé e sì no zé, e sì zé ca e sì no zé ca, e sì giera zuvane e no zé pì, chié averave cumbatao cundra Ralando dal murtaro. Andesso par chié mio gambi no me porta bé gné fa sarvizi.

[447] SPINGARDA
Ch’avete voi forse paura di Lupo?

[448] ACARIO
Di Luvo? No.

[449] SPINGARDA
Ma di che?

[450] ACARIO
Ho baura de mi, perchié, cando zé morto mi, zé perso una òmeno chié ’segna l’aldri; mo ti no avé baura, perchié cu’ zé morto ti, zé morto una musca, gricàs? Mi avé baura anga del cingia chié me ’macao el schina.

[451] SPINGARDA
Ditemi un poco: chi v’armasse?

[452] ACARIO
Armasse? mi?

[453] SPINGARDA
Armasse, sì.

[454] ACARIO
Oh, cando mi fusse armao, no averave baura chié una lobarda, no chié una cingia, me fesse mali.

[455] SPINGARDA
Oh, lassatemi pensarvi sopra. Andate a casa, perch’io voglio ire così da me, machinando un qualche modo col quale si possiamo vendicar; ché non avrei mai bene se un ruffiano si desse vanto d’aver fatto un cottal scherzo a un par della S[ignoria] v[ostra].

[456] ACARIO
O Spigarda, Spigarda, canto me te zé urbigao per cheste tande fadinghe chié fastu per mi! Te so diri chié in chesto amuri no me bezugnava aldro òmeno chié Spigarda.

[457] SPINGARDA
È certissimo che pochi avrebbono fatto ciò ch’ho fatto per voi e son per far.

[458] ACARIO
Te regranzo de chello chié ti fatto e de chiello chié ti vol fari. Basta vostro bò voleri, oldra vostro opera.

[459] SPINGARDA
Gran mercè, padrone, io so bene a che fo ciò che fo, né mi movo sanza ragione. Ma m’ho imaginato che sarà meglio che andate a casa qui del Gandino, che è vostro amico, e ivi verrò a trovarvi.

[460] ACARIO
As ene, tora pago, andesso vago. Mo viè presto, chié vongio chié se armemo tudi candi e butar so porte zuso e ’mazzar fina i letto.


[461,1] Scena ventesima: Spingarda solo
 
Vedete mo ch’io non servirò ad uomo ingrato? E’ so che m’avrà obligo infinito, e certo che non gli bisognava altro che me in questo suo amore... O buffalo, egli non se ne avede, e se ne avederebbe un cieco di queste truffe! Io ti so dir ch’el sta fresco! Ma ho buona speranza ch’io rinovarò la pelle come fanno li serpi.

[461,2] Orsù, voglio prima andare a divider le vestimenta con Lupo, overo che li metteremo la sorte. Ma ho avuto tanto del tristo ch’io m’ho avanzato l’anella, e a Lupo non ne tocherà, perché gli ho avanzati di contrabando, a onore e gloria del glorioso pazzo m[esser] Acario.

[461,3] Chi mi chiama? Io son qui.


ATTO QUARTO


[1] Scena prima: messer Cassandro, Agata e Fioretto
 
AGATA
Sté de bona vogia, ch’ho speranza che faremo ben. Mo, caro messer fio, avéu mai sentìo un caso co’ xé questo? Avéu mai visto do che se somegia cusì de viso, de vose, d’andamenti e d’ogni cosa co’ xé sto zovene con la vostra madonna Anzelica?

[2] CASSANDRO
Non mai; né appena Ticiano unico rasemplarebbe in tela o in muro due persone tanto simili quanto queste; e per giunta s’ha abbatuto trovar dal giudeo uno abbito come ’l suo, di modo che s’io non toccavo con mani il vero non potea crederlo.

[3] AGATA
No dixé altro, che credo che Dio ne abbia mandao sta bona ventura.

[4] CASSANDRO
Di grazia, diteme ciò che v’avete pensato de far.

[5] AGATA
El xé ben vero che le cose par pì bone quando le se fa a l’improvisa; pur el xé anche bon a desmestegarle ananti, azzò che le sia megio intese.

[6] CASSANDRO
Voi dite bene. Cominciate, dunque.

[7] AGATA
E’ me ho impensao questo, che Spingarda diebba intrategnir m[esser] Arcao so m[esser] fuora de casa tre o quattro ore almanco, che questo ghe sarà facil cosa, perch’ogni muodo el ghe ne ha fatto aponto ancùo de pì belle.

[8] CASSANDRO
E poi?

[9] AGATA
Aldì pur: mi, infin tanto che lu el tenerà fuor de casa, e’ menerò madonna Barbarina a casa mia.

[10] CASSANDRO
Come farete?

[11] AGATA
Oh, oh, a questo el besogna pensar un puoco suso! In sto mezo e’ spiero, con l’agiuto de Anetta so masera, far un cambio a sto muodo: sto zovene de sta Cingana, che xé adesso in casa vostra vestìo da donna, el metterò in casa de m[esser] Acario, e sì menerò fuora la vostra madonna Anzelica; con questo, che bexogna puo che la lassé tornar a casa de so pare a ora e a tempo. E infin tanto, se per desgrazia m[esser] A[r]cao tornase, o madonna Barbarina, a casa, vogio che questo zovene, azò che i vecchi no ’l cognoscesse al parlar, fenza de dormir cusì vestìo sul letto, in camera de madonna Anzelica; e in sto mezo vu saré dominus dominacio della vostra madonna Anzelica, e cusì metteré i vostri ordini co’ fa i zoveni savi. Mo ve vogio ben pregar e domandarve una grazia che xé licita e onesta, e so che no diré de no.

[12] CASSANDRO
Voi avete ordinato benissimo il tutto; onde chiedete qual grazia vi piace, che l’amore e l’obligazione ch’io v’ho farà lecito l’illecito.

[13] AGATA
E’ ve domando donca che avanti che vu fé el gemini con madonna Anzelica, che vu la dobbié sposar e tuorla per mogier, azò che la povereta no fosse po sforzà a deventar femena del mondo, danando l’anema soa e la vostra, e la mia insieme; e cusì anca ghe ho promesso.

[14] CASSANDRO
Anzi, questo volevo dirv’io, o Agata; è tanto e tale l’amor ch’io li porto, ch’ogni piacer mi sarebbe a noia quando fusse in preiudizio de l’onor suo; sì che di questo sarete sicura.

[15] AGATA
Regrazio la vostra bontae e zentilezza; alla fe’, che no aspettava altra resposta. Andé donca de suso da quella donna Cingana e féghe la cortesia che besogna; e no ve partì de casa sora tutto, e intertegnìli con parole infin che vegno, perché tornerò presto presto.

[16] CASSANDRO
Così farò di punto. Io vado.

[17] FIORETTO
An, madonna, avete più pomi nella gaglioffa?

[18] AGATA
Sì, fio mio, sì... Tuo sto rosseto co ti sé ti.

[19] FIORETTO
Gran mercè, madonna!


[20,1] Scena seconda: Agata sola
 
Fie mie, e’ no credeva mai che la cosa reinsisse a sto muodo. E’ voleva intertegnir su le parole una banda e l’altra, per cavarghe de le man qualche soldo, infina che un d’essi do se avesse stracao... E me ha fatto arecordar adesso del mio ortesello, che purassé volte gh’ho visto nascer delle erbette uliose e dei fiori drento senza semenarli: e cusì vedo che me xé intravegnùo adesso, che la ventura me ha mandao int’i pie sta Cingana, che no ghe pensava zà, per aidarme co sto so fio; e, alla fe’ bona, mi averave zurao su l’anema mia che la fosse stà m[adonna] Anzelica, e me fesi mille croxe quando la visti.

[20,2] Avemo mo messo in ordene ogni cosa con ella; no manca sì nòme trovar modo e via da menar fuora de casa m[adonna] Barbarina, la vecchia. A so posta, e’ no ghe vogio nianca pensar pì suso: made in buona fe’, no! Chi sa, la ventura forsi che la farà con mi co’ l’ha fatto de questo, che xé vegnùo senza pensarghe.

[20,3] Orsù, el me besogna andar a avisar madonna Anzelica de sta cosa, e metterò anca ordene con la massera, caso che no podesse parlar a madonna Anzelica de secreto, che la veda con qualche bagia de menar fuora de camera madonna Barbarina, azò che abbia commoditae de parlarghe.

[20,4] Mo no voléu che ve diga anca da nuovo? Quando Spingarda venne a partir la caena, ho sapùo far tanto e dir tanto che l’ha tolto Stella, mia fia, per mogier, e sì ghe ho promesso purassé cose: no so a che muodo l’anderà a darghele, puo...

[20,5] Mo véla apunto la massera che inse de casa. O Dio, mo o’ vastu adesso?


[21] Scena terza: Anetta e Agata
 
ANETTA
Oh, che ventura! Veniva a cercarvi.

[22] AGATA
E’ te averò donca schivao la fadiga de caminar; e’ vegniva apunto là.

[23] ANETTA
Madonna vecchia me mandava in fretta per voi.

[24] AGATA
Che vuole sta to vecchia, che vòlela?

[25] ANETTA
Oh, voi non lo dovete saper?

[26] AGATA
Dime, per to fe’: xé nessun qua da basso?

[27] ANETTA
Nisciuno, perché?

[28] AGATA
Perché e’ te vogio parlar un poco da mi e ti de una cosa ch’importa.

[29] ANETTA
Andiamo dunque in cantina, ch’io ho le chiavi, e ivi staremo sul ragionar e bere. Piacevi così?

[30] AGATA
Che vustu che diga, de no?

[31] ANETTA
Che so io? Andate innanzi, vecchietta mia.


[32] Scena quarta: Cassandro e Cingano
 
CINGANA
Ane izi di luog di luog, mi benir adessa adessa.

[33] CASSANDRO
Noi v’aspettiamo, affrettative.

[34,1] CINGANA
Mi pensar certa chesta zurna boler far ben badagna co chesta fulaster. Ella ditta bel mi che aber una moruza che star sumeggiata cun el mio Armeli, e burave piar chela so moruza del beith abuch, del casa del so pari, e metter chesto mio Armelio int’el so loga, bel fína tanta che far un so serbiza; e sì bol dar per mi campsasarin benduchi, vinticinca scuda. Mi piar, u-dini! Mi creder serta che star surella de l’Armelio: so busta, ane ma ycalem de luogh, u-alà el-adin, mi no dir ninta adessa, par Dia santa, e buo, canda star tempa, mi descuberzer tutto ’l cosa.

[34,2] Adessa mi benuta ca a beder se scuntra calche cattiba, e beder cul mio arti far calche berta per cabar calche scuda da pagar el speza per calche zurna che mi aber fatto sol ’starìa.

[34,3] Oh, andor uada rezel, mo barda una omo che mustra cattiva... Aponta de chesti mi boler, perché canda fidar troppa de so saber di presta zé ’ganada. Asbor, asbor sugie, aspetta poca che mi boler far el berta con chesta bursa.


[35] Scena quinta: Spingarda di casa d’Agata e la Cingana
 
SPINGARDA
O diavolo, io veggio el stranio abito: è femina o pur omo? Bisognerà uno interprete a deciderlo. Fa un certo messedarsi con timore, guardandosi a tomo... Che diavol sarà? Io vo’ tirarmi qui da un canto, e secretamente veder e udir qualche cosa nova.

[36] CINGANA
Mi creder certa che canda mi rubata chesta zogia e chesti danari nissuna aber bista bel mi. Alay cubar, Dio granda, aidar per mi!

[37] SPINGARDA
Ecco, par che voglia nascondersi.

[38] CINGANA
Perché, si descuberzer, mi andar sul pericola de perder el-flus, el danari, el zogia, e pua elli picarave bel mi sul forca; mi aber rebolta ca drenta, u-ane amelo fiza, per far presta.

[39] SPINGARDA
Giogie e danari, giogie e danari, e poi rubate... Sta’ a veder festa.

[40] CINGANA
La mercudanti so che cercar bel mi; canda che se ’curzerà che star rubata, e no dar colpa a nissuna altra se no a mi poberita, perché no stata altri che mi cun ella sul ’starìa.

[41] SPINGARDA
E questo non è tristo?

[42] CINGANA
Aide meliè, andor, barda, o bella rubina, e ’l diamanta! Star camps... asara... campstaser... asarim, binta rubina; el diamanta star arba... temeni... asara... arbataser... tementaser, disdotta diamanta, u-alà ’l-adin, par Dia santa! Mi creder chesta baler almanca telet el[f] per benduchi, tre milla beneziani.

[43] SPINGARDA
Troppo onorevol boccone per una par tua!

[44] CINGANA
La scuda mi saber che ditta el tezer, el marcadanta, che star telet elf, do milla. Mi creder, no boler cuntar adessa.

[45] SPINGARDA
Io sto su l’ali, com’il falcone, per buttarmi alla preda. Vo o non vo?

[46] CINGANA
Mi boler scunder, e no tenir ca indossa, perché, se bel mala bentura el zaffa piata bel mi, se no trobata el roba no creder mi stata chella ch’aber rubata. U-ex amel ane, mo che far mi, che no saber andar per chesta terra? Oh, ane amelo chide, mi pensata far cusì: mi cuberzer, u-dini, ca sotto ’l terra, adessa che no passata el gente, e nissuna no saber e no trobar mai; e bua, canda passata el bericola, mi turnata e piar tutto ’l cosa e andar fi ghir belid, in altra terra.

[47] SPINGARDA
Sta’ forte, Spingarda, indugia, ché la preda è tua!

[48] CINGANA
Oh, barda ca un loga che star meliè meliè, star bon. Oh canta star gran rica, se calche una trubar chesta borsa...

[49] SPINGARDA
Io sarò quel ricco, per Dio, che tu dici, se non m’intervien pegio. Or che debbo far, dunque? Aspettar ch’essa se ne vada e cavarla, o pur dargli di mano adosso e tôrgliela? Io sto fra due partiti ambiguo, ma tutti duo sono buoni e sicuri.

[50] CINGANA
Alay cubar, Dio granda, aidar bel mi... Aber paura che chesto aber bisto unde mi aber ’scuza el bursa. U-’x amel ane, mo che farmi? U-allay ell-adim, per Dia santa, mi boler turnar e piar el bursa.

[51] SPINGARDA
Sta forte, che fai tu qui?

[52] CINGANA
Stafurlà già rabi, o trista mi, che ti boler bel mi?

[53] SPINGARDA
Ch’io voglio, an? Tu non lo sai, forse?

[54] CINGANA
Lè, u-allà, no, bar Dia, che mi no aber con ti far ninta, oma da ben.

[55] SPINGARDA
Hai a far troppo. Dimmi, ch’hai fatto della borsa del mercatante ch’hai ascosa?

[56] CINGANA
Chié bursa, chié murcante dir enti? U-alay, enti mazinù, ti piata el cambia de calche altra per mi.

[57] SPINGARDA
Tolta in cambio, an? Tu venirai meco al podestà, e con lui farai il conto.

[58] CINGANA
Ro, ro be ’l-zaneb bettach; andar, andar bel to via, fradella, e no tenir bel mi ca sul strada, perché mi star poberita, folastera... Non starbon ti soggiar el poberita.

[59] SPINGARDA
Io non berteggio, ma dico da vero: o che tu mi darai la borsa o che ’l ti convien venir meco alla corte. Non si perdi più tempo, perch’io sono messo del mercatante; e più dirotti ch’io ho udito il tuo raggionamento e veduto ove hai nascosto la borsa.

[60] CINGANA
Eh, fradella, zà che ti saber tutto ’l cosa, ma enti calem mi[n] sen allà, no dir ninta, per ’mur del Dia: lassa star el roba sotto ’l terra, e dir enti al marcudata che no trubata mi; e mi star ’scusa fora del terra fina tanta che passata el pericola, e pua mi tomata auni, al ca, a partir el robba, cumus enti, cumus ane, meza bel ti e meza bel mi. Mo barda, fradella, no cabata el robba se no star anca mi.

[61] SPINGARDA
Oh, di ciò non dubbitar, perché s’io avesse voluto assassinarti, non potea io, dopoi che ti eri partita, cavarla e irmene a buon viaggio?

[62] CINGANA
Mi creder enti razel meliè, che ti star oma da ben, che no mancata el to fede. Saber enti chelo che mi boler?

[63] SPINGARDA
Di’ ciò che vuoi.

[64] CINGANA
Ua giete a-rasch, se Dio barda el to testa, insegnar bel mi coma far se mi andata fora del terra, ma [a]nd[i] uada g[h]idie, che no aber un catrina da comprar tanta acul, dal magnar bel mi, per fina tanta che mi poder turnar auni, ca, a partir el roba.

[65] SPINGARDA
Oh, a questo farassi provisione... Eccoti un scudo che ti farà compagnia.

[66] CINGANA
Chesta no bastar bel mi unus ’l-ion, meza zurna.

[67] SPINGARDA
Per Dio, che mi movi a pietà! Prendi questa cattena, e farai danari, d’essa, da intertenerti fin tanto che verrai a tôrre la parte tua.

[68] CINGANA
Bilay, già sidi, presta bel mi anche el to capa e chel bregneta, che mi boler bestir mettel racel, come l’oma, perché no conoscer bel mi el gente, per ’mur che ’l zaffa no piata mia, e tirar bel mi sul corda per far dir donde aber ’scuza el zogia, el danari cul bursa, enti saber?

[69] SPINGARDA
Tu dici bene, prendila, ecco: vòi tu altro? Ma tornerali poi, sai?

[70] CINGANA
Ei, ei, sì, sì, mi tornar bucara, insalà, lè, le, lè tachaf; no aber baura, no, che mi turnar a piar el mio parti. Como star to nomi?

[71] SPINGARDA
Franco è il nome mio.

[72] CINGANA
U-fien el-bet bettach, unde star el to casa?

[73] SPINGARDA
Qui, vicina al spedale de’ pazzi... M[a] avertisci che non ti scordi il nome.

[74] CINGANA
No scorda mi, no, mi andar e pregar bel ti che non cabar el bursa se no star anca mi, saber?

[75] SPINGARDA
Io non moverò cosa alcuna, vuoi tu altro? Per Dio, che non so bene ancora ov’ella si sia... Che viaggio farai tu?

[76] CINGANA
Ma barf, mi no saber certa. Chello che ’l Dio mandar...

[77] SPINGARDA
Vati con Dio.


[78,1] Scena sesta: Spingarda solo
 
Ella s’ha posto, come si dice, le gambe in spalla, e ne va com’un vento, cacciata dal timore di m[adonna] la Forca, tal che tosto ch’ella sarà fuori delle porte imboscherassi di modo che non la trovarebbe l’arte magica. Oh, quanto sarò io felice! Ma mi voglio intertenir un poco qui oltre, prima ch’io cavi il glorioso tesoro, acciò che s’ella ritornasse per qualche accidente io para uomo da bene - e voi siate sani e salvi - e osservator della promessa.

[78,2] Venghin, venghin dunque quei pazzi che tutto ’l giorno sogliono lambicarsi il cervello dietro la Clavicula di Solomone, e nei pentacoli, nel fabricar verghe e accender lumi per ritrovar li tesori ascosi! Venghino, dico, venghino, e ponghin mente all’aventuroso mago Spingarda, qual, senza congiurazioni, circoli o abiti episcopali, non temendo le furie de’ spiriti o ’l rumor de’ tuoni, caverà un tesoro tale ch’el diverrà ricco a fatto a fatto!

[78,3] Oh, non starò già più con m[esser] Acario, non già; ma voglio ben che lui stia meco, e farolo mastro di casa e darogli doppio salario. Io mi comprerò di primo volo una casa nella città, e farola dipinger tutta a diamanti e a robini, e poi una possessione, per andarvi a diporto fuore. Il viver mio non voglio che sia mercatantile, perché non s’ha mai riposo; ma vo’ ben spender cento scudi per far amazzar tutti li miei parenti, acciò ch’alcun di luoro, vivendo, non abbia causa di desiderarmi la morte, come sogliono far. E senza porvi tempo in mezzo andromi ad ordinar un cocchio tutto dorato, e una carretta medesimamente; le cavalle di quello e li cavalli di questo saranno senza parangone. Li miei servidori, poi, tutti vorrò che vestino alla mia livrea, quale sarà bianca e rossa, significando robbini e diamanti.

[78,4] Belle donne so ben che non me mancheranno, avendo tanti danari, pur ne voless’io in coppia; e quando caminerò per la città me n’andrò con un passo grave, acconciandomi la barba a questo modo, né mai darò orecchie a’ poveri, perché così comanderà il tesoro di cui sarò possessore, anco[r] che tutti m’onoreranno; e beato colui che facendomi di beretta avrà da me in iscambio un mio cenno col capo, facend’io così. Né avrò rispetto ad etade, qualitade o grado, perché sono passati quelli umori a l’antica, quando si facea onore alla nobiltà e alla virtù... Non più nobiltà, non più virtù, no: o sia un uomo, o sia un asino, pur che sia carico di danari faciasegli onore, perché lo merita.

[78,5] E io a questo modo andrò spendendo e compartendo il danar col tempo e ’l tempo col danaro; e sarò onorato in dispreggio della servitù, e così come mi chiamano ora Spingarda, vorrò che mi dicano Artegliaria, per aggiunger grandezza al mio nome, e tristo chi pensarà di far altrimente. Ma io non posso più raffrenar il disiderio, son sforzato ad allegrarme l’occhio e ’l cuore. La buona femina tornerà a dimandar di Franco; e ben ch’io son franco, ma son certo ch’ella non troverà Franco altramente.

[78,6] O Dio, in quanta poca terra consiste la tua felicità, Spingarda! Ti so dir ch’ella avea cavato fin al centro... Eccola, eccola! Apritevi, spalancatevi, o finestre del cielo! E voi, dèi, accendete i maggior lumi, mentre ch’io apro la borsa per cui uscirò pur una volta di servitù e diverrò d’un asino un uomo; perché non è uomo colui che non ha danari, oggidì.

[78,7] Ma... ohimè, ohimè! Oh, Spingarda! Che vedi ch’hai fatto, o Spingarda? Non sono questi carboni e sabbia? Sì, sono pure! Salvo mo se non avesse errato e non trovato la buona borsa... Io vo’ ricercar meglio. Ma... ohimè, ohimè, ora m’accorgo che questa è stata una barreria, e tardo me n’aveggio. Ch’hai fatto mo, Spingarda? Dov’è la sufficienzia tua? E pur, essendo Cingana, non te ne dovevi fidar. Sabbia e carboni, eh? Sabbia e carboni, eh? Che farò io dunque? Cercar d’essa sarebbe un perder tempo, e pazzia da farmi meritar la catena del spedal de’ pazzi. S’io lo dico, poi, che si dirà di me? Ooh, farassi notomia della mia sciochezza! E s’io taccio, mi starò col danno: un scudo, la cattena, la cappa e la beretta mi costano un sacchetto di sabbia!

[78,8] Ove sono ite le tue case, le tue chimere, le tue possessioni e li tuoi onori? In sabbia e carboni, in sabbia e carboni! Conquassato è il cocchio, la caretta ha spezzate le rote, li cavalli rapresi, li servidori spogliati, e Spingarda, d’Artegliaria, è divenuto una vesica scoppiata... Peggio mi sa della cappa e della beretta, in mia malora!, perch’al scudo e alla cattena gli avevo posto ancor poco amore, per averli guadagnati con poca fatica.

[78,9] Orsù, mi rivolto di non ci pensar punto, per non impazzire, poi che così vol la mia sorte; e mi delibero d’attender agli amori del mio padrone, e far della disperazione speranza. Forse, chi sa ch’io non racquisti il perduto seco? Perché alfine tutti li fastidi del mondo non pagarebbeno un danaio di debito.


[79] Scena settima: Stella e Lupo
 
STELLA
Odite, spendete la parte mia prima che tornate, ch’io non voglio che vadino nelle mani della vecchia, perché bisognano poi le graffi a cavarglieli.

[80] LUPO
Tu la conosci, eh?

[81] STELLA
Consideratelo voi...

[82] LUPO
Ma che cosa vuoi tu ch’io comperi?

[83] STELLA
Che so io? Odori, guanti, renso, raso per maniche, adesso che son nonza.

[84] LUPO
Tu fai un conto molto sinestro, e’ bastarebbe se fussero quatro tanti.

[85] STELLA
Odite, partite pur giusto.

[86] LUPO
Oh, di questo non dubbitar! Che credi ch’io voglia tôrte il tuo? Io non crederei di non poter né dir né far bene, s’io facesse ciò che dubbiti.

[87] STELLA
Andate, dunque.

[88] LUPO
E tu entra in casa, che Spingarda non entrasse in gelosia vedendoti in strada.

[89] STELLA
Tornate tosto, e se vedete Spingarda ditegli che mi venga un poco a parlar.


[90,1] Scena ottava: Lupo solo
 
S’io partirò giusto, ah? Ragiona pur d’Orlando! Oh, avesti il quinto, non che pur la metade... Ma bisogna gir cautamente, e venderle ad alcuno che non scoprisse la malta. Mi pensava andar al giudeo, ma son pentito, e m’ho immaginato che sarà meglio andar ad uno di questi strazzaruoli, perché hanno manco conscienza che non hanno li giudei, e non guardano così se sono rubbate o comprate: pur che se li faccia apiacer, e’ farebbono ad un bisogno quatordeci sagramenti di non saper cosa alcuna.

[90,2] Questo è stato un buon giorno per me; pur che non mi siano veduti, per far tanto grand’invoglio... Ma andrò per questa strada, che non è così frequentata.


[91] Scena nona: Barbarina e Agata
 
BARBARINA
Dunque el non mi vuol più bene?

[92] AGATA
No, me pare a mi.

[93] BARBARINA
Ma come, fingeva egli? E perché?

[94] AGATA
Oh, perché! Perché el se pensava de cavarve dalle man qualche ducato, o andar vestìo a vostre spese. E mi me n’ho accorto int’el parlar, e sì no puosi star che no ghe disesse quel che me parse, vogiandove ben co’ ve vogio.

[95] BARBARINA
O senza fede, o disleale! Ad una che l’ama, ad una che l’adora, usarli cotali termini!

[96] AGATA
L’è ben ingrato, ve so dir, a no voler ben a una zentil persona come vu, e massime vogiandoghe ben co’ ghe volé. E perché ghe dissi ste parole, el me saltà adosso col pugnal in man per tagiarme el viso! Vardé mo s’el m’ha fatto segno.

[97] BARBARINA
Non v è segno.

[98] AGATA
E’ son andà certo a gran pericolo per amor vostro. A so posta, el tegnirò agni muodo per un favor.

[99] BARBARINA
O donna Agata, poi che la cosa è passata per buona via, lodate Iddio. Ma voi non avrete servito ad ingrata.

[100] AGATA
Oh, per vostra grazia, m[adonna]! ...E ch’el no ghe manca done, pur ch’el ghe ne volesse, che le ghe vuol ben e che le ghe dona, e mille altre zanze.

[101] BARBARINA
Fùssela pur concia in doni, e ch’egli m’amasse! Benché credo, s’egli è come voi dite, che non me, ma li doni li sarebbeno grati.

[102] AGATA
E’ ve digo quel ch’el m’ha ditto.

[103] BARBARINA
Che faremo dunque, Agata? Io mi moro, io spasmo, io mi struggo, priva della grazia sua...

[104] AGATA
Oh, sia maledetto! ...fassé, vecchia reffata!

[105] BARBARINA
Che dite voi?

[106] AGATA
E’ rasono cusì mi sola, perché no me soffre el cuor sentirve lamentar.

[107] BARBARINA
Non vi fo io pietade?

[108] AGATA
Ohimè, disé pur d’altro! Oh, che piaser...

[109] BARBARINA
Sapreste voi qualche modo da dar martello, o da incanti o malìe, da poterlo sforzar ad amarmi?

[110] AGATA
Ohimè, madonna, mo che diséu, an?

[111] BARBARINA
Voi sospirate... Rispondete.

[112] AGATA
E’ ghe ne so pur troppo; mo le xé cose pericolose, e sì ghe va l’anema.

[113] BARBARINA
Eh, cara Agata, non vi curate d’anima, perché è pur mercede a salvar una meschina mia pari, colta in disperazione... E poi questi giubilei v’assolveranno di maggior peccato per pochi danari.

[114] AGATA
El xé ben vero, ma...

[115] BARBARINA
Non ci pensate sopra: se sapete incanto o malìa alcuna, ora è tempo di porla a mano; né si stia per spesa o per periclo.

[116] AGATA
M[adonna] Barbarina, e’ no cognosso cosa al mondo cusì difficile e pericolosa, che per amor vostro no la fesse facil e segura; e si ben m’ho delettao de saver i sacreti de l’arte magica, incanti e strigarìe, no ho volesto per questo mai adoperarli con tutti. Mo per tanta compassion che vu me fé, no sta anima sola che ho in corpo, ma si ghe ne avesse tante quante ha un melon, no me curerave un bagatin de perderle.

[117] BARBARINA
Vi ringrazio, e oltre li ringraziamenti, eccovi diece scudi, quali vi faranno animosa a questa impresa.

[118] AGATA
No, no, madonna, no, no i vogio...

[119] BARBARINA
Come? Non li volendo, non v’affaticate altramente, perché non voglio altro da voi, anzi delibero morire.

[120] AGATA
No vogio che morì per niente; i torò per farve apiaxé’. Certo, madonna mia dolce, vu m’avé tanto alegrà l’occhio e intenerìo el cuor che me xé forza dir de sì e tuorli; mo e’ ve dirò, se volemo far cosa che staga ben e che fazza molesin sto vostro m[esser] Cassandro, besogna che vu fé un puoco de fadiga, e che sora tutto vu sié animosa.

[121] BARBARINA
Ditemi ciò ch’ho a fare.

[122] AGATA
In prima besogna che vu andé a tuor con le vostre man l’acqua de sette pille d’acqua santa, e la calzina de sette preson, e della terra ch’abbia coverto sette morti; e lassé puo far a mi, che se ’l cottal... el cuor de m[esser] Cassandro fosse pì duro che un baston, el farò pì umele ca la cera.

[123] BARBARINA
Ohimè, come potrassi far?

[124] AGATA
Benissimo; fé pur al muodo che ve dirò mi. E’ vogio ch’abbié un abito da vergognosa de tela bianca, e mostrando de domandar lemosina faré ogni cosa.

[125] BARBARINA
Ditemi come.

[126] AGATA
In prima, ve sarà licito andar alla preson, e anche a tuor tanta calzina quanto una fava; ve sarà facil cosa tuor l’acqua delle pille; ancora ve sarà più facile tuor la terra de i morti. Se ben la ve par pì defficile, la xé pì facile: vu avé qua drio la vostra casa quella giesia che ha quel sagrà scuro, ch’ogni dì se sopelisse qualcheun. Vu poré andar con vostro commodo da drio via, che nissun ve vederà, e si sentissé qualche rumor, no abbié paura, perché i morti no se muove, i ha altro che far.

[127] BARBARINA
Spaventarmi? Tutti gli spiriti infernali non mi spaventarebbono, tanto mi fa sicura Amore e questo ingrato di Cassandro. Ma di questo abito che voi dite, come si farà?

[128] AGATA
E’ ve ne porterò mi un de questi, che sogio ’doperar la quaresema a i perdoni.

[129] BARBARINA
Sì, de grazia; ma quando sarà questo?

[130] AGATA
El sarà presto.

[131] BARBARINA
V’aspettarò, dunque, che veniate.

[132] AGATA
Madonna sì, andé pur in casa; e no sté a pianzer né a consumarve, sté de bona vogia.

[133] BARBARINA
Andate, e tornate tosto con buona ventura.


[134,1] Scena decima: Agata sola
 
Ghe l’hogio mo fatta creder? Alla fe’, ch’el me vien adesso una fantasia in testa de metter ordene con quel ribaldo de Spingarda ch’el se vaga a sconder int’una de quelle arche con una bona corda in man, e che quando l’anderà, sta matta, a tuor la terra d’i morti, el salta fuora e ghe daga delle staffilae; a sto muodo gh’insirà l’amor dalle spalle! Ve so dir ch’el marìo e la mogier sta freschi, i no se ha invidia un a l’altro... Ah, ah, ah, che bei inamorai!

[134,2] Orsù, in sto mezo averò avanzao questi. Voléu altro, care fie? ch’ho paura d’insoniarme, perché non son usa a aver de ste venture; o dubito de no esser in qualche comedia, che quando quelli che l’ha sentìa ha battùo le man e i pie, che sti drapi no sia po mie, sti scudi no deventa rasonati, e mi, che adesso son Agata, no sia po un’altra; e cusì vegnerò aver dao piaxer alla brigà... Uh, no vogio star pì con vu, ché me se muove el corpo.


[135] Scena undecima: Cingana sola
 
Aì, aì, no star poca cosa aber fatta el berta a chielo valentoma cul sabion e cul carboni! Oh, andor, mo barda, che fatta so bendetta cul cassa che star cuberta... Mi benduta el capa e ’l bragneta etne benduchi, do ducata beneziani; el caena mi aber benduta assarin benduchi, vinta beneziani. Asbor, asbor sugie, spetta poca... Mo de chesta che far mi? Mi no lassata andar, u-dini, barda che no caba anche elo calche cose, in che[n] andoch, pur che aber; mi creder chesta star poberita. So pusta, mi probar, u-dini.


[136,1] Scena duodecima: Garbuglio solo
 
Al sangue de Domne, ch’a’ me sento un dolzore in lo cuore ta slegrisia, ch’a’ no me posso tegnire ch’a’ no faga du pieripuoli e una roela! Ooh cancaro, mo l’è pur stò la bella noella, an? Èlla stò da rire? Oh, oh, se a’ saessé de que me la rigo, a’ cherzo verasiamen, s’a’ ve ’l dizesse, ch’a’ caghessé an vu in le braghe co’ hae cagò el bergamasco: el giera tutto impegò... A so posta, a’ l’he metù in la cambara de Muschio, a’ ve so dire ch’el giera immuschiò! Mo no gièragi vegnù a i cavegi, tutti du? La serà andà da mato a invriago! Mo mi, ch’hoggio mo fatto? A’ son muzzà via in qua con tutt’i mie’ denari ch’a’ gh’ho abù, idreste i mie’ sette tron: végi qua.

[136,2] A’ i vuogio andar a spendere in zentilì, e la prima botta a’ me vuo’ comprare do cordele de sea da ligarme i lachiti e tre strenghe rosse da zolarme el caseto, e sì a’ me vuo’ comprare una beriola de scarlato rosso con un penaggio in cima che ’l me staga derto in su, da sbravoso, e sì me ’l vuo’ ficare da sto lò stramberlan.

[136,3] Orbéntena, a’ vuo’ po comprare per la mia cara morosa Gnochetta un spieggio co una guxella d’ariente, con do pùmoli de cao da ficarse denanzo in lo pietto, e sì a’ ghe vuo’ comprare una scuffia de fil vermegio indovinò... O viso mio sdaldurò, che m’hetu fatto al cuore? A’ me sento morire. Mo a’ ghe vuo’ pur ben, potta! A’ son deruinò per ella, ch’a’ gh’ho spendù in balare, e in beere, e [in] braciegi, [e] in panfuorti, in nuove misi e una sottomana, da fuosi disotto marchitti, e sì no l’ho mai poesta tirare a la mia volontè e desierio.


[137] Scena decimaterza: Cingana e Garbuglio
 
CINGANA
Ex amel auni? Che far ca enti, oma da ben?

[138] GARBUGLIO
Che seggio mi? A’ stago a veere quel ch’è fatto. Mo que cancaro de vestìo aìvu? De onde sìu, spagnaruola o straliota?

[139] CINGANA
Ane men e-mag[re]b, mi star del Barbarìa, arenta el monta del Barca.

[140] GARBUGLIO
Chi montò in barca? Que cancaro de cittè èle? Ghe sta uomeni e femene co i brazi e co i pie’ e co el cao con aón nu?

[141] CINGANA
Metel ane, brobia como star mia e tia.

[142] GARBUGLIO
O mal drian! El di’esser da lunzi.

[143] CINGANA
Star lunzi telet elf mie [mia], pì de tre mila cento mia.

[144] GARBUGLIO
Coppe, Fiorina! Mille megia, an? Èllo an po bon paese?

[145] CINGANA
Ex calem, che dir enti? Mi no ’tender.

[146] GARBUGLIO
A’ dighe mo se l’è bon stare per i nostri pare, se nasse ben il fromento e i menù, con fa el pavan, el trivisan, e el vin; perqué co’ al no gh’è da magnare e da bere, i paese no xé troppo boni.

[147] CINGANA
Mia paeza no laborar el terra, star luga salbadega, beled ma infa.

[148] GARBUGLIO
A’ ve dirè la veritae, mi: a’ no v’he intendù. A’ ’orave ch’a’ no parlassé tanto folestro, perdonème.

[149] CINGANA
Star loga che no far frumenta.

[150] GARBUGLIO
Mo que màgnegi?

[151] CINGANA
Frumenta che purtata del Medini, dal Cayer, dal Ziden, dal Thur, de Russetta, dul Scanderia, e de chesti loghi che star bezina.

[152] GARBUGLIO
Con, cancaro, che gi è bezini? Mo i ghe tagia el naso e le regie e po gi apica, an? A’ ve dirè la veritae, a’ son stò an mi, con dise quelù, dal Lovante al Polente, e sì no he mè aldù a rasonare mè pì a sto muo’. Mo que fa i nuostri pare de là, s’el no se lavora, se Die v’aì?

[153] CINGANA
Tutti canti casi far l’arti del magica, cul amelo chide...

[154] GARBUGLIO
Mè sì, cancaro, a’ v’he bel intendù: del culo leca mi.

[155] CINGANA
...nigramanta, buttar el fava, bardar el ’ghistera, bardar l’idach, el man, butar el buarela del cera e far l’incanta...

[156] GARBUGLIO
An, sì, sì, intiendo, intiendo.

[157] CINGANA
...far gran cosa de l’oma e del dona cul amor.

[158] GARBUGLIO
Potta, a’ me l’aì cavò del carniero, de sto amore. Dime, cara mea, saéu farme una qualche pregantèola que la me’ Gnocheta me morisse drio?

[159] CINGANA
Chesta star a punto el mio arti.

[160] GARBUGLIO
O cara mea, cara mea, sguagnè una smoceniga da vintiquatro marchitti col fatto me’ de mi, e no me laghè sgagnolire.

[161] CINGANA
Mi beder che te star razel taib, oma da ben, bon compagna; mi boler far bel ti zò che ti boler.

[162] GARBUGLIO
Mo a’ vorave, e de bel adesso, mi, perqué a’ vorave anar pì alla vila de bel tirà e de bel ancuo’.

[163] CINGANA
E mi te serbir de luoch di luoch, adessa adessa.

[164] GARBUGLIO
Mo a le man. Che dègogie fare? Volìu ch’a’ me despogie?

[165] CINGANA
Lè, lè, no, no, mi boler che ti zulata stretta chesta bestìa indossa.

[166] GARBUGLIO
Aldì, comandè pure, ché farò zò che vorì.

[167] CINGANA
Strenzi stretta, a chesta moda.

[168] GARBUGLIO
Mo agième...

[169] CINGANA
Achot auni, sentar ca.

[170] GARBUGLIO
Così, divu? Mo l’è puoca faìga a star asentò. Dime, an, mea, veruogio ’l demugno?

[171] CINGANA
Ei ei, si, si, ti beder.

[172] GARBUGLIO
Mo èllo burto?

[173] CINGANA
No parlata.

[174] GARBUGLIO
A’ no vuogio ch’a’ supia fato ninte.

[175] CINGANA
Mi sene eis, perché enti no boler?

[176] GARBUGLIO
Perché a’ no me vuogio inspiritare a veere quella burta biestia.

[177] CINGANA
Lè tachaf, no baura, no; sta’ forta, che mi far bon bel ti.

[178] GARBUGLIO
Mo a che muo’? Dimelo in prima.

[179] CINGANA
Anduch mantil ? Enti aber fazuleta?

[180] GARBUGLIO
A’ crezo averlo in lo bragaruolo... A’ l’he pure.

[181] CINGANA
Mi ligar bel ti l’occhia, enti no beder ninta.

[182] GARBUGLIO
Ooh, a sto muo’ sì che la va ben!

[183] CINGANA
Achott auni, cunzata ca, darbel mi el fazuleta... Andor anduchi flus, barda se ti aber danari adossa, cava fora per ’mur del croce, che no te fazza mal el-saitan, la spiriti.

[184] GARBUGLIO
Mo, per la bella misaricordia, tegnìi vu!

[185] CINGANA
Atelo, da qua. Enti aber pì?

[186] GARBUGLIO
No, per sti santi e sagrà domina e di guagneli! A’ no ghe n’he pì, crose.

[187] CINGANA
Dar bel mi un to stinga.

[188] GARBUGLIO
Dezolè vu, tolì, vontiera...

[189] CINGANA
Misich chide, tenir così el brazza drio el colla, e el dea a chesto moda.

[190] GARBUGLIO
Che me volìu ligar, forsi?

[191] CINGANA
Ei, ei, sì, sì... Mi ligar poca, chesta do dea sola.

[192] GARBUGLIO
Fè pur zò che volì, mo fè pian, cancaro, che me fè male... Ohi, ohi! Me songio mo conzò a vostro muo’?

[193] CINGANA
Lè, lè, no, no, asbor sugie, ’spetta che mi ligar bel ti l’occhia.

[194] GARBUGLIO
Oh, potta del cancaro! Zà ch’a’ me volì ligar i uogi, fè conto ch’a’ zugherò alla Maria orbola.

[195] CINGANA
Ei, sì, a chel moda.

[196] GARBUGLIO
Mo me vegna el cancaro s’a’ ghe vego brezegugia!

[197] CINGANA
Cusì bezogna far: canda mi batter ca in terra el bentacola, el figura del zera e altra cosa cusì, se batter la cor del to Gnocheta moruza del martella; enti chiamar forta sempre so nomi, e cando u-ane calem be ’l-arbi, mi criar in muresca, enti cria: “Gnochetta, misericordia!”, enti saber?

[198] GARBUGLIO
Laghè pur far a mi. Mo scomenzè.

[199] CINGANA
Asbor sugie, ’spetta poca, che mi cavar el bentacula.

[200] GARBUGLIO
Cavè zò que volì.

[201] CINGANA
Mi comenza. Chiama forta chel che mi dita bel ti. Già chile[b] ben e-zerbune, già maras, enti mazinùe...

[202] GARBUGLIO
Gnocheta bella, misericordia!

[203] CINGANA
...Ane ro men flu[s] betach, enti achot mettel comar...

[204] GARBUGLIO
Gnocheta bella, misericordia, ch’a’ me disconiso... Que fèu, aìvu compìo, an? O mea, a’ no ghe aldì, aìvu compìo? Pur che i demugni no l’abbia soffegà! O mea, o mea, chi me pigia? Casì ch’a’ l’è el demugno! Pure ch’al no supia qualche demugno indiavolò... De sprofondi calamiata a tre domini sperata...
Sta’ retro, Satanasso, làgheme, a’ dighe... Alturio, alturio! O mi’ pare, o mia mare, vegnìme agià’... Làgheme, a’ dighe! O cancaro, amanco no me aésela ligò le man, ch’a’ me poesse far le cruse... Mea, o mea! Cancaro, a’ stagón freschi...!


[205] Scena quartadecima: Martin e Garbuglio
 
MARTIN
A l’ospedal d’i matg, an? e po arente Muschio a impirme de pedocch, an? Che ghe vegne ’l cancher, da vuevi e no da lat, azò che i sfioli! Ghe ho convegnud lassà’ tutti i me’ armi da dos, a quel mat, e vegnì’ via in camisa; se no fos stà ol Tireta, che m’ha imprestà sto sai, e’ steva fresch... Doh, diavol, un pedoch! Oh, ghe vegna el mal de san Lazer! Se savés chi m’ha portat, gram lu!

[206] GARBUGLIO
O frello, frello...

[207] MARTIN
Chi è là? A Dè me segni e a Dè me recomandi... Chi èstu?

[208] GARBUGLIO
A’ son mi...

[209] MARTIN
Èstu anema, o sperit, o verola, o diavol? S’ti è’ diavol, va’ a l’infern; s’ti è’ verola, va’ in la nave de ver; s’ti è’ spirit, va’ ind’i mioli; e s’t’è’ anema, va’ te trova un luog: si no va’ in malora, che te ne incagh!

[210] GARBUGLIO
E’ no son anema, gné spirito, gné verola, gné demugno indiavolò che te porta! E’ son mi, son mi, no aver paura, vien m’agia, caro el me’ frello...

[211] MARTIN
Oh, ti è’ ti? Mo che diavol fet chilò, murló? Ti m’ par el dé d’amor, mi, ch’ha bindat i occh; el no te manca alter se nom l’arch in mà e i frizz ind’i fianch, a star bé.

[212] GARBUGLIO
Caro frello, àgiame, ch’a’ fago male, alla fe’ de san Zuane!

[213] MARTIN
Dime un po’, saveràvet per ventura insegnàm chi è stat colù che m’ha port in la barella a l’ospedal d’i mag?

[214] GARBUGLIO
Caro barba, gh’è demugni, là de fuora, che te vi’?

[215] MARTIN
E’ no vedo se nom ànzoi, mi, e no demoni.

[216] GARBUGLIO
An, gh’è una femena burta, vestìa a no so que muo’ stragno?

[217] MARTIN
Que burta e stragni? I me par tutti bei, vestidi de seda, polidi e lustradi, bei come i parùi... Te vog descavà’ i occhi, zò che te vedi. Varda mo s’i è stragn! Ti m’ vorés imbriagà’ un’altra volta, poltró, zò que i vedés bé, e dunià’ ti sol, n’è vira? No, no, vog duniài anca mi, alla fe’! Dim un po’, che diavol è stà quel che t’ha stropad i occh?

[218] GARBUGLIO
Mo deslìgame le man, che te aldirè ben da nuovo.

[219] MARTIN
A’ te deslighi.

[220] GARBUGLIO
Hetu compì?

[221] MARTIN
Sì.

[222] GARBUGLIO
Oh, vegna el cancaro a chi se fa ligar a muo’ biestie per amor!

[223] MARTIN
Me par che ti si’ stà ti, mi, la bestia d’amor ligada. Cancher ghe vegna! Amor, an? Amor ind’i neghi! Donca, la te va d’amor, an?

[224] GARBUGLIO
Così no ghe anàssella d’amore! Tuo’ ’l diavolo, a’ son an ficò! O maletto sia le femene e chi se laga ficare per femene, con a’ m’he lagò ficar mi! Che sì che strazzo el casetto...

[225] MARTIN
Lassa far a mi, che te destrazzerò.

[226] GARBUGLIO
An, crivu ch’a’ gh’abbia abù una scagaborda? A’ sè an mi... Uuh, giandusa! A’ cherzo ch’a’ gh’ho pissò col culo con fa le oche; sì, alla fe’ de compare! Tuo’, nasa mo.

[227] MARTIN
Oh, te vegna el cancher! El sa da oter che da ambracà... L’è mestura de polenta e ravi.

[228] GARBUGLIO
Moa, andagón, e vien con mi, caro frelo, ch’a’ vuo’ che te m’agiaghi, perché a’ vuo’ far le me’ vendette, se a’ porè.

[229] MARTIN
Sì, sì, t’i farà’ col cul, drè del pagiar, i to vendetti! Va’ pur là che vegni. Amor, an? Amor è una mala bestia! L’è più amar che i carti e i dà, che spesso costa che fa perder l’invìd e metter po su la posta. E puo’, amor franzós, che ne pela sì fattamentg che ne fa restà’ come galli grott, senza penna... No, no, vuoi che ’l me’ amor, da chi indrè, sia el moscatel, mi, alla fe’! Tolì pur tutg per vu, sto amor, che mi non vuoi vegnì’.


[230] Scena quintadecima: Agata sola
 
E’ avea paura de no aver perso sto abito, e sì no m’arecordava che l’avea imprestao a una mia amiga, che anca essa qualche volta, come mi, se straveste, pì per solazzo ca per besogno. E’ vogio andar dentro a portarg[h]elo, e po andarò a trovar Spingarda per farlo andar drento l’arca per frustar sta cavalazza. La porta xé averta, anderò drento.


[231] Scena sestadecima: m[esser] Cassandro e Fioretto ragazzo
 
CASSANDRO
La conoscerai tu?

[232] FIORETTO
Signor sì; quella donna che è acconcia con quelli veli in capo a modo d’un taglieri, e fu poco fa qui in casa e mi disse la ventura, guardandomi su la mano e qui nel fronte?

[233] CASSANDRO
Quella a punto. Dilli che la se ne venga subito subito, perch’il tutto è in ordine, e l’aspetto.

[234] FIORETTO
Signor sì, glielo dirò.

[235] CASSANDRO
E non ti por a giocar con putti, al solito, se non vuoi ch’io giochi poi teco con la corda.

[236] FIORETTO
Giocar? Stiamo freschi! Voi mi mandarete ne’ servigi, e mi porrò a giocar, eh?

[237] CASSANDRO
Che so io? Tu li sei tanto avezzo!

[238] FIORETTO
Ma dopoi che la vecchia ha detto di mangiarmi, no gioco più.

[239] CASSANDRO
Va’ dunque, torna presto.


[240,1] Scena decimasettima: Fioretto solo
 
O Dio, mi son scordato di rubar in credenza un pane e del cascio per portarlo a donna Lena fornaia, perch’ella m’ha donato questa bella palla che balza... Oh, ecco! Oh, che sì ch’io la fo giunger a quel segno... Vi giungerà ben quest’altra! O cara madonna, datemi, di grazia, la mia palla, ch’è venuta lì da voi... Trovatela pure, che so bene che l’avete voi. Cancaro, la volevate portar a casa alli vostri fanciulli?

[240,2] Io ho ben anco un bel trottolo a casa, con la punta acuta acuta, e donna Lena m’ha promesso di comprarmi la corda s’io li do un fiasco di vino, quando il padrone non sarà in casa... O Dio, m’ho scordato mo ciò ch’egli m’ha mandato a fare! O tristo me... Mal abbia la palla che n’è stata cagione! Ohimè, come farò?

[240,3] El non m’ha mandato già a veder se madonna Angelica è al balcone; né anco a comprar delle frutta, che m’averebbe dato una tazza e li danari... A scola manco, perché è festa e so che ’l maestro va alla commedia... Ma, coppe!, questa è ben la fiata ch’el adopererà la corda.

[240,4] Ma che? Farò buon animo, e me n’andrò in casa con la beretta in mano, facendo un bel’inchino alla spagnola, e dirò: “El non c’è, signore”. Ma s’el mi rispondesse: “Chi?”, che gli dirò io? Questo è ben peggio... Ma s’io dicesse: “El non se ne trova”, ei potrebbe dirmi: “Di che?”. Or, per finirla, non so come mi far, s’io non vo per tutta la città, rimirando intomo s’io vedesse cosa che mi tornasse alla memoria ciò che m’ha commandato.


[241] Scena decimaottava: Cingana sola
 
Ai, ai, ane achaf, mi baura certa ch’el bilan s’è picata per el gola, per el berta che mi aber fatta de aber tolta el fazuleta col flus, col dinari, bel far martella al so morusa. Ai, ai, mi pensar adessa, canda mi ficata el bentacula sul so besta, el matta creder mi ditta raziun per far martella al so morosa; e mi aber dita: “Cun scarpa rotta ti star matto, mi andar col to dinari, ti restar mo l’aseno...”. Ai, ai, u-allai, star mazinù, per Dio, star matto, achelle ma fis, e star senza cerbel: no aber el-flus, el danari, né aber el moruza, e star desperata, ai, ai...


[242,1] Scena decimanona: Fioretto e Cingano
 
FIORETTO
O ventura! A fe’, ora mi raccordo che ’l padrone m’ha mandato per essa.

[242,2] Madonna, venite or ora dal padrone, per mia fe’, ch’io v’ho cercato per tutta questa città, sempre correndo, tanto ch’io son fiacco.

[243] CINGANA
Enti amel meliè, cusì star ben fatta, el bon fantolina.

[244] FIORETTO
Oh, madonna, dattemi un soldo da comprarmi un tamburino, ch’io voglio farmi maschera.

[245] CINGANA
Busmelè, bolentiera; asbor sugie, ’spetta poca, che mi andar sul casa.

[246] FIORETTO
Maisì, voi ve lo scordarete poi, non so io?

[247] CINGANA
Lè tachaf, no aber paura. Batti el porta.

[248] FIORETTO
Tic, toc. Entrate, madonna, che è aperto.


[249,1] Scena ventesima: Agata sola
 
E’ m’ho spedìa pì presto ch’ho podesto, e andarò mo a far sti altri do servisi che me manca. In prima andarò da m[esser] Cassandro, e sì ghe farò intender tutto quello ch’avemo fatto e ordenao per el so servisio; e po manderò Spingarda a far l’effetto a madonna Barbarina.

[249,2] Ogni muodo ancùo xé stà schelipsi, l’è stao zorno venturao per purassé. Vardé sta Cingana, che con puoca fadiga l’ha vadagnao vinticinque scudi, se Dio m’aìda, che i ghe sta ben, perché la xé poveretta, e m[esser] Cassandro ricco. L’è ben onesto che le oche viva arente i pagiari; e puo che ghe manca altro, a un ricco, si nòme contentarse?

[249,3] Voléu altro? che me dà el cuor che se conzerà le cose anche con messer Arcao, ch’el se porà contentar d’aver un zenero della sorte de m[esser] Cassandro, bello, ricco e zentil. No resta altro si nòme contentar madonna Barbarina: mo se Spingarda no la contenta con la cengia, se farà nuova provision.


[250] Scena ventesimaprima: Lupo e Agata
 
LUPO
Che diavolo ragioni da tua posta?

[251] AGATA
“Chi la dirà o farà dire, da mal franzoso no porà guarire”. Dixeva la ’razion de s[an] Iopo. Mo de donde viestu?

[252] LUPO
Son stato per un servigio.

[253] AGATA
Me sastu dir altro de m[esser] Arcao?

[254] LUPO
Non altro, se non che l’abbiamo novamente spogliato e staffilato cortesemente.

[255] AGATA
Despogiao e staffilao? Mo che me distu?

[256] LUPO
Vah, se non lo vuoi credere, vallo cerca. Posso ben mostrarti li danari de’ suoi drappi, ch’io gli ho venduti a contanti; e se vieni in casa mostreroti il staffílo ancora; ma le staffilate potrà mostrarti lui.

[257] AGATA
Dime, a che muodo? èllo forsi deventà matto?

[258] LUPO
Io credo che sì, e se ’l non sarà venuto così ben bene a compimento, siamo su la strada, Spingarda e io, di farlo venir, e tosto.

[259] AGATA
Vu faré una opera de misericordia.

[260] LUPO
Perciò s’affatticamo.

[261] AGATA
Mo donde vastu adesso?

[262] LUPO
Io vo a porre ad ordine un’altra, non men bella dell’altre.

[263] AGATA
Se puol dir, se puol dir?

[264] LUPO
Non già; ma Spingarda m’ha ritrovato, e hami irnposto ch’io vada a casa, ed egli venirà, e ivi... Ma ve’, diavolo! quasi l’ho detto, non volendo.

[265] AGATA
Orsù; va’ con Dio, che no me curo de saver niente.

[266] LUPO
E tu ove vai?

[267] AGATA
Anca mi vago a metterghene in ordene un’altra, forsi pì bella che la toa.

[268] LUPO
Più bella non potrà già essere, s’ella non fusse mo riccamata.

[269] AGATA
Pezo ca reccamà!

[270] LUPO
Ma odi, Agata, io ti ricordo che ’l padrone è venuto poco fa per il fitto.

[271] AGATA
No te tuor fastidio, ti, de questo, lassa pur la briga a mi, ch’ho san Arcao mio devoto che me provederà.

[272] LUPO
Basta, la cura è tua. Apri, o Stella, apri!


[273] Scena ventesimaseconda: Agata e Cassandro
 
AGATA
Sto aseno de sto mio marìo no è bon da altro se non da pacchiar e dormir. Oh, grame quelle che se imbatte in marìi de sta sorte! I no porta altro con essi se non quel nome de marìo. Co’ no se puol far altro, besogna tuorselo in pazienzia. Mo ve’ qua apunto m[esser] Cassandro.

[274] CASSANDRO
Oh, quanto è dura cosa l’aspettar a qualunque disìa!

[275] AGATA
Signor sì, mo l’è pì dura cosa l’aspettar indarno.

[276] CASSANDRO
Come? Dunque il mio desiderio sarà indarno?

[277] AGATA
Signor no, el vostro desiderio averà bon fin. Mo e’ ve diseva questo perché fasé comparazion dal dolce al garbo.

[278] CASSANDRO
Orbene, ch’avete voi fatto?

[279] AGATA
Tutto ben, tutto ben; avemo trovao una filastoca da mandar fuora de casa madonna Barbarina, azò che abbiemo pì commoditae de menar via madonna Anzelica e metter in so luogo el fio de sta Cingana. Mo andemo de suso, azò che possa insegnarghe quel che l’averà da far, se per mala sorte madonna Barbarina tornasse a casa.

[280] CASSANDRO
Come vi piace.


[281] Scena ventesimaterza: Angelica e Anetta
 
ANGELICA
Anetta, o Anetta!

[282] ANETTA
Padrona.

[283] ANGELICA
Esci fuore, perch’io voglio ordinarti alcuni servigi, né vorrei esser udita in casa.

[284] ANETTA
Dunque non sarete più sicura in casa che fuori?

[285] ANGELICA
Non già.

[286] ANETTA
Comandatemi, dunque.

[287] ANGELICA
Vatene in camera mia, prendi questa mia chiave e cava di cassa la mia camora d’oro soprariccio, la cattena grossa, li manili, li guanti profumati che sono nel cassettino d’avorio, sai tu?

[288] ANETTA
Madonna sì, tutto sarà fatto; ma voi voleti, a quel ch’io veggio, esser molto pomposa col novizzo vostro.

[289] ANGELICA
Odimi, il pendente ov’è il diamante, póntilo in seno; le calze ricamate e li miei zocoli torrai medesimamente.

[290] ANETTA
Volete voi cuffia?

[291] ANGELICA
No, ma quel velo tempestato di perle; e tutto ciò reponi sopra ’l letto, dentro le cortine, che manchi solo butarlemi a tomo, sai?

[292] ANETTA
Madonna sì. O madonna, perché non poss’io partecipar con voi delle vostre contentezze?

[293] ANGELICA
Oh, che trista te faccia Dio! Dunque vorresti che m[esser] Cassandro accarezzasse te ancora?

[294] ANETTA
Io non dico così, ma dico vedervi abbracciati ambidui, e sentire l’armonia de que’ basci amorosi, udir li sospiri, vedervi morsicar or l’una or l’altra gota, con quel’“ohimè, ohimè!” che nasce da estrema e incornparabile dolcezza...

[295] ANGELICA
Tutte queste cose sai benissimo, eh?

[296] ANETTA
E dell’altre ancora. Ma ditemi: sposeravi?

[297] ANGELICA
Sì, di prima giunta. Le cose poi s’acconceranno in casa.

[298] ANETTA
Chi ne dubita?

[299] ANGELICA
La difficultà sarà nella vecchia, ma credo che Agata abbia trovato unguento per la sua rogna.

[300] ANETTA
Come?

[301] ANGELICA
Basta, tu lo saprai.

[302] ANETTA
Ditemi, quando tornarete?

[303] ANGELICA
Fra due ore.

[304] ANETTA
Dio lo voglia! È possibile che questo giovane figliuol de la Cingana tanto v’assomigli?

[305] ANGELICA
Dicono così. Ma non perder tempo, espedisceti.

[306] ANETTA
Io vado.


[307,1] Scena ventesimaquarta: Angelica sola
 
O Amore, dominatore de’ gentili e giovanetti cuori da cui procedono quei desideri, ch’ora di dolce tosco, ora d’amaro mèle nudrisci gli animi nostri; se mai fosti propizio ad alcuno che militasse sotto il tuo santo e glorioso impero, inchinati a noi, mira noi, soccorri noi! E fallo, signor mio, per quel’arco, per que’ strali, per quelle faci a cui cedono tutti li dèi de’ cieli. Fa’ ch’io possa sacrarti per li ottenuti voti non incensi, non vittime, ma questo cuore, e s’altro mi resta!

[307,2] E voi, spiriti gentili, deh, per pietà, s’avete li cuori simili al volto, pregate li dèi che mi siano favorevoli in questi nostri amori. Vedete li cuori nostri simili e concordi nella affezione e amore; qual dolcezza sarà donque da comparare alla nostra, se sortisce il nostro pensiero a perfetto fine? Fatelo, di grazia; a voi dico, o donne, che vi dimostrate tutte pietose del caso mio; a voi dico, ch’avete provato che cosa è Amore: pregate per me, e, potendo, soccorretemi ancora, perché non è maggior segno d’umanità ch’aver pietà d’un misero.

[307,3] Ma... oh trista me, che gente armata potrà esser questa? Io mi fuggo in casa.


[308] Scena ventesimaquinta: Spingarda, Acario e Lupo
 
SPINGARDA
Portate la lanza in resta, da buon combattitore.

[309] ACARIO
Carteri, ’spetta poco che me cunza bé la punda, se te piazi.

[310] SPINGARDA
Ove diavolo andate?

[311] ACARIO
Dumanda ’l mio gambi, come l’orbo vago... Dèn vlepis, no vedestu che diavolo zé chesto? No vedo gnendi co chiesta testa del fero.

[312] SPINGARDA
Stiam freschi! Oh, giostrate ben ne l’anello?

[313] ACARIO
Benissimo, mengio chié una dotturi. Catro palii mi gadagnao sul Corfù, mo in cavalo, no sul pie. Andesso bezogna poco usarme con chiesta armi, brima.

[314] SPINGARDA
Andate così per traverso, come fanno li buoni giostranti.

[315] ACARIO
Col punda innanzi, nevero?

[316] SPINGARDA
Signor sì.

[317] ACARIO
Ma ti no porta lanza?

[318] SPINGARDA
Signor no, io sono alla leggiera.

[319] ACARIO
Dunca mi zé alla pezoca.

[320] SPINGARDA
Ben sapete.

[321] ACARIO
Chié vusto mo chié fazza?

[322] SPINGARDA
Io voglio che giostrate nella porta di Lupo con questa lanza, tanto ch’el sia sforzato venir giù; intanto io starò apparecchiato con questo spadone a due mani, e tutto a un tempo li gettarò le gambe in terra. Non vi dà poi il cuore, com’egli sarà morto, di far le vostre vendette?

[323] ACARIO
Si, cando zé morto lassa pur far a mi, chié cunzerò ben, chié no avé plio baura d’ello. Mo si no vegnisse zuso del baura, e chié de suravìa me ’mazzasse?

[324] SPINGARDA
Vah, diavolo! Non sapete il proverbio? “Nunciati bene, che a pena l’arai”. Andate pure con l’animo di vincere, ch’el perdere non manca mai. Cominciate, dunque.

[325] ACARIO
Ah, ah, ah, ah... Toc, tac.

[326] SPINGARDA
Vah, sì!, voi avete dato due pertiche discosto.

[327] ACARIO
Varda chié di’esser mio lanza storto, e no giusto. Cunza mengio.

[328] SPINGARDA
Tenetela così. Tornate a correre.

[329] ACARIO
Ah, ah, così stan bé.

[330] SPINGARDA
Signor sì. Orsù, corete forte, su, valentuomo!

[331] ACARIO
Ah, ah, ah, ah... Poldró, cà mastin, viè zuzo, che andesso te passo d’una banda l’altra! Oimena, oimena...

[332] LUPO
Chi è là? Olà, che vol dir quest’arme?

[333] ACARIO
Spigarda, o Spigarda!

[334] LUPO
Chi è questo Spingarda? Chi sei tu?

[335] ACARIO
Egò ime psicchì tù Rulado, mi zé l’agnima de Rulado, nollo me tàgiara, no me tuccari...

[336] LUPO
Che vai tu facendo?

[337] ACARIO
Èrcome appò tò allo cosmo, vegno da l’aldro mundo a purtar fora de chesto tudi li cattivi omegni.

[338] LUPO
Che mundo? Che cattivi omini? Scendete, o di sopra! O fratelli!

[339] ACARIO
Lassame stari, che no vungio frandelli, no, so’ fio sullo...

[340] LUPO
Portatemi giù un sacco, tosto!

[341] ACARIO
O Spigarda, Spigarda, poldró, cà mastì, chié mondo ti me lassao ca in la péttula...

[342] LUPO
Chi è questo Spingarda? Spazzatevi, a chi dic[h]’io?

[343] ACARIO
Oh, cacchì ’mera nacchis, tì thelis camis mè tò sachì? Chié vusto fari de chiesto sacco?

[344] LUPO
Tu lo vedrai. Dammi quel drappo, ch’io lo sbadagli. A questo modo si va alla casa delle buone persone, armata mano?

[345] ACARIO
Den en’alìthia, no zé vero... Oh, oh, uh, uh, ba, ba...

[346] LUPO
Oh, grida mo a tuo seno! Prendilo in spalla, tu, Brandone, e viemi dietro, ch’io lo voglio gettar giù d’un ponte.

[347] ACARIO
Uh, uh, uh, uh, uh, uh...

[348] LUPO
Caminate, caminate!


[349] Scena ventesimasesta: Barbarina sola, in abito di vergognosa
 
Orben, che non fa far Amore? Ecco in qual abito io mi sono aviluppata, lasciando la mia casa sola, e irmi a periclo de l’onor e della vita... Lasciamo andar l’anima, che d’essa si tien poco conto oggidì. Sii come si voglia, io me n’andrò qui dietro al Palazzo, e torromi la calcina delle pregioni, di prima: poi in questa ampola porrò l’acqua di sette fonti, e ultimamente andromi nel cimitero di San Vido e prenderò la terra di sette morti; e poi lascerò operar ad Agata, che so ch’ella farà il debito, amandomi com’io so ch’ella fa. Ed essendo sufficiente per la speranza del premio, ed espediromi tosto; e ho ventura che le preggioni, le fonti e i morti mi sono vicini.


[350] Scena ventesimasettima: Anetta sola
 
Chi vol far un pigro solecito, un timido animoso, un vile nobile, un avaro prodigo, li ponga ne l’animo Amore. Ecco, mentre che la vecchia si vestiva nella sua camera di quel’abito da vergognosa, la giovane medesimamente s’ornava nella sua da sposa; né a pena credev’io ch’lla s’avesse posto la camiscia, ch’ella era già addobata di tutto punto, né potea soffrir tanto che la vecchia uscisce di casa, che mi tenea detto: “Mira bene dalla fínestra se Agata viene...”. Ma non è quella ch’è al balcone? E’ parmi pur riconoscerla, e udirla masticar avemarie. Sète voi, madonna vecchia?


[351] Scena ventesimaottava: Agata e Anetta
 
AGATA
Sì che son mi. Che se fa?

[352] ANETTA
Bene, tutto è in ordine.

[353] AGATA
Certo?

[354] ANETTA
Certissimo.

[355] AGATA
Madonna Barbarina èlla andà fuori de ca’?

[356] ANETTA
Madonna sì, vestita da vergognosa.

[357] AGATA
Che fa madonna Anzelica?

[358] ANETTA
Si strugge perché tardate tanto a venir.

[359] AGATA
Vaghe a dir che vegneremo adesso, e fa’ che la sia in ordene, veh?

[360] ANETTA
Madonna sì. Oh, sarebbe il bel caso s’io mi trastulasse con quel giovane che vogliono porre in luogo di madonna Angelica... E veramente mi risolvo a farlo, che ad ogni modo non s’ha altro, in questo mondo, se non quel che si piglia.
Io vengo, io vengo!


[361] Scena ventesimanona: Agata, Cassandro, Falisco, Medoro, Cingana, Anetta e Angelica
 
AGATA
Spazzéve, m[esser] Cassandro, vegnì zoso con tutti quei altri e no sté pì, caro fio, ch’ogni indusio porta pericolo... Oh, se sta cosa va ben, no merito una corona, care colombe?

[362] CASSANDRO
Siamo qui.

[363] AGATA
Vegnìme drio cusì pian pian... E vu, tiréve zó un poco pì quel fazzuol; oh, cusì sta ben. Romagnì pur in casa, vu, sorella.

[364] CINGANA
Pusmellè, bolentiera.

[365] CASSANDRO
Tu, Falisco, starai a questa strada, e se vedesti venir alcuno, farai motto.

[366] FALISCO
Lasciate la cura a me.

[367] AGATA
Vegnì mo de longo. Anetta!

[368] ANETTA
Sète voi qui?

[369] AGATA
Sì, fia, sì... Orsù, intré presto e arecordéve de far zò che v’ho ditto; Anetta, faghe bona compagnia, sastu, fia? Madonna Anzelica, vegnì fuora, anema mia, no ve vergogné, caro sangue... No vedéu qua chi ve adora?

[370] CASSANDRO
O diletta a me sopra ogn’altra cosa, quanto v’ho io desiderata! Siate la benvenuta.

[371] ANGELICA
E voi similmente, dolce anima mia.

[372] FALISCO
Non procedete con tai cerimonie qui in strada, entrate in casa.

[373] AGATA
Falisco dixe el vero. Mo avertì, messer Cassandro, che no ve desmenteghé della mia promessa, e’ ve l’arecordo.

[374] CASSANDRO
Qual promessa?

[375] AGATA
Che ve sia recomandao el so onor, caro sangue.

[376] ANGELICA
Deh, sì, caro ’l mio bene, l’onor mio vi raccommando.

[377] CASSANDRO
Non dubitate, donna Agata, ch’io l’ho più caro che voi; e se volete venir con noi in casa, in presenzia vostra la sposarò come vi promisi.

[378] AGATA
E’ ho un puoco da far per madonna Barbarina so mare, me fido ben in la Signoria vostra.

[379] CASSANDRO
Io non sono per mancar mai di quanto v’ho promesso.


[380,1] Scena trentesima: Agata sola
 
Orsuso, la mia tela xé ordìa, manca mo la trama, che sarà Spingarda, quando el frusterà la vecchia Barbarina. Tutto xé pur vegnùo per el mio saver: adonca l’arte ruffianesca no xé cusì da tutti, l’ha pì ponti che no ha el zuogo della scrimia... El besogna purassai cose a essercitarla, la vuol audazia, aver fronte, esser ben sfazzae, che questo xé quel ch’importa el tutto.

[380,2] E’ vorave saver adesso donde xé Spingarda per poderghe parlar. Orsù, me ho impensao de andar a casa mia, ch’el porave esser là facilmente, perché Lovo mio marìo me disse, poco xé, che i voleva esser tutti do insieme per far un’altra berta ancora a m[esser] Arcao. Tic, toc, tac.


[381] Scena trentesimaprima: Stella e Agata
 
STELLA
Sète voi, madonna, che picchia?

[382] AGATA
Sì, fia, sì. Dime, sarave per ventura qua Spingarda?

[383] STELLA
Spingarda, an? Non mi raccordate de Spingarda, di grazia, se non volete farmi far la morte di Margute!

[384] AGATA
Per che causa?

[385] STELLA
La causa è che l’ha fatto armar quel meschin de messer Acario suo padrone da uomo d’arme, e condotolo a giostrar qui nella porta, di modo che, avendola Lupo lasciata aperta, subito che ’l sgraziato la toccò con la lanza ella s’aperse de fatto, e traboccò qui dentro in casa. E tutto a un tempo, fingendo Spingarda esser fuggito, s’ascose qui dietro; intanto Lupo chiamò giù Brandone suo compagno, e di prima l’hanno sbadagliato, acciò che ’l non gridi - ma solo muggiva com’un toro -, e dipoi, postolo entro un sacco, Brandone lo tolse in spalla, e hanno ordine fra di loro di portarlo in quel cimitero scuro de San Vido e porlo poi in una di quell’arche de’ morti che sono aperte, ma slegar prima il sacco, tanto che movendosi possa uscirne.

[386] AGATA
Oh, mo che te àldio a dire? Sarave ben pì da rider puo, s’el cattasse so mogier là sotto ’l portego dei morti!

[387] STELLA
Come? Ch’ha [a] far sua moglie in quel cimitero?

[388] AGATA
Niente, niente, e’ soggiava... Serra donca la porta, zà che Spingarda no xé qua, e va’ de suso.

[389] STELLA
Tornate tosto, di grazia.

[390,1] AGATA
E tornerò adesso adesso.

[390,2] Mo ben, mo ben, l’è cusì, tutti i santi aìda a andar in zoso. Se per sorte madonna Barbarina, so mogier, alde m[esser] Arcao a urlar a quel muodo in quell’arca, la cosa xé spazzà, la morirà da spasemo; e a questo muodo s’averà trovao una medesina contra l’amor dei vecchi, che sarà bona e al proposito. Mo chi no averave paura? E tremo mi qua, solamente a pensarmelo!

[390,3] Mo chi è questi che vien a ridando de qua? Oh, xé Spingarda con mio marìo, aponto...


[391] Scena trentesimaseconda: Lupo, Spingarda e Agata
 
LUPO
Ah, ah, ah!

[392] SPINGARDA
Ah, ah, ah, ah, ah!

[393] AGATA
De che ridéu, an, bone lemosene?

[394] SPINGARDA
Di che, an? Di messerAcario mio padrone, che l’abbiamo posto in un sacco e portatolo in una sepoltura, qui nel cimitero di San Vido, e ivi muge com’un asino ch’egli è.

[395] AGATA
Quando l’avéu portao?

[396] LUPO
Or ora.

[397] SPINGARDA
Sai di ch’io dubito?

[398] LUPO
Di che?

[399] SPINGARDA
Che quel povero, vestito di quel sacco da vergognoso, non ci abbia squadrati.

[400] AGATA
Che povero diséu?

[401] LUPO
Uno di quelli che paiono mascarati.

[402] AGATA
Onde xello?

[403] LUPO
Era ascosto in quel cimitero, e ivi faceva alcuni atti, quasi ch’avesse facende ivi oltre.

[404] AGATA
Ah, ah, ah, ah!

[405] LUPO e SPINGARDA
Di che ridi?

[406] AGATA
Ah, ah! Ohimè, la spienza... Ah, ah! E’ rido de quel povero che vu dixé. Savéu chi l’è?

[407] SPINGARDA
Chi è?

[408] AGATA
So mogier!

[409] LUPO e SPINGARDA
Sua moglie?!

[410] AGATA
So mogier, sì, che l’ho mandà a tuor della terra de morti per far stregarìe...


[411] Scena trentesimaterza: Barbarina, Acario, Spingarda, Lupo e Agata
 
BARBARINA
Ohimè, o trista me, ohimè, soccorso, soccorso!

[412] ACARIO
Uh, uh, uh, uh, uh!

[413] BARBARINA
Ohimè, aiutatemi!

[414] ACARIO
Uh, uh, uh, uh, uh!

[415] SPINGARDA
Chi sète voi? Che c’è di novo?

[416] BARBARINA
Il diavolo! Non lo vedete voi, armato?

[417] LUPO
Come, ’l diavolo?

[418] BARBARINA
Toc, tic, apri, Anetta! Anetta! Ohimè, fa presto!

[419] SPINGARDA
Ah, ah! Ohimè, io muoio... Ah, ah, io scoppio delle risa, aiutatemi...

[420] AGATA
E mi credo d’averme pissà sotto da rider.

[421] LUPO
Ah, ah, tu hai pisciato certo! Oh, mal abbia te...

[422] AGATA
E’ me maravegio che non sia morta, mi.

[423] SPINGARDA
Fu mai berta più onorevole di questa?

[424] LUPO
Chi la vuol più bella, se la depinga!

[425] SPINGARDA
Ma che s’ha a fare?

[426] AGATA
Besogna che ti vaghi in casa per veder d’accordar sti laùti descordai.

[427] SPINGARDA
Non sarà poco, e credo che non gli accordarebbe l’accordanza.

[428] AGATA
Oh, ti i accorderà’ ben, sì! Onde xé la to sufficienzia? Anca nu andaremo in casa, e se te spazzi presto vegnirà’ a farme intender subito zò che ti averà’ fatto.

[429] SPINGARDA
Io andrò a pormi alla prova, ma non mi dà il cuore d’accordarli certo.

[430] AGATA
Oh, sì ben sì, va’, che andaremo anca nu, e lassarate puo veder, sastu?


ATTO QUINTO


[1] Scena prima: Agata sola
 
E’ son impazzà, no so zò che diebo far. In prima vo’ trovar Spingarda, per intender quel che xé intravegnùo dei vecchi stravestìi int’el cimiterio; o pur si diebo andar a veder co’ xé passà le cose dei novizzi, e trovar via e muodo de tornar madonna Anzelica in casa, e cavar fuora quel zovene, fio de la Cingana, che avemo messo stravestìo da donna in so luogo. Agata, adesso besogna che ti metti a man el to saver, e veder che sta mutacion reinsa in ben. Oh, mo ve’ aponto Spingarda. Che me sastu dir de nuovo?


[2] Scena seconda: Spingarda e Agata
 
SPINGARDA
Oh, cose grandi, cose grandi invero! La vecchia s’era serrata entro una camera, e gridava e spasimava come s’avesse le doglie del parto, tanto che nelli gridi ella andò in angoscia, per quanto si puoté veder per la fessura de l’uscio.

[3] AGATA
Oh, trista la fazza Dio!

[4] SPINGARDA
Odimi pure: intanto ebbi tempo di disarmar il babuasso del mio padrone, giù da basso in cantina, ch’essa non lo vide, e svegliata li diedi a credere ch’era stata una illusione.

[5] AGATA
Dime, caro Spingarda, a che muodo l’hastu conzà, intravegnando che la giera andà sotto ’l portego dei morti?

[6] SPINGARDA
Pooh, l’acconciai benissimo. Io dissi al vecchio ch’ella avea in consuetudine d’andar ogn’anno in cottal giorno, com’oggi, in quel’abito, a pregar per l’anima di non so che suo parente, e gli protestai ch’el non dimostrasse esser stato lui per niente.

[7] AGATA
O che bella pensata!

[8] SPINGARDA
Odi pure: perch’el stava ostinato e non volea perdonarmi a modo alcuno, dicendo ch’io n’era stato cagione, perciò che lo lasciai solo mentre egli giostrò nella tua porta, e che per quello Lupo, tuo marito, lo pose nel sacco e lo fece portare nella sepoltura, pure io m’escusai che ’l timore me lo fece fare, tanto ch’a l’ultimo mi perdonò.

[9] AGATA
Alla fe’, che ti t’ha’ portao da un Turlio, e ancùo s’ha visto la to sufficienzia! El se porave far certo una comedia de ste cose intravegnùe senza pensar.

[10] SPINGARDA
Non è così, cara Agata? El parrebbe novo ad alcuno, che non conoscesse la sufficienzia mia, udendo ch’in sei o ott’ore fussero stati fatti da un intelletto così naturale come ’l mio tutti questi travagli: e pure è vero. Ma spero col tempo, sì come li préncipi hanno - mercè luoro - riconosciuto e premiato la sufficienzia mia, che la plebe anco m’abbia a reverire.

[11] AGATA
Che impiastro me fastu de prìncipi, piovani e rev[en]dini, e de mille garbugi?

[12] SPINGARDA
Oh, tu non intendi il mio zergo, Agata.

[13] AGATA
No in veritae, e no me curo nianche de intenderlo. Mo dime, per to fe’: madonna Anzelica, che févela fin tanto?

[14] SPINGARDA
Madonna Angelica? No l’ho veduta, perch’ella s’era chiusa nella sua camera, né mai potemo farla uscire; anzi, credevamo ch’ella fusse morta di paura, se non che per le fissure de l’uscio la vidi che si ridea del fatto nostro.

[15] AGATA
Oh, povereta! Se porave parlarghe?

[16] SPINGARDA
Questo non ti so dir, puoi dimandarlo. Io non son buono intercessore, e poi ho un poco di facenda, per ora.

[17] AGATA
Aldime un puoco, donde vastu?

[18] SPINGARDA
Se mi vien’ dietro, tu ’l vedrai facilmente.

[19] AGATA
E’ averave ben puoco da far, a vegnir drio a un matto co’ ti xé ti!
O menchion! Gnanca ti no sa’ co’ passa le cose de m[adonna] Anzelica, si ben ti xé cusì cattivo. Orsù, vogio andar in casa de m[esser] Cassandro per veder quel se die far. Sté mo... Che remor xé questo in casa de m[esser] Arcao? Vogio star a scoltar qua dentro la porta de m[esser] Cassandro; agne muodo la xé averta.


[20] Scena terza: Acario, Barbarina, Medoro e Agata
 
ACARIO
Pia, pia mio fia sbirità chié scamba! ha, pia... Viè zuso, Babuina, camina via forti, andemo drio, chié zé scambao, no védestu?

[21] BARBARINA
Ov èlla gita?

[22] ACARIO
De ca zé adao... Ti zé pegora, diavule? Se mi fusse pegora como ti, e no fosse como ’l cervo presto, no piarave mai. Trecchie, curi, viè drio del mi!

[23] BARBARINA
Andate innanzi, ch io vi seguo.


[24] Scena quarta: Agata, m[esser] Cassandro, Falisco, Angelica e Fioretto
 
AGATA
Missier Cassandro, vegnì zó presto, corré e no sté pì! Medessì, el di’esser adesso su le dolcezze e su i rasonamenti amorosi, e me dubito che le àrgane no ’l tirerave da basso... Oh, vu sé pur qua.

[25] CASSANDRO
Che c’è di novo?

[26] AGATA
Buone nuove, buone nuove.

[27] CASSANDRO
Che dite?

[28] AGATA
La ventura ne corre drio.

[29] CASSANDRO
Come?

[30] AGATA
Mettemo madonna Anzelica in casa adesso, ché avemo tempo.

[31] CASSANDRO
Che tempo? Come lo sapete?

[32] AGATA
Ascolté pur, si volé aldir da nuovo. Adesso, siando qua alla vostra porta, ho visto m[esser] Arcao e madonna Barbarina so mogier che tutti do i correva drio a quel zovene fio della Cingana.

[33] CASSANDRO
Drieto a quello ch’avevamo posto in luogo della mia Angelica?

[34] AGATA
Misier sì, e no so per che cosa. No stemo pì a vardar la festa, dunca; e’ m’ho impensao un’altra berta, che sarà da ridere.

[35] CASSANDRO
Che cosa?

[36] AGATA
Che quando i vecchi tornarà a casa, vogio che m[adonna] Anzelica, stagando al balcon, la ghe fazza un bon rebuffo, digando che i se doverave vergognar a insir de casa a ste ore, cusì a corando co’ fa i matti, stravestìi a quel muodo; e che ’l rebuffo sia così grando che la i stornissa, de muodo che i no sappia se i dorma o vegia.

[37] CASSANDRO
Oh, voi l’avete ritrovata bella! Piacevi così, madonna Angelica?

[38] ANGELICA
Signor sì.

[39] FALISCO
A fe’, padrone, ch’Agata merita ogni bene.

[40] CASSANDRO
Come?

[41] FALISCO
Signor sì, non vedete come accortamente procaccia l’util vostro?

[42] CASSANDRO
O Agata, voi v’avete acquistato oggi un figliuolo.

[43] ANGELICA
E una figliuola ancora.

[44] FALISCO
E a me che toccherà, per esservi stato sensale?

[45] AGATA
Lassa, che la conzerò mi, Falisco.

[46] FALISCO
Dio lo voglia!

[47] CASSANDRO
Voi dunque, dilettissima signora mia, sarete contenta tener in memoria il fedelissimo vostro servidor Cassandro, e quanto più presto potrete, e con il meglior modo, ritrovar occasione che siamo insieme; imperò che questi dolci abbraciamenti non sono stati altro se non quella acqua che ’l fabro suol gettar su li carboni accesi, ch’ad altro non giova se non a revivar più la fiamma e ad avalorar più il fuoco.

[48] ANGELICA
Questo mi sarà di continuo a cuore, o gentilissimo giovane; così voi non vogliate scordarvi li sagramenti tanti e la fede datami. E s’altro a ciò non v’astringe, stringavi la compassione d’aver veduto me, giovane, ricca e dongella, esser venuta così amorevolmente in potestà di voi; perciò che vi giuro, per l’amor ch’io vi porto, che tantosto ch’io vedesse la fantasia vostra volta in altra parte, io farei essempio di me a tutte quelle che per l’avenir ameranno.

[49] CASSANDRO
Di questo voi non dovete dubitar, perché quando vedrete il sole leone nel mezo giorno mancar di luce, alor il vostro Cassandro mancherà di fede. Siate contenta, dunque, concedermi per ora gli ultimi basci.

[50] ANGELICA
O dolcezza inestimabile...

[51] CASSANDRO
Voglia ’l cielo che così eternamente possiamo goderci.

[52] AGATA
Intré drento, madonna Anzelica, intré, fia.

[53] ANGELICA
Restate, a Dio.

[54] AGATA
Seré pur la porta, e féghe un buon rebuffo co’ ve ho ditto.

[55] ANGELICA
Madonna sì, lasciate pur far a me.

[56] FIORETTO
An, madonna, se sarete la novizza, non mi vestirete alla vostra impresa?

[57] ANGELICA
Sì, veramente, pur ch’Iddio ’l voglia.

[58] FIORETTO
Lo vorà certo, perch’io lo pregarò. State di buon animo, non piangete.

[59] AGATA
Parlemo pian, m[esser] Cassandro, che la Cingana xé vegnùa alla porta, che la no sentisse...


[60] Scena quinta: Cingana, Agata, Cassandro, Falisco e Fioretto
 
CINGANA
Già u-ane ex amella? E mi ch’aber da far? Canda me tornata el mio filion? Ti ditta menar presta presta: u-fiem, unde star? Mi no beder ninta, mi.

[61] AGATA
No ve dubité, sté de buona vogia. Avéu tanta paura de sto vostro fio?

[62] CINGANA
Eh, mara mia, no saber tia, chila che boler ben, aba sembre paura? Aber brobata mai enti l’amor del figlion, del fiola?

[63] AGATA
Madonna sì che l’ho provao, e sì el provo; cusì fusse io fuora! Sté pur de buona vogia: m[esser] Cassandro, mené in casa sta donna da ben. No ve partì, ch’adesso adesso ve menerò vostro fio.

[64] CINGANA
Chesto bastar bel mi.

[65] AGATA
In sto mezo ghe conteré i danari che ghe avé promesso, e tanto manco ghe recrescerà l’aspettar.

[66] CASSANDRO
Questo farò molto volentieri. Andiamo.

[67] CINGANA
Mi[n] sene allà già sati, per ’mur del Dia, madonna, atilo fiza, menar presta presta.

[68] AGATA
Voléu altro? che ve ’l menerò adesso. No ve dubité, no.

[69] CASSANDRO
Andiamo di sopra, madonna.


[70,1] Scena sesta: Agata sola
 
Si ancùo me fosse vegnùo vogia de andar in cielo, e’ credo che sti campanieli e ste torre sarave montai un in cima [a] l’altro per farme una scala. Vedéu co’ la fortuna me xé stà in favore? S’avesse volesto domandar a bocca ste cose, le no sarave vegnùe pì a proposito co’ le xé vegnùe.

[70,2] Forsi che me ha besognao andarle a tuor in prestio in qua e in là, né anche robarle da nissun? Le xé pur tutte nuove, insìe adesso adesso de sto cervello, si ben no son stà in Studio; e sì ho fatte tante facende, gramarzè alla mia bona natura, al despetto dei ignoranti e maligni. Mo alla fe’ bona, che a voler cercar custù sarave propio propio voler cercar l’anello che butta in mar el Dose de Veniesia el dì della Sensa. Orsù, e’ vogio andar a casa a reposarme un puoco, e porò puo andar per i mie altri servisii.


[71] Scena settima: Lupo e Agata
 
LUPO
Agata, dove vai tu?

[72] AGATA
E’ vegno a casa, mi, no vedestu? Mo ti, donde in malora vastu?

[73] LUPO
E io n’esco. Ma va’ di sopra, va’, ch’io vo in beccaria, ch’oggimai è sera.

[74] AGATA
Sì, mo va’, e no star pì, che ti non te impentisse. Tic, toc.

[75] LUPO
Oh, ben, il guadagnar insegna el spendere, si suol dire. Io, per grazia di Dio, ho guadagnato oggi assai bene, di modo ch’io voglio irmene a visitar la beccaria, overo li pollaiuoli.
Ma non è quello Spingarda? Spingarda, o Spingarda!


[76] Scena ottava: Spingarda e Lupo
 
SPINGARDA
Chi mi chiama?

[77] LUPO
Ove vai così in fretta?

[78] SPINGARDA
Oh, sei tu, Lupo, fratello? Un caso, il maggiore che mai si vedesse! Angelica nostra di casa, per quanto io posso comprendere, irnpaurita dal strepito e dalla novità del vecchio, è spiritata.

[79] LUPO
Spiritata, diavolo?

[80] SPINGARDA
Spiritata, sì, ed è fuggita di casa com’una pazza. Il vecchio e la vecchia l’hanno seguita, e per sorte sonosi incontrati in me; ont’io gli ho aiutati tanto pur che l’abbiamo presa e legata collà dietro, in quella fabrica rotta, e ivi fa le maggior cose del mondo: vol batterli, dice non li conoscere, e grida che farebbe compassione fino a’ cani.

[81] LUPO
Ohimè, che mi dici tu?

[82] SPINGARDA
Propio com’è andata la cosa, né vi giungo un pontino.

[83] LUPO
Be’, dove andavi così in fretta?

[84] SPINGARDA
A casa, per tôrre due drappi da festa, uno per sua madre e l’altro per essa, acciò che non sia conosciuta.

[85] LUPO
Sai de ch’io dubito?

[86] SPINGARDA
Di che?

[87] LUPO
Che la malatia non sia altro che spirti...

[88] SPINGARDA
Che vuoi tu che sia altro?

[89] LUPO
Che, an? La tentazion della carne.

[90] SPINGARDA
Oh, mi maravigliavo!

[91] LUPO
Va’ dunque, non tardar più, poi che sei così bene abbattuto oggi, in matti e spiritati.

[92] SPINGARDA
Eh, povera giovane, quanto m’incresce... Tic, toc, tac. Rispondete almeno, e non me fate gettar giù le porte!


[93] Scena nona: Angelica e Spingarda
 
ANGELICA
Io mi pensai ch’era il pazzo di Spingarda!

[94] SPINGARDA
Ohimè, ohimè, ohimè!

[95] ANGELICA
Che di’ tu? Vuoi tu venir di sopra? Tu non rispondi, stolto?

[96] SPINGARDA
Questo sì ch’è bello! E’ spero d’esser entrato nella Scola de’ pazzi.

[97] ANGELICA
Che ragioni così da te?

[98] SPINGARDA
Che debbo far? Vi scongiuro da parte di san Binto che voi diciate se sète la mia padrona Angelica o qualche spirito fantastico.

[99] ANGELICA
Sei tu impazzito? Vuoi tu venir di sopra, o che? Lascia cotali sciocchezze.

[100] SPINGARDA
Venir di sopra? No, in bona fe’, ch’io non verrei più in questa casa se mi faceste un dono di ciò che c’è dentro.

[101] ANGELICA
E perché?

[102] SPINGARDA
Perch’ella è la casa della illusione e della pazzia, di modo che per esservi stato quel tempo che vi son stato, dubbito di non aver mandato il cervello a bracco.

[103] ANGELICA
Ch’invoglio è questo che mi dici?

[104] SPINGARDA
Che diavolo volete ch’io dica, se or ora vi lasciai collà, nella fabrica rotta, dove insieme con vostro padre e vostra madre v’avevamo legate le mani; e mandoromi ora per due veli da testa, acciò che vi conducessero a casa coperta, per non vi porre in bocca del vulgo; e poi, gionto a casa, vi ritrovo qui?

[105] ANGELICA
Questo ha causato il troppo bere.

[106] SPINGARDA
Il troppo bere, dite voi? E d’essi, che vi tengono poi legata, che dite?

[107] ANGELICA
Ch’hanno perduto il cervello.

[108] SPINGARDA
E di voi, che sète legata collà, che è poi?

[109] ANGELICA
Quello si deve esser un spirito fantastico.

[110] SPINGARDA
Stiamo bene! Ch’ho io a far dunque?

[111] ANGELICA
Andate a legarli ambidue, e anco quel spirto, se tu puoi, perché meritano le cattene. E tu, vati a far segnar li spiriti.

[112] SPINGARDA
Fatemi tanto piacer, di grazia: non vi partite di casa.

[113] ANGELICA
Oh, non te dubitar, no.

[114] SPINGARDA
Io voglio pur chiarirmi s’hanno legato cosa alcuna, o s’è fantasma... Se questa è Angelica, quell’altra che sarà poi?


[115] Scena decima: Angelica e Anetta
 
ANGELICA
Che ti par, Anetta, di questo caso?

[116] ANETTA
Mi par caso certo da tenirlo a memoria perpetua e raccontarlo spesso spesso, acciò che non si scordi.

[117] ANGELICA
Che credi che sarà?

[118] ANETTA
Che volete che sia? Credo che ne sarà bene: caricateli pure di villania, col dirli che vanno farneticando, che non sarà altro. Agata poi porrà il zuccaro sopra la torta con la sufficienzia sua. Oh, che donna da tenirne conto!

[119] ANGELICA
Certo che tu di’ il vero: e io gli farò tal presente ch’ella rimarrà sodisfatta del fatto mio per sempre.

[120] ANETTA
Voi farete il debito vostro, madonna, e dirovi ch’è gran mercè soccorrer queste tali. Vedete di quanto bene ella è stata cagione.

[121] ANGELICA
Tu dici bene il vero, ma così poteva essere cagione di gran male.

[122] ANETTA
Pensiamo al bene, per ora, e chi mal pensa, mal abbia.
Ma ecco, ecco la comedia che viene...


[123] Scena undecima: Medoro, Acario, Barbarina, Spingarda, Angelica e Anetta
 
MEDORO
Lasciatemi, vi dico!

[124] ACARIO
Propati, camina, fian bella, no te metter tando dendro la cervello su chesta fandasia, perchié ti no avarà mal gnendi, cando ti sarà cuffessao.

[125] MEDORO
Confessatevi voi, tristi che sète!

[126] BARBARINA
A tuo padre, an?

[127] MEDORO
Che padre? Io non l’ho per padre, né lo voglio per padre, né vorrei ch’el mi fusse padre.

[128] ACARIO
Paradossu tù agio Cillostroma, recumandati a san Fracaletto, fia mia dolci, e fa’ to speranza su ello, che glìgora, presto, te ’l cavarà fora chiesto mali.

[129] MEDORO
O Dio, perché non sono io slegato?

[130] BARBARINA
Che credete? Ella deve avere una legione de spiriti adosso.

[131] SPINGARDA
Io non credo mai veder quell’ora ch’io veggia qual de’ due sarà il spirito.

[132] ACARIO
Ti no avé visto bé, ti stravisto!

[133] SPINGARDA
Basta, s’avrò traveduto, spero travederete ancor voi tosto.

[134] ACARIO
Batti poco, Spigarda.

[135] SPINGARDA
Di grazia. Ma ecco apunto...


[136] Scena duodecima: Angelica, Spingarda, Acario, Medoro, Barbarina e Anetta
 
ANGELICA
E che novità sono quelle? Ditemi un poco, dove avete gl’intelletto, m[esser] padre?

[137] ACARIO
Mugieri!

[138] SPINGARDA
Be’, padrone, voi non parlate ora? Che vi diss’io?

[139] ACARIO
Tì suffènete, che te par, Babuina?

[140] BARBARINA
Che pare a voi?

[141] ACARIO
Zé vu sbirito, o zé vu l’Azelica?

[142] MEDORO
Io sono il mal... quasi che non l’ho detto, vecchi ribambiti!

[143] BARBARINA
E tu chi sei?

[144] ACARIO
Sì, anga ti, chi zé ti?

[145] ANGELICA
Fatevi udire al popolo, fatevi udire! Fareste meglio a lasciar la meschina e venir in casa, se Dio m’aiuta.

[146] ACARIO
Thelis nà su ’pò, vustu chié ten diga, Babuina? Chella me bar Azelica.

[147] BARBARINA
E a me par quella e questa.

[148] ACARIO
Dèn imborì, no pol esser chiesta e chiella, zé un sula. Mo se lassemo chiesta, chel’aldra chié zé culà mi baura chié no va sul fumo.

[149] BARBARINA
Che c’è da far, dunque?

[150] ACARIO
Menarsella cu nui in casa, e chi’apecchì, buo, vendremo mengio, cul commoditai, sutto ’l drappi, si zé chiella. Voithì-me, aìdame a parar dendro ’l porta.

[151] BARBARINA
Apri, tu, sii che diavolo esser si voglia!


[152] Scena decimaterza: Cingana, Spingarda, Acario, Medoro, Barbarina, Agata, Angelica e Anetta
 
CINGANA
Già u-enti ra fiem? Onde strasinar chiesto, enti?:

[153] SPINGARDA
Tu sei qui, donna da bene?

[154] CINGANA
No dir ninta, che mi dar bel ti tutto ’l cosa.

[155] SPINGARDA
No ti pensar anco altramente.

[156] ACARIO
De chié cosa parlastu vui?

[157] SPINGARDA
Niente, niente, padrone.

[158] CINGANA
Onde strasinar enti chesta? A chi diga mi? Lassar ca, bresta, enti boler ’sassinar bel mi? Lassa ca.

[159] MEDORO
O cara madre!

[160] ACARIO
Sire apò ’dò, va’ cu Dio. Pè cati pios ise, chié zé vui?

[161] CINGANA
Ane umach bettacch, mi star el mara de chiesta. Ro, ro, andar, andar, chiesta star mia figlion.

[162] ACARIO
Chié to fion, fion? Ps[è]mata leis, meti per gula; no zé vero, ti dizi buzìa.

[163] CINGANA
Enti, ti dir buzìa. Zerbù, lassa ca!

[164] BARBARINA
Spingarda, mo che fai tu?

[165] SPINGARDA
Io non fo cosa alcuna.

[166] BARBARINA
Aiutaci !

[167] SPINGARDA
Che volete ch’io v’aiuti, se ve l’avete lasciata slegar?

[168] BARBARINA
Donna Agata! A tempo apunto.

[169] AGATA
Che remor xé questo?

[170] BARBARINA
State un poco cheta, donna da bene.

[171] CINGANA
Mi dir per ti. Chesta omeni da ben aber ligata el mio fia e strasinata como el bestia sul becaria.

[172] ACARIO
Chié becco via? Dicòs-mas ene, zé nostro fia, no vostro fia.

[173] ANGELICA
Fareste meglio a entrar in casa.

[174] AGATA
Ohimè, no xé questa vostra fia?

[175] ACARIO
Dèn icsero, chién dizi vui, Babuina? Cale de chieste do crentistu chié zé Azelica?

[176] BARBARINA
Odite, figliuole, fattevi innanzi, acciò che si chiariamo rneglio.

[177] ACARIO
Suffènete ’mena, me par mi chié zé chiesta.

[178] BARBARINA
E a me quest’altra. E a te, Spingarda?

[179] SPINGARDA
A me paiono tutt’e due una.

[180] ACARIO
Mone ena thèllom’emis, no vulemo altro chié una, nui.

[181] ANETTA
Voglio andar giù alla porta per darmi un poco di spasso.

[182] ACARIO
Chiesto zé un gran cosa.

[183] CINGANA
Zendiloma, mi beder el to cera star bon, mi boler dir bel ti chiella che star ’scuza apreso el Dia e ’l mia, canda ti brumetter bel mi perdunar chi t’ha fatta mala bel tempa passata; e mi mustrar bel ti, di luoch di luoch, adessa adessa, chi star e-bene bettach, chi star to fio.

[184] ACARIO
Metà caràs, volendera: se ti avesse ’mazao mio persuna, te perdunerave.

[185] CINGANA
Enti, sette? E ti, madonna?

[186] BARBARINA
E io similmente.

[187] CINGANA
Ane arf, mi star certa ti no creder chel che mi dir bel ti, ma chel segnala che mi mustrar bel ti star el testamunia. Dir enti, aber chesta fia sola?

[188] ACARIO
Chiesta sula, sì.

[189] CINGANA
Enti aber mai altro figlion, altri fioli?

[190] BARBARINA
Un maschio, che nacque seco ad un parto.

[191] CINGANA
Star bivo ello?

[192] ACARIO
No zé vivo ello, no. Macari fusse vivo! Zé morto del do agni...

[193] CINGANA
Etenì sene imut, de do anni morto? Andor meliè, gardar ben che no star morta.

[194] BARBARINA
Come non morì? Se infermò d’una febre mortale e no campò a pena un giorno solo?

[195] CINGANA
Del fevre brutta, enti dir?

[196] ACARIO
Sì, d’una brutta febre.

[197] CINGANA
Che moda saber enti?

[198] BARBARINA
Sapemo ch’essendo de faccia simile a quella fanciulla, di modo ch’apena l’uno da l’altro s’avrebbe conosciuto, se non fusse stato il sesso, e in [un] subito venne diforme e nero, tutto dissimile ad essa.

[199] CINGANA
Andor meliè, gardar ben che no stata cambiata.

[200] ACARIO
Chié muodo cabiao?

[201] BARBARINA
E chi voreste che l’avesse cambiato? E come?

[202] SPINGARDA
State a veder che costei gli vuol far qualche truffa.

[203] CINGANA
Zà che ti perdunata chi t’ha fatta el mal, mi dir adessa bel ti el beritae: ane, ane, mi, mi stata chella ch’aber rubbata el-bene bettach, to fio. No recurda che ’l Cingani in chel tempa star fi’l-beledach, in chesta terra? No star beritae?

[204] ACARIO
Sì chié zé vero.

[205] CINGANA
Dunca ti creder bel mi: ane, mi stata chella ch’aber rubbata to fandulina Medoro, che star chesta; e chello che star morto, star el mia.

[206] ACARIO
Mustra mo se avé un neo sul fronde.

[207] CINGANA
Urini, urini, mostrar.

[208] ACARIO
O pedì-mu, crissì-mu, glicchì-mu, tora s’agnoriso, andesso ve cognusso, fio mio bello... Viè in branzo del pari!

[209] BARBARINA
O dolcissimo Medoro, è possibile che tu sii vivo? E pur ti piansi...

[210] MEDORO
Io sono Medoro vostro figliuolo, e son vivo.

[211] ANGELICA
O fratello, tu non puoi già negar di non esser chi tu sei.

[212] MEDORO
Né tu ancora, Angelica mia dolcissima

[213] ACARIO
Cal ’legrizza, cal culforto se ’zuzerave cul nostro andesso?

[214] CINGANA
Dir pur che ti star benturata, che ti aber trubata la fio granda, bella levata, de chesta sorta.

[215] AGATA
Lasséme dir anca mi la mia parte, s’el ve piase.

[216] ACARIO
Dizé zò chié vustu, donna Gatta.

[217] AGATA
Fé conto che ancùo sia el perdon de colpa e de pena, non è cusì?

[218] BARBARINA
Cusì è.

[219] AGATA
Adonca vu perdoneré ben un peccao picenin a Agata...

[220] ACARIO
Tutti candi li picai te zé perdunao. Cuffessene puri.

[221] AGATA
Mo se i fosse un de quei pezochi pezochi, che se salva e che no se dise fina sul cavazzal?

[222] ACARIO
No se salva gnendi, se cava fora tudo, e da cavazzali e de culdra, per tudo chesto zurno.

[223] SPINGARDA
Anch’io n’ho dui piccolini da dire, e mi gravano la conscienza.

[224] AGATA
Tase ti, Spingarda, adesso. Diséme, una che avesse maridao una fia donzella, nobele e da ben e ricca int’un zovene zentil, nobele, ricco e pulìo, senza licenzia de so pare, che penetenzia ghe dasséu?

[225] SPINGARDA
Penitenzia, an? Come, penitenza? Anzi, assoluzione di colpa e di pena.

[226] ACARIO
Sì, sì, salcizune de tudo ’l cosa.

[227] AGATA
Azzò che vu sapié, mi son stà quella che ho maridao madonna Anzelica vostra fia in m[esser] Cassandro, zentiluomo qua de Treviso.

[228] BARBARINA
In messer Cassandro, dite voi?

[229] AGATA
In messer Cassandro, sì.

[230] BARBARINA
In m[esser] Cassandro, an? Sta bene!

[231] ACARIO
Ah, mugieri, si zé stà dao perdunanza cul salcizzó, no zé scambao via tudi candi li picai?

[232] AGATA
Spingarda, batti e va’ de suso e chiama zoso messer Cassandro adesso adesso.

[233] SPINGARDA
Questo farò molto volontieri, e spero anco buona manza.

[234] BARBARINA
Ah, m[esser] Cassandro, an?

[235] AGATA
Madonna Barbarina cara, che voléu mo fare? Tollévelo in pazienzia e contentéve, che questo xé stao voler de Dio. E sì vogio che vu sapié che vostro fio Medoro qua xé stao in casa vostra infina che se feva le nozze in casa de m[esser] Cassandro, e puo, quando Medoro xé scampao fuora de casa vostra e che tutti do ghe sé corsi drio, in quella volta avemo tornao madonna Anzelica in casa.

[236] BARBARINA
Ohimè, che dite?

[237] AGATA
Cusì xé, né pì né manco. Mo ti no va, Spingarda?

[238] SPINGARDA
Io non vo, perch’anch’io vorei una assoluzione.

[239] AGATA
De che cosa?

[240] SPINGARDA
Oh, di che cosa! Del maritaggio.

[241] AGATA
An, ti dizi el vero. E sì v’ho da dir anche che Spingarda vostro xé maridao in mia fia Stella.

[242] ACARIO
In vostra fia Stella?

[243] SPINGARDA
Signor sì. Io feci voto oggi, quando m’incontrò quel scandol, sapete?, s’io campavo, di prendere una poverina per moglie.

[244] ACARIO
O diavule, chiesto zén penzo...

[245] BARBARINA
Perché peggio?

[246] ACARIO
Sogni, sogni, basta, basta!

[247] BARBARINA
Va’ prima per m[esser] Cassandro, e poi andrai a menar fuora anco Stella tua moglie, acciò che si facciano nozze doppie.

[248] ACARIO
Va’, Spingarda, fio, va’, che madonna dise el vero.

[249] SPINGARDA
Io vado.

[250] ACARIO
Orsù, pacenzia. O fiuli, carin, belli, varda come barla u cu l’aldro dulcemendi! Mo dime poco, cara madonna, chié mundo hastu fado a tegnir vivo tando tembo, cu tande fadighe, chiesto mio fio per tudo ’l mondo chié zé stao, e cusì ben vestìo?

[251] CINGANA
Pensar to Senoria che mi non mancata mai ’segnar tutta chella bertùe che mi saber e poder, e mai, mai cul Cingani no praticata se no canda bezognar; mo sembre mi tenùa nel terra in cumbanìa del donna e de l’omeni zendilomani, cu la senori, zubeni, becchi, del buna sorta e no cattiba. Chesto saber littera, sunar, cantar, e anca far el zuga del corezola, e tuto ’l cosa che vuol una senor come star tia; e mai mancata el-flus, el danari, el besta onorata mettel soltan, coma senor.

[252] ACARIO
Oh, canto ve saremo urbigai!

[253] AGATA
Eh, cara sorella, no pianzé, no ve turbé, che vu no averé minga servìo a persone ingrate...

[254] ACARIO
Vu avé achistao una frandello, chié zé mi, una sorella, chié zé ’l mio mungieri, una fia, chié zé Azelica, presso de chello.

[255] CINGANA
Catterlà cai, gramarzè...

[256] ACARIO
Sòpate, tazé tutti candi. Garda m[esser] Cassadro chié viè fora. O che zera de bò zuvene zendilesco! No zé vero, Babuina?

[257] BARBARINA
Io dico che sì.


[258] Scena quartadecima: Cassandro, Falisco, Acario, Cingana, Medoro, Anzelica, Agata, Barbarina, Spingarda e Fioretto
 
CASSANDRO
Ecco a punto che sono adunati alla casa di messer Acario.

[259] FALISCO
Così è, ed èvi la Cingana ancora, e Agata. Ma, padrone, io vi raccordo che voi sète gentiluomo, ed è giunto il tempo che potete farne dimostrazione verso di Spingarda e di me ancora.

[260] CASSANDRO
Io lo farò, Iddio vi contenti.

[261] ACARIO
Anga vui, affendi m[esser] Cassandro, chiesta vostro zendil zera mustra fora chiello chié zé dendro; e anghe me ’l mustra tutto cando chiello ti avé fando senza nui, e per chiesto semo cutendi e sì cufermemo canto vulé vui. E anga vui sia cutendo de vostro prumessa: so chié ti zé zendilisco zendilomeno, chié no farastu aldramendi.

[262] CASSANDRO
Io non solo sono contento, ma vi ringrazio sommamente che vi degnate accettarmi per quello che mi accettate.

[263] ACARIO
E anga mi accetto vui per fio caro; e per segnali del gamo, del noci, zaffa ca Azelica cul vostro branzi e bazela dulci dulci, chié [è] vostra, ’nanzi chié andesso, fina dendro so mari.

[264] CASSANDRO
Io non desidero altro.

[265] ACARIO
’Branza anghe chiesto angora, chié zé vostro cugnalado.

[266] CASSANDRO
Come cognato? Non è questo il figliuol della Cingana?

[267] ACARIO
No zé fio del Cingana, zé mio fio, frandello della Azelica. No dubitari, no, chié ti saveré bé tutto ’l cosa dendro ’l casa.

[268] FALISCO
E vostra madonna non l’abbracciate?

[269] CASSANDRO
Anzi lo desidero.

[270] BARBARINA
Quel ch’è scorso è scorso, m[esser] Cassandro.

[271] AGATA
Eh, no besogna arecordar i morti a tola, madonna cara...

[272] ACARIO
Chié barlave del morti?

[273] AGATA
No altro, no altro.

[274] SPINGARDA
Eccomi qui con la novizza.

[275] FALISCO
Spingarda, tu me l’hai caricata, an?

[276] CASSANDRO
Taci, Falisco, e sta’ di buon animo, ch’io son per farti tal presente che rimarrai sodisfatto.

[277] FALISCO
Vi ringrazio, padrone.

[278] BARBARINA
Toccami la mano, figliuola.

[279] ACARIO
Anga mi e’ me alengro, e sì pianzo del ’legrizza. Orsù, as pame olli messa stò spiti, ademo dendro ’l casa tudi candi. Spigarda!

[280] SPINGARDA
Signore.

[281] ACARIO
Sire tora, va’ ’ndesso, e trova de chielli tagiaùri del carne... no so como chiamastu.

[282] SPINGARDA
Scalchi, volete dir voi.

[283] ACARIO
Sì, sì, de chielli scacai chié ùrdena el magnaùra; e pia anghe de chelli chié fa cusì: tru, tru... e de chielli aldri chié fa: li, lili...

[284] SPINGARDA
Piffari e viuoloni, volete dir voi.

[285] ACARIO
Sì, sì, de chielli. Nà, piasto tò pung[h]ì-mu, pia la mio bursa cul chiave del scrigno, e cava fora dinari, e fa’ onuri alli grenghi, sora ’l tundo.

[286] SPINGARDA
Lasciate far a me.

[287] ACARIO
As pame messa, ademo dendro tutti candi.

[288] FIORETTO
Signora, ora che sète la novizza, vi raccordo la mia promessa, e avertite che l’allegrezza tanta non ve lo faccia scordare.

[289] ANGELICA
Come scordarmelo? Non dubitar.

[290] FIORETTO
Che so io? Nozze, nozze!


[291,1] Scena ultima: Spingarda agli spettatori
 
Io son certo, spettatori, che la favola nostra vi sarà piacciuta, per le tante e così varie trame ch’in essa vedute avete; cosa a noi gratissima veramente, per aver li animi nostri inclinati a farvi piacer, come vedete, ch’ogn’anno v’apparecchiamo di cottai piacevoli e virtuosi conviti, conoscendo ch’elli sono degno e soave nudrimento agli alti ed elevati intelletti vostri. Onde noi, per premio di ciò, aspettiamo da voi il solito plauso, acciò Gigio, ch’è l’auttore d’essa, conoscendo esservi stata grata la fattica sua, sì come egli spese ott’ore in comporre questa, s’innanimi a spendeme altre otto per l’anno che verrà.

[291,2] Valete dunque, e fate segno d’allegrezza!
 

Il fine della favola